METALITALIA FESTIVAL 2026 – GIORNO 2 – 27/09/2026 – Live Music Club, Trezzo sull’Adda (Mi)


Visualizzazioni post:121

Metalitalia Festival 2026 – Giorno 2
CORONER – Fear Factory – Demolition Hammer – Sadist – Fulci – Allegaeon – Gorod – Halysis – Schizophrenia
Live Music Club, Trezzo sull’ Adda (Mi)
27 settembre 2026

Schiena a pezzi, gambe distrutte, ma non importa. Nulla ci può fermare, oggi c’è il secondo giorno del Metalitalia Festival al Live Music club di Trezzo sull’Adda. Dopo la bella giornata di ieri, oggi andiamo sul pesante con i Fear Factory del nostro Milo Silvestro, Demolition Hammer, Sadist, Fulci, Allegaeon, Gorod, Halysis e Schizophrenia. E poi loro, quelli che sono sbarcati da un pianeta sconosciuto e che giustamente il mio amico Gabriele chiama “alieni”, i Coroner!!! Per un totale odierno di nove gruppi nove. A novanta euro l’abbonamento per due giorni e “Warm Up” incluso. Da tre anni, forse di più, senza aumenti. A questo punto propongo di dare la gestione dei prezzi del carburante a Metalitalia, forse ci salviamo dal bagno di sangue che stiamo patendo o, meglio, dalla rapina a mano disarmata che stiamo subendo ogni volta che andiamo dal benzinaio.

Arrivo prestissimo, mi metto in coda e prego che non ci siano disguidi per il meet and greet con gli svizzeri. Fortunatamente filerà tutto liscio e la mia copia di “Dissonance Theory” autografata dormirà con me, nel mio letto e sopra il mio cuscino per parecchio tempo. No, non sto esagerando.

Comunque, tornando a noi, si prospetta una dodici ore tritaossa con crowdsurfing a volontà e circle pit di contorno. Niente male, per bocche e gusti raffinati.

Con il bicchiere in omaggio del festival (nero con la locandina del festival, bellissimo), mi aggiro per il merch e vedo che i prezzi delle magliette sono sempre poco popolari. E va beh, ormai va così.

Un panino vegano e un’acqua (si, si, lo so, sono vegetariano, non fumo, non bevo alcolici, quindi fondamentalmente sono noioso) e posso affrontare la giornata con lo spirito grintoso che l’heavy metal del cartellone di oggi richiede.

Io, poi, che sono cintura nera di meet and greet non avrò un attimo di pausa. So che è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare.

Sento l’intro della prima band. Diamoci dentro, il secondo giorno del “Metalitalia Festival 2026” sta per iniziare.

Dal Belgio gli Schizophrenia, band di giovani trentenni che con un album e due EP alle spalle ci presentano un misto di death e thrash caricato a violenza pura. Ma che bravi.

Mezz’ora a disposizione e mezz’ora di puro e sano attacco sonoro. Alla voce e basso c’è Riccardo Mandozzi, italiano o di origine, non ho capito, alla batteria Lorenzo Vissol, anche lui italiano o di origine, e alla chitarre abbiamo Romeo Promos Promopoulos  e Lucas Lembert, chiamato a sostituire per questo tour l’assente Maarten Van Kerckhoven.

Subito aggressivi con “Soul Retribution” dal loro Recollections Of The Insane mettono immediatamente sul tavolo le loro carte migliori. Si pesta, si pesta di nuovo e poi si pesta ancora. Semplice, no?

“Stratified Realities” è un altro pugno diretto allo stomaco. Non ci sono pause, non ci sono rallentamenti, qui si viaggia a tutta velocità su un tir senza freni. E con “Schizophrenia” ci mettiamo l’anima in pace, qui non si molla un attimo.

Riccardo chiede al pubblico quale cover eseguire e ci presenta due opzioni. Alla fine la scelta cade sulla seconda e, tanto per rimanere in tema di rilassatezza, ecco a voi “Maze Of Torment” dei Morbid Angel.

Hanno una buona padronanza tecnica e un altrettanto buona padronanza del palco. Sanno muoversi, sanno come gestire i diversi momenti e, alla fin fine, sanno divertirsi.

“Cranial Disintegration” e “Structure Of Death” mettono la parola fine alla bella e distruttiva prova degli Schizophrenia. Devo dire ottima come la risposta del pubblico che ha gradito e  “scaldato” durante il loro live.

Simpatici e disponibili, si sono rivelati una piacevole scoperta che sicuramente approfondirò. E, infatti, mentre sto scrivendo, sto ascoltando il loro album, niente male davvero. Consiglio del giorno, ascoltatelo anche voi.

Scaletta Schizophrenia
Intro
01. Soul Retribution
02. Stratified Realities
03. Schizophrenia
04. Maze Of Torment (cover Morbid Angel)
05. Cranial Disintegration
06. Structure Of Death

Formazione Schizophrenia
Riccardo Mandozzi – Voce, Basso
Romeo Promos Promopoulos – Chitarra
Lorenzo Vissol – Batteria
Lucas Lembert – Chitarra

LINK:   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

I finlandesi Halysis si presentano sul palco privi del bassista Santeri Haikonen e, quando vedo che manca uno strumento, mi sale la carogna. È più forte di me, mi viene un fastidio fisico. Ora, non conosco il motivo dell’assenza e spero, ovviamente, che non sia un problema serio, ma in ogni caso, partiamo “non bene”. Vogliamo mettere qualcun altro? Posso dire che non è la prima volta che a qualche concerto “core” a cui ho assistito, la figura del bassista latita?  Su bassisti alla lettura, gatevi sentire.

Melodic death metal/metalcore, due album e un EP uscito quest’anno, Of Static Slumber, sono il biglietto da visita degli Halysis, gruppo a me sconosciuto di fatto, ma non di nome.

Sono curioso comunque di ascoltare la loro musica, e sono ancora carico dall’esibizione degli Schizophrenia.

Si parte con “Between Worlds”, dal loro unico disco Unbury The Sun, e devo dire che non sono male. Non mi esaltano, ma hanno un loro perché. “A Fleeting Memory” continua sulla falsariga del primo pezzo, così come il terzo brano “Where My End Was Bestowed”. Henry ha una buona voce sul pulito, meglio che sullo scream, e uno dei due chitarristi, non chiedetemi quale, ha un growl mica da ridere. Fin qui, tutto discretamente bene.

È con gli ultimi tre brani che cala clamorosamente l’intensità e la loro prestazione si appiattisce in maniera improvvisa. Non che prima avessero offerto una prova magistrale, ma adesso i pezzi scelti in scaletta fanno calare l’attenzione di parecchio e, purtroppo, più di qualcuno pensa bene di farsi un giro per la location.

“For I Shall Prosper” è il preludio del calo, ma è con “Beyond The Veil” e “Of Static Slumber” che gli sbadigli diventano contagiosi.

Sicuramente me li dovrò riascoltare su disco per capirci qualcosa, anche se non è che abbia tutta questa voglia.

Comunque, la mezz’ora finisce e gli Halysis ci salutano. Diciamo mezzi promossi perché mezzi bocciati suona male.

Scaletta Halysis
01. Between Worlds
02. A Fleeting Memoir
03. Where My End Was Bestowed
04. For I Shall Prosper
05. Beyond The Veil
06. Of Static Slumber

Formazione Halysis
Henry Hämäläinen – Voce
Santeri Salminen – Chitarra
Jose Pynnönen – Chitarra
Samuel Arola – Batteria

LINK:   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

La scrivo subito così me la tolgo. Alla chitarra abbiamo il fu Mathieu Pascal. Scusate, ma non ho resistito.

Progressive/technycal metal dalla Francia per i Gorod, band di indubbio spessore tecnico che qui al “Metalitalia Festival” è stata protagonista di un’ottima prova.

Attivi dal 2005 e autori di otto album, il gruppo francese ha da sempre ottenuto ottimi riscontri dai sui lavori in studio. Stessa cosa dicasi per le sue esibizioni live di cui, quest’oggi, abbiamo un bell’assaggio.

Julien Deyres alla voce è un portento, anche la sua padronanza fisica del palco è incredibilmente catalizzante. Un vero e proprio frontman a tutto tondo. Vedere per credere.

Sono tecnici, sono brutali, sono i Gorod. Non hanno la notorietà che meritano, ma vi posso assicurare che sono un gruppo con tutti i requisiti per poter essere considerato tra i migliori esponenti nel loro genere.

Precisione e violenza mescolati in un mix che esplode in brani dalla lunga durata e che esaltano le capacità dei cinque musicisti francesi, dotati tutti di un bagaglio tecnico davvero pesante.

Ma non si vive di sola tecnica e ferocia. Ed ecco degli inaspettati passaggi melodici che vengono interrotti da improvvisi riff velocissimi per poi ritornare alla melodia iniziale con, provo a dirlo, ma sì, qualche incursione dissonante di natura addirittura jazz. O almeno, così mi è sembrato.

Affascinante l’utilizzo della chitarra a due manici in posizione verticale che a un certo punto il chitarrista Mathieu Pascal, non dite altro, ha suonato nel pezzo “Forgiveness”. Canzone, tra l’altro, di sette e fischia minuti di una complessità notevole.

Karol Diers alla batteria è un metronomo con le bacchette. Impressionante la sua prova e il suo tocco.

Solo una mezz’ora anche per loro. Avrebbero meritato un tempo maggiore, ma è anche vero che oggi i gruppi sono tanti e tutti meriterebbero più spazio.

L’unica cosa certa è che, se un giorno i Gorod dovessero tornare, io sarò presente.

Scaletta Gorod (incompleta)
01. Bekhten’s Curse
02. Forgiveness
03. Disavow Your God

Formazione Gorod
Julien Deyres – Voce
Benoit Claus – Basso
Mathieu Pascal – Chitarra
Icolas Alberny – Chitarra
Karol Diers – Batteria

LINK:   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

Gli Allegaeon sono in tour con i Gorod. I generi sono molto simili e qui siamo di fronte ad un techncal/melodic death metal di stampo americano. Questo gruppo di Denver si è formato nel 2008 e li ascoltai con il loro esordio Fragments Of Form And Function che mi piacque parecchio. Poi, per motivi che sinceramente non so, li ho persi di vista fino a dimenticarmene. Quando ho visto il loro nome nella line up, ho avuto un sussulto. Ah già, gli Allegaeon.

Allora ho ascoltato l’ultimo album, The Ossuary Lens, e ho avuto le stesse vibrazioni. Quindi non voglio perdere nemmeno un momento. Meet and greet veloce con i Demolitio Hammer, pausa bagno e piazzamento quasi in transenna.

Diamo inizio alle danze e, soprattutto, danziamo.

Che botta. “Threshold Of Perception” è una dichiarazione di intenti chiarissima che viene confermata dalla successiva “The Swarm”. Però, ‘sti americani.

Il cantante Ezra Haynes è un personaggio. Movenze che passano dal tarantolato al maestro d’orchestra nel giro di un nanosecondo. Il suo ruolo lo solge molto bene.

Quello che mi ha stupito maggiormente, però, è stata la voce del chitarrista Michael Stancel nel pulito. Cori e seconde voci perfette,  quasi da brividi. Sorpresa inaspettata che, più di una volta, mi ha fatto fare il conto alla rovescia per l’arrivo del momento melodic.

Quaranta minuti di assoluta perizia tecnica e velocità ipersonica. Il pubblico ha gradito la performance dei giovanotti del Colorado, pogando con la giusta veemenza che è stata apprezzata da un divertito e, allo stesso tempo spiritato, Ezra.

“1.618” e “Proponent For Sentience III – The Extermination” sono stati gli ultimi due pezzi. Il devasto.

Un plauso a tutti, a partire dai due chitarristi con i loro strumenti a otto corde, per finire con il bassista Brandon, che, per non essere da meno, ha utilizzato un basso a sei corde.

Non c’è che dire, stupido io ad aver perso di vista gli Allegaeon. Recupererò sicuramente.

Scaletta Allegeon
01. Threshold Of Perception
02. The Swarm
03. Wake Circling Above
04. Of Beasts and Worms
05. Behold (God I Am)
06. 1.618
07. Proponent For Sentience III – The Extermination

Formazione Allegeon
Ezra Haynes  – Voce, Chitarra
Greg Burgess – Chitarra
Michael Stancel – Chitarra
Brandon Michael – Basso
Jeff Saltzman – Batteria

LINK:   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

Ore 16,35 e inizia il film dei Fulci.  Se per il gruppo precedente ho scritto “che botta”, ora direi un “min..ia che botta!!!”.

Brutal death metal, ma brutal, veramente brutal. Li avevo visti qualche anno fa e saremo stati in quaranta persone esagerando. Ora, a vederli su un palco del genere e all’interno di un festival così prestigioso sopra un gruppo americano, beh, mi fa enormemente piacere.

Accompagnati come sempre dalle proiezioni del maestro italiano dell’horror Lucio Fulci, la band casertana  ci ha deliziato con un vero e proprio spettacolo. Un bel connubio di musica e cinema che funziona alla grande. E con “alla grande” intendo proprio alla grande.

Ad un certo punto pensavo che il locale avesse acceso le ventole. E invece era partito un circle pit paurosamente vorticoso.

Un suono massiccio, spesso e fortemente identificativo. Quando partono i classici “Apocalypse Zombie” e “Tropical Sun” parte un boato che evidenzia, se mai ce ne fossestato  bisogno, che, in questo momento, i Fulci sono un gruppo con un seguito importante formato da fedelissimi pronti ad andar loro dietro fino all’Inferno.

Il growl di Jason Dahlke è incredibile. Un ruggito cavernoso marcio e purulento, un vero e proprio verso animalesco plasmato in qualche girone infernale e inserito nel putrido mondo musicale di questa ottima band.

La loro è un’esperienza musicale da vivere direttamente insiem. Klem, Edoardo, Dome e Ando creano un muro sonoro che puoi quasi toccare talmente è denso.

“Tmob”, “Paura Che Uccide” e “Eye Full Of Maggots”,  con le loro immagini disturbanti che le accompagnano, sono canzoni che mettono la parola “the end” allo show di proporzioni bibliche, ops chiedo scusa, orrorifiche di questi pazzi italiani.

Per farteli piacere, ti devi far piacere il brutal death metal e il genere horror. A me piacciono entrambi e quindi mi piacciono i Fulci. Fateveli piacere anche voi, vi farete un favore.

Scaletta Fulci
01. Glass
02. Rotten Apple
03. Human Scalp Collection
04. Matul Tribal Cult
05. Apocalypse Zombie
06. Lonely Hearts
07. Maniac Unleashed
08. Voodoo Gore Ritual
09. Tropical Sun
10. Splatter Fatality
11. Legion Of The Resurrected
12. Paura Che Uccide
13. Tomb
14. Eye Full Of Maggots

Formazione Fulci
Jason Dahlke – Voce
Klem – Basso
Edoardo Nicoloso – Batteria
Dome – Chitarra
Ando Ferraiuolo – Chitarra

LINK:   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

Ennesima conferma. I Sadist sono così, ti aspetti un gran concerto e loro ti danno un gran concerto. Punto.

Il progressive death metal in Italia è rappresentato dalla band ligure. Ed è ottimamente rappresentato. Visti più e più volte, non posso che confermare il perché della mia presenza a così tanti loro concerti. Il perché è che sono bravi e mi piacciono. Spiegazione elementare e ovvia.

Trevor è dotato di un carisma travolgente, si vede e si sente. Ogni parola che proferisce fa pendere tutti dalle sue labbra, esalta la folla, carica la gente, insomma è uno con i controtesticoli esagonali che ha sempre dato tutto  per il metal. E noi ce lo ricordiamo e te ne siamo riconoscenti.

E per dimostrare quanto il pubblico, ormai numeroso, sia devoto al gruppo, tra un brano e l’altro il grido “Sadist, Sadist” si è alzato continuamente.

Delle canzoni cosa vogliamo dire? “Escogido”, “From Bellatrix To Betelgeuse”, “Tribe” e “The Ninth Wave” sono pezzi eseguiti con la solita maestria tecnica. Non ci sono altre parole. Tanto li conosciamo tutti, canzoni e band,  e anche chi non li ha visti un questa occasione, sa per certo che il 110% è stato dato.

Bello il momento con i due ragazzini sul palco ad alzare le corna al cielo e a fare un headbanging divertito insieme ai musicisti. Come ci tiene a sottolineare Trevor, sono loro il nostro futuro. Meno male che qualche giovanissimo ascolta il metal, va bene qualsiasi genere, basta che sia metal.

Tommy si destreggia tra chitarra e tastiera con una velocità e precisione di esecuzione che ogni volta mi lascia a bocca aperta. Ottimi Giorgio e Matteo, mentre per quanto riguarda Davide, dico solo che ha confermato quello che penso di lui e quindi riporto le stesse parole scritte nel report del Kaptura Festival:  “Non sono un bassista, non sono niente, non suono uno strumento, non suono neanche il citofono, busso, ma Davide, a mia modestissima opinione, mi sembra un fenomeno. Detto da me non conterà nulla, ma ci tenevo comunque a dirlo lo stesso”. E credo che alla prossima occasione farò lo stesso.

Siamo alla conclusione e così, per la seconda volta nel giro di tre mesi, mi sono rivisto Trevor a petto nudo cantare “Sometimes They come Back”. Come scritto nell’introduzione, è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare.

Grandi Trevor, Tommy, Davide. Giorgio e Matteo. Grandi i Sadist.

Scaletta Sadist
01. Escogido
02. India
03. From Bellatrix To Betelgeuse
04. Den Siste Kamp
05. Tribe
06. Spiral Of Winter Ghosts
07. The Ninth Wave
08. The Reign Of Asmat
09. One Thousand Memories
10. Sometimes They Come Back

Formazione Sadist
Trevor Nadir – Voce
Tommy Talamanca – Chitarra, Tastiera
Davide Piccolo – Basso
Giorgio Piva – Batteria
Matteo Leoncini – Tastiera, Conga

LINK:   SITO WEB   FACEBOOK   INSTAGRAM

Thrash metal. Per un’ora abbiamo ascoltato thrash metal ignorante, rumoroso e pazzescamente divertente. Per un’ora abbiamo ascoltato i Demolition Hammer!

Dal 1986, anno della loro formazione con il nome di Overlord, i quattro newyorkesi sono un gruppo che ha avuto sempre un pubblico affezionato e fedele.

Per tutta la durata del loro set, la security si è guadagnata la pagnotta e anche il companatico. Dall’inizio alla fine è stato un crowd surfing inaudito. Tre/quattro persone per volta viaggiavano sopra le nostre teste mentre un pogo continuo e devastante non si fermava un attimo durante l’esibizione dei quattro americani.

Più di una volta Steve e James si sono scambiati sguardi increduli davanti a cotanta veemenza metallica. E questa è stata la benzina che ha alimentato il motore dei Demolition Hammer. Galvanizzati dall’entusiasmo inaspettato arrivante dalla platea, i quattro vecchietti (diciamo tre, il batterista è più giovane) non si sono risparmiati un attimo, rifiatando tra un pezzo e l’altro e catapultandosi di nuovo nel thrash più sfrenato durante l’esecuzione dei brani.

Non possiamo parlare di tecnica, di precisione o quant’altro. In questo caso parliamo di divertimento e di musica allo stato brado, selvaggia e genuina.

“Skull Fracturing nightmare”, “Human Dissection” e “Neanderthal” sono titoli che la dicono lunga sul tenore dei pezzi, ma a noi piacciono così. Tre accordi, sudore e via. Fantastici, semplici e distruttivi. Che volere di più?

Un’ora passata a guardare loro e la gente che surfava sul pubblico. Addirittura Riccardo dei Schizophrenia è passato più di una volta sopra le nostre teste contento come un ragazzino al suo primo concerto metal.

Poco produttivi discograficamente, la band ha un posto nel cuore di tutti gli amanti del thrash. Tre album in quarant’anni non li mette sicuramente nella categoria degli stakanovisti, ma la purezza del loro thrash, alla fine, trascende da questo superfluo particolare. Non sono dei virtuosi, ma non importa. Quello che fanno, lo fanno da sempre e lo fanno bene!

Come non emozionarsi con “Omnivore”, “Infectious Hospital Waste” e “.44 Caliber Brain Surgery”. Come non emozionarsi davanti a delle figure così rappresentative di questo genere metal.

Ci presentano il nuovo brano “Vendetta”. Il tempo sembra non essere mai passato, è la solita mazzata dietro la schiena.

Non so se ci sarà nuovamente occasione di rivederli dal vivo, ma so che sono contento di aver assistito almeno una volta ad un loro live.

Perché noi ci meritiamo i Demolition Hammer e loro si meritano un pubblico così.

Scaletta Demolition Hammer
01. Skull Fracturing Nightmare
02. Human Dissection
03. Neanderthal
04. Vendetta
05. Omnivore
06. Carnivorous Obsession
07. Infectious Hospital Waste
08. Pyroclastic Annihilation
09. Aborticide
10.44 Caliber Brain Surgery

Formazione Demolition Hammer
Steve Reynolds  – Voce, Basso
James Reilly – Chitarra
Derek Sykes  – Chitarra
Angel Cotte  – Batteria

LINK:   FACEBOOK   INSTAGRAM

Ora mi trovo davanti a uno dei due gruppi che questa sera mi suscitano delle forti emozioni, i Fear Factory. Negli anni novanta rimasi folgorato da questo gruppo e dal duo Dino Cazares/Burton C. Bell. Il cantante, poi, era diventato una sorta di idolo personale, anche se, si sa, le doti tecniche del suddetto non sono mai state così sopraffine. Ma il carisma, quello con lo compri al mercato. Dopo i primi tre album che consumai, iniziarono una fase che non trovava più il mio gradimento, ma continuai però ad idolatrare il frontman americano.

Veniamo ad oggi. Io sono una vedova di Burton, lo ammetto, e quest’oggi sono combattuto nel vedere questa band senza di lui. Stimo molto Milo, che per inciso tecnicamente penso sia almeno due volte superiore a Burton, ma il cuore è combattuto.

Appena parte “Acres Of Skin”, però, passa tutto. I Fear Factory ci stanno dando dentro, e di brutto. Dino passa da una parte all’altra del palco, Tony, con la sua espressione sorniona non è da meno, e Pete ha il suo bel da fare. Milo è un cantante che tiene il palco in maniera magistrale. Cattura l’attenzione di tutti, non sta fermo un secondo e, soprattutto, canta in maniera perfetta.

“Shock”, “Edgecrusher” e “Soul Hacker” vengono sparate ed eseguite con la giusta dose di sana violenza dai quattro musicisti. Il nuovo pezzo che determina l’inizio del nuovo corso, “Roboticist”, riceve l’ovazione che merita. Il gruppo sente il calore del pubblico e contraccambia continuando a pestare duro.

Purtroppo i problemi tecnici al basso di Tony sono stati più seri del dovuto. Il bassista ha dovuto saltare quasi tre canzoni e quando è rientrato il suo viso tradiva il fatto di non aver risolto completamente il problema. Pazienza, succede.

Quando parte “Demanufacture” tutto il Live Music Club inizia a saltare. Trent’anni fa ero in cameretta ad ascoltarloe oggi sono ancora qui a sentire l’energia di questo pezzo.

Grande prova. Grande concerto con chiusura dedicata a “Resurrection”. Mai titolo e canzone finale fu più azzeccata.

Durante il concerto ho chiuso gli occhi emozionato parecchie volte. Ogni volta che li riaprivo mi sembrava quasi un sogno vedere i Fear Factory di nuovo insieme con tale coesione. E ascoltare la voce di Milo, vedere i suoi movimenti sul palco, beh, è stato fantastico.

Sono sempre una vedova di Burton, ma da oggi molto più allegra. Non dico di essermi commosso, figuratevi, un uomo tutto d’un pezzo come me, ‘tze, ma un po’ di polvere nell’occhio, come dice lui,  questo scappato di casa di Ostia me l’ha fatta entrare.

È successo quello che non mi sarei mai aspettato. Per un’ora e un quarto mi sono completamente dimenticato di Burton.

Grazie Milo.

Scaletta Fear Factory
01. Acres Of Skin
02. Industrial Discipline
03. Powershifter
04. Shock
05. Edgecrusher
06. Linchpin
07. No One
08. Invisible Wounds (Dark Bodies)
09. Soul Hacker
10. Roboticist
11. Martyr
12. Arise Above Oppression
13. Archetype
14. Demanufacture
15. Zero Signal
16. Replica
17. Resurrection

Formazione Fear Factory
Dino Cazares  – Chitarra
Tony Campos – Basso
Milo Silvestro – Voce
Pete Webber – Batteria

LINK:   SITO WEB   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

Tocca ai Coroner. Sono teso. Il trio svizzero è nel mio olimpo personale insieme ai Voivod. Questi due gruppi possono incidere un album di suoni corporei o fare un concerto da seduti facendo scena muta che, comunque, ne rimarrei entusiasta. Quindi, la mia capacità di giudizio, come potete ben immaginare, è irrimediabilmente compromessa.

Ma da quanto visto e udito questa sera, non credo di dire eresie nell’affermare che il gruppo in questione ha regalato una prestazione a dir poco strepitosa.

Con otto minuti di ritardo (strano… svizzeri) per qualche problema tecnico, finalmente si spengono le luci e parte “Oxymoron”.

Inizio dedicato al loro ultimo capolavoro, Dissonance Theory, e primo momento di estasi. Questi sono in tre (più uno) e con una calma e tranquillità da ragionieri che iniziano il proprio lavoro in ufficio, eseguono con una naturalezza spiazzante pezzi di difficoltà non indifferente.

E poi così, come se nulla fosse, fanno partire un brano del calibro di  “Serpent Moves” dal precedente disco di soli trentatré anni fa, Grin. Ma volete farmi benire un infarto?

Tommy, Ron e Diego, nonostante un piccolo problema iniziale, mirano più alla sostanza che all’immagine. E meno male. Scenografia essenziale che esalta la loro musica, le loro doti, la loro tecnica. Non hanno bisogno di troppi supporti scenici, loro no, di tutti i gruppi presenti quest’oggi, a loro basta solo e solamente la musica.

E allora che dire di “Symmetry”, “Tunnel Of Pain” e “Metamorphosis”, brani che trascinano il pubblico e che rappresentano il cammino di una band che non si è sprecata sicuramente a produrre dischi nella sua comunque longeva carriera, ma che comunque non ne ha sbagliato neanche mezzo.

Tremendamente compatti nel loro suono e capaci di cambiare pelle almeno tre/quattro volte nell’arco della stessa canzone, i nostri eroi (miei sicuramente) approcciano “Grin (Nail Hurt) e la nuova “Renewal” con una maestria e facilità sorprendente.

Ormai non devono dimostrare più niente a nessuno, ma ogni volta che suonano lo dimostrano lo stesso a tutti.

Gli ultimi due pezzi che vengono eseguiti al loro rientro dalla pausa sono “Reborn Trough Hate” e “Die By My Hand”. Un ultima e definitiva prova della loro origine non umana, ma aliena. Pensare, scrivere ed eseguire dei pezzi così ,non è di questa galassia.

Concerto strepitoso, per chi li conosce e li ha già visti in azione, questa sera è stata solo l’ennesima conferma di quanto la qualità sia superiore alla quantità. La musica prima di tutto . Non si può rimanere indifferenti davanti a una band di questo calibro.

Sono felice, la chiusura del festival affidata ai Coroner è stata la ciliegina sulla torta di questa giornata spettacolare. Ripensando a quanto fatto dal gruppo svizzero mi sento pienamente appagato e soddisfatto di essere un “malato di Coroner”. E sì, questa è una malattia.

Mamma mia che band!

Scaletta Coroner
Oxymoron
01. Consequence
02. Sacrificial Lamb
03. Divine Step (Conspectu Mortis)
04. Serpent Moves
05. Masked Jackal
06. Symmetry
07. Golden Cashmere Sleeper, Part 1
08. Semtex Revolution
09. Tunnel Of Pain
10. Metamorphosis
11. Grin (Nails Hurt)
12. Renewal
13. Reborn Through Hate
14. Die By My Hand

Formazione Coroner
Tommy T. Baron – Chitarra
Ron Royce – Voce, Basso
Diego Rapacchietti – Batteria
Daniel Stössel – Tastiera

LINK:   BANDCAMP   FACEBOOK   INSTAGRAM

Si ritorna al B&B. Stranamente meno stanchi di ieri, ma con una lieve tristezza per la fine del festival. Alla mia domanda chi siano i vincitori di giornata, io e Piero rispondiamo all’unisono: Coroner! Ma devo ammettere che il livello generale di oggi è stato veramente alto.

Ma i veri vincitori del “Metalitalia Festival 2026” sono invece proprio loro, i ragazzi di Metalitalia, che anche quest’anno sono riusciti ad organizzare un qualcosa di veramente eccezionale. Ci sarà sempre qualcuno che avrà modo di lamentarsi, ma, personalmente, visto il livello di professionalità che ha raggiunto questa manifestazione, non credo che le lamentele possano essere così tante e, soprattutto, che possano scalfire la determinazione e la voglia di fare bene che questa organizzazione dimostra tutti gli anni.

Ci vediamo il prossimo anno e spero per parecchi altri a venire.

Lunga vita al “Metalitalia Festival”.

Per le belle foto ringraziate il mio amico Piero e il mio amico redattore Davide di Heavy Metal Webzine.it.

Per le brutte foto, invece, ringraziate pure me. Come sempre.

P.S.: e così, oggi, è anche passato il mio cinquantaquattresimo compleanno. Auguri a me.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.