DYMNA LOTVA – Vyraj

Titolo: Vyraj
Autore: Dymna Lotva
Nazione: Bielorussia - Polonia
Genere: Post black metal / Doom metal
Anno: 2026
Etichetta: Prophecy Production

Formazione:

Katsiaryna “Nokt Aeon” Mankevich – voce, flauti tradizionali, testi
Jauhien Charkasau – chitarra, basso, tastiere, composizioni
Mikita Stankevich – chitarre
Wojciech “Bocian” Muchowicz – batteria


Tracce:

1. Zory
2. Veha
3. The Boat of Despair
4. Viedźmieragina
5. Niama Darohi
6. Bu Samoje
7. Ustań Za Mianie
8. Return My Coffin Home


Voto del redattore HMW: 8/10

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Partorito nel cuore rovente di quest’estate, è dentro il ventre autunnale che ci conduce questo lavoro dei Dymna Lotva, dove il cielo lattiginoso è ritagliato sul fondo da linee spezzate di palazzi brutalisti, e la resa quotidiana all’incalzante nero d’inverno è la melodia malinconica che accompagna gli stormi verso luoghi più miti.

Si spopola la terra dagli abitanti del cielo, si spopola anche da coloro che hanno perso il diritto di restare, come la band, costretta all’esilio anni fa per dissidenza politica.

La lontananza dal suolo natìo si intreccia alle tristi vicende del loro Paese, in un concept il cui artwork è un luogo fisico della madre patria: la volta celeste, fotografata sotto una pioggia di meteore Perseidi in Bielorussia, è co-protagonista dell’immagine assieme alla cappella cimiteriale, roccaforte terrena del regno dei morti.

Che questo cielo sia casa come lo è per le anime defunte?

I quattro, esuli in Polonia da Minsk, trovano la risposta nella mitologia slava che ci parla di Vyraj, un’oltretomba primaverile collocabile anticamente alla fine della Via Lattea, meta sia dei trapassati sia degli uccelli migratori, dove spesso le due immagini si sovrappongono.

E laddove vi sono cimiteri, sguardi sulla notte, e un po’ di sostanza pregna di tristezza, là c’è anche il mio interesse, destato stavolta da uno spezzone live della formazione: ammetto che non li conoscevo e lo scream poco decoroso di Katsiaryna in lingua slava mi ha fin da subito conquistato. La seduzione vocale cresce esponenzialmente grazie a quel cantato pulito che attinge a piene mani nel folklore, da quelle melodie ipnotiche di matrice russa che possono sgorgare dal cuore di una nonna che sta cullando il piccolo come da una strega atta nel suo rituale…

L’acqua apre questo racconto pubblicato da Prophecy Productions tra riff doom, tappeto sinfonico di stampo gotico, black metal alla batteria e una seconda voce quasi gregoriana: è il senso della tragedia a dominare, il coro degli orfani a lanciare le sue grida ultraterrene.

Il sentiero disegnato nelle mappe stellari del Vyraj prosegue con “Veha”, che con un delizioso gioco di parole ci immerge in un’atmosfera ritualistica: Veha è la lapide verso la quale rivolgere una preghiera ossessiva di cordoglio verso la propria gente e la propria terra e, come in un sabba di streghe, vi sono demoni che attraversano lo sguardo…

Oscillando sulla barca che ci introduce al terzo brano, “The Boat Of Despair”, navighiamo in compagnia di Aaron Sainthorpe, ex My Dying Bride, timoniere di un sound lento e melodico, che orbita in spire sempre più strette e come in un gorgo scivola ipnotico nei fondali di una tristezza dal sapore sublime. L’albero del traghetto verso il regno della morte è il metronomo che possiamo seguire con gli occhi mentre il pendolo della nostra coscienza ci comanda che è ora di abbandonarsi.

Dalle acque incerte si torna alla fermezza della riva, dove ci attende iraconda “Viedźmieragina”, la figlia delle streghe, nel suo parlato tra la sensualità e la maledizione, per poi comandare cori laceranti attraverso riff dal carattere heavy, conferendo uno slancio marziale al brano, soprattutto verso il finale: suoni ampi e sontuosi costruiti su una batteria che Wojciech “Bochian” Muchowicz rende solida come colonne in pietra grezza.

Nell’eleganza lugubre di “Niama Darohi” si elevano vocalità gotiche che paiono simulare l’ululato del lupo i cui occhi seguono i movimenti della cantante, incapace nel presente di trovare una strada per tornare a casa, ma con una promessa futura accentuata dal glissato dal lirico allo scream nella sua dilatazione emotiva.

Più orientato alla modernità, l’incipit di “Bu Samoje” ci cala subito in un’atmosfera da regime sovietico, sintonizzandoci su una voce incalzante che ricorda un po’ i discorsi radiofonici di qualche decennio fa, con la differenza che il contenuto è ricavato dalla “Lettera sotto la forca” dell’eroe nazionale bielorusso Kastus Kalinouski prima della sua esecuzione. L’appello alla rivoluzione si fa largo attraverso la censura in una lingua inventata, un codice segreto che esplode nel ritornello corale a cui è letteralmente impossibile non prendere parte.

Ma se anche la libertà non fosse una conquista, che almeno giunga l’onore con cui per anni i sopravvissuti hanno guardato il fumo alzarsi dai villaggi in fiamme, dove il dolore è marchio della propria umanità: “Ustań Za Mianie” è un pezzo più classico, aperto da un riff heavy morbidamente malinconico al quale si aggancia la voce eterea maschile in un lamento che danza con lo scream disperato di Katsiaryna, per poi dare spazio anche a toni più gustosamente black. Un intermezzo per prepararci al finale.

E se il nervo folk si dirama in tutto l’album, è nel brano conclusivo che lo possiamo toccare con maggiore intensità: in “Return My Coffin Home” troviamo un’ambientazione arcaica rurale fatta di arpeggi e preghiere sussurrate, assieme alla continuità nostalgica ed epica sospinta dal canto maschile in un crescendo viscerale che ci parla di una sola richiesta. ‘Oh my land, my heart is with you! Return my body to my heart’: che il corpo possa essere ricongiunto al cuore sepolto nella terra natale e che il cuore possa avere pace nel buio di un utero che ha dato lui vita e che vuole nutrire dopo la sua morte.

Un viaggio di andata verso il Vyraj attraversando sonorità old school e post-moderne, delineando una personalità ben distinta che vuole farsi ascoltare, scivolando tra i sottogeneri e parlandoci di qualcosa di autentico. E tra le note conclusive emerge in me la domanda se a qualcuno spetta anche il viaggio di ritorno.

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