06/06/2014 : Sweden Rock Festival (Day 3) – Solvesborg (SVE)


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06/06/2014 : Sweden Rock Festival (Day 3) – Solvesborg (SVE)

Sweden Rock Festival 2014 locandina

Il terzo giorno si preannuncia speciale per chi vi scrive, con la band del cuore ad esibirsi nel ruolo di headliner e tante altre formazioni blasonate e interessanti. In questo live report vi parleremo di:

– Skillet
– Talisman
– Jaguar
– Joe Bonamassa
– Q5
– Kvelertak
– Annihilator
– T.N.T.
– Kamelot
– W.A.S.P.
– Black Sabbath
– U.D.O.
– Death SS
– Therion

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Nel tragitto pedonale per raggiungere il Rock Stage, mi imbatto nella performance degli americani SKILLET, sullo Sweden Stage. Si presentano come una formazione dal buon appeal nei confronti del pubblico più giovane, nonostante siano già al nono album. Trattasi di band che è partita da sonorità post grunge a fine anni ’90 fino a spostarsi verso lidi più affini al modern metal più influenzato dal nu metal che cerca di strizzare l’occhio alla scena alternative. Niente che mi esalti troppo, con l’alternanza di voci pulite maschili e femminili che può ricordare gli Amaranthe (che peraltro hanno anche il vocione cattivo in line-up). Buono il piglio, e anche la sincera attitudine positiva (la formazione è dichiaratamente cristiana). Non bastano per farmi restare più di dieci minuti.

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Ben altra musica quella regalataci dai TALISMAN, con un Jeff Scott Soto che però non è al top dal punto di vista vocale, meno in palla rispetto alla
recente esibizione solista al Frontiers Festival. Il carisma del frontman rimane innegabile ed è testimoniato da un divertente siparietto con Jeff impegnato a girare un video per il compleanno del figlio, con il supporto di buona parte del pubblico presente. Set che, al solito, dà molto risalto all’album eponimo, con i classici “Break Your Chains”, “I’ll Be Waiting” e “Standin’ On Fire” in bella evidenza. Il momento più toccante dello show arriva con la sentita dedica al compianto bassista Marcel Jacob. Buona prova del chitarrista Pontus Norgren, che fa anche parte dell’attuale line-up degli Hammerfall, decisamente simpatico e alla mano anche nella zona del V.I.P. Bar.

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I JAGUAR sono una delle più sottovalutate bands della NWOBHM. Già al debutto discografico, nel 1983, furono in grado di comporre e registrare il loro disco capolavoro, “Power Games”, eseguito quasi interamente in questo gig. Sugli scudi la prestazione del frontman Jamie Manton, scatenato ed in ottima forma vocale durante l’esecuzione di classici del genere come “Dutch Connection”, “Run For Your Life” ed “Axe Crazy”.
I nostri sciorinano un concerto intenso e davvero efficace per la gioia dei nostalgici di un sound mai dimenticato. L’unico membro originale superstite, il chitarrista Garry Pepperd, così come quel mattacchione di Jamie si confermano disponibilissimi anche alla fine di un concerto davvero da ricordare.

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Al mio primo concerto dal vivo di JOE BONAMASSA capisco subito dall’attacco di “Oh Beautiful” perchè il nostro è considerato uno dei chitarristi più quotati degli ultimi anni. Suono di chitarra ed acustica sensazionali, backing band solidissima, voce pulitissima e cristallina, esecuzione senza alcuna sbavatura. Joe piace a tutti, ai musicisti, agli amanti del buon rock melodico ed agli appassionati di un genere, il blues, qui omaggiato anche con covers di Gary Moore e Howlin’ Wolf (rispettivamente “Midnight Blues” e “Who’s Been Talking”). Allo shredding dei guitar heroes più “metallici” Joe preferisce un’alternanza di melodie lente e piacevoli, assoli eleganti anche se piuttosto classici ed un gioco di fino che richiama la scuola di Jeff Beck e riesce ad essere il trionfatore di questa prima parte della giornata.
Non tutti i brani solisti di Bonamassa mi entusiasmano, ragion per cui non mi sento ancora di posizionarlo tra i migliori chitarristi di sempre nel genere dal vivo, Joe, però ha sound, voce ed esecuzione da paura. Rispetto.

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I Q5 sono una classic metal band americana che ha visto i suoi “golden years” negli anni ’80 e sta cercando di far rivivere quelle sonorità grazie a questa ennesima reunion. Il vocalist Jonathan Scott K. ha perso un po’ di smalto ma i brani migliori della formazione, come la titletrack di “Steel The Light”, una sorta di mid tempo evocativo alla “Holy Diver”, “Teenage Runaway”, “Missing In Action” e “Rock On” funzionano ancora alla grande. Spazio anche per una manciata di covers dei Nightshade, formazione che continuò il discorso comincio con i Q5 con tre membri della band in seguito allo split del 1986 dovuto all’abbandono del chitarrista Floyd Rose. Band dalla sezione ritmica solida, con chitarre che fanno rivivere l’old school dell’heavy classico in modo impeccabile. Il citato chitarrista Floyd Rose, nel 1977, fu l’inventore del tremolo system, l’ormai storico e famosissimo “ponte Floyd Rose”, per sempre nella storia del rock con questa innovazione chitarristica. Concerto spassosissimo, da macchina del tempo.

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I KVELERTAK sono l’esatto opposto dei Q5, una band di ragazzi che suona un metal decisamente moderno, con un cantato in lingua madre (norvegese) che da queste parti suona di certo meno “aramaico” di quanto non risulterebbe in Italia. La formazione riprende stacchi thrash metal, li frulla con assalti di punk e metalcore e vocione che alterna parti più o meno urlate (per lunghi tratti in stile black metal) con un effetto piuttosto efficace. Nei clubs scatenano un entusiasmo ed un moshpit incredibile ma anche qui le prime file mostrano di gradire non poco.
Ho bisogno di mangiare qualcosa ed è l’unico momento propizio per non perdermi il meglio di questa giornata.

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Gli ANNIHILATOR coniugano una tecnica strumentale ragguardevole ad una grinta notevole, lo Sweden Stage è preso d’assalto da un gran numero di thrashers ed il leader Jeff Waters è davvero in gran forma con la sua chitarra funambolica. Anche il vocalist e chitarrista Dave Padden, ormai con Jeff dal lontano 2003, si dimostra davvero in palla e la band conferma il buon momento dopo l’uscita dell’album “Feast” datato 2013. Tra i tanti brani storici spiccano le renditions di “Alison Hell”, “I Am In Command”, “Phantasmagoria”, “King Of The Kill” e “Set The World On Fire”. Un’assoluta garanzia per gli amanti dello shredding in salsa thrash.

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I T.N.T. Sono una classica band da Sweden Rock Festival. Suonano un melodic metal all’europea che nel corso degli anni è diventato sempre più affine all’hard rock americano e sempre ad alto livello e hanno nel frontman, Tony Harnell, da poco ritornato in seno alla formazione, la grande voce in grado di catturare l’audience del Rock Stage con un catalogo di pezzi da novanta che hanno lasciato più di un impronta nella scena del metal melodico negli anni ’80. Questo gig dà particolare spazio alla celebrazione dei venticinque anni del disco “Intuition” (datato per l’appunto 1989), omaggiato con efficaci renditions di “Caught Between The Tigers”, “End Of The Line”, Intuition”, “Tonight I’m Falling” e “Forever Shine On” “. Una critica obiettiva non può esimersi di notare che il chitarrista Ronni Le Tekro, l’unico membro della band sempre presente in tutta la storia della formazione, è ben lungi dall’essere irreprensibile in fase solista e non è del tutto pulito nemmeno in fase di riffing, particolare che nulla può togliere ai grandissimi meriti del chitarrista in fase di songwriting e che comunque non può di certo rovinare la festa ai molti supporters della band. Speriamo di vederli anche in Italia.

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Con i KAMELOT, dal punto di vista esecutivo e visivo, lo spettacolo ha un’impennata notevole, con il nuovo vocalist Tommy Karevik accompagnato sul palco dalle fascinose Alissa White-Glutz (la nuova frontwoman degli Arch Enemy) e da Elize Ryd (Amaranthe) durante alcuni dei brani chiave della performance. Non c’è dubbio sul fatto che i Kamelot abbiano ottimi gusti quando si tratta di scegliere delle cantanti che uniscono il talento vocale ad un look vincente e la collaborazione con la band si è sempre rivelata un trampolino di lancio non indifferente per le citate vocalist. Il nuovo disco “Silverthorn”, non un capolavoro ma certamente più che apprezzabile, ha nel singolo “Sacrimony (Angel Of Afterlife)” ed in “Veritas” due tra i pezzi migliori presentati durante questa performance, anche se la classe e la magniloquenza di brani come “Forever” rimangono insuperate. Davvero notevole, al solito, la stage presence della band e non c’è dubbio che i nostri abbiano ancora la chance di aumentare il loro già considerevole seguito con le future uscite discografiche.

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Verso la seconda metà del concerto, non posso non spostarmi all’interno del tendone press conference per presenziare alla breve intervista collettiva dei BLACK SABBATH. Il sottoscritto non si lascia sfuggire la chance di fare una domanda a Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzy Osbourne anche se i nostri rimangono abbottonatissimi nelle risposte e parchi di scoop. Poco male, anche perchè ci sarà modo di vedere le leggende dal vivo nel giro di poche ore.

Alla fine della conferenza stampa ho ancora il tempo di tornare sotto al Festival Stage per gustarmi il finale del concerto dei Kamelot con i classiconi “Karma” e “March Of Mephisto” che sono sempre da non perdere.

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Gli W.A.S.P. erano stati una delle bands migliori del festival alla loro precedente partecipazione allo Sweden Rock nel 2010 e la performance di quest’anno non ha fatto che dimostrare l’ottimo stato di forma del gruppo, che ormai vanta la line-up più longeva della storia della band. Doug Blair è un chitarrista davvero sottovalutato e le sue riletture dei classici nei pezzi nuovi “Crazy” e “Heaven’s Hung In Black” hanno aiutato Blackie a riportare la band a delle vette compositive non toccate da molti anni a questa parte. In attesa del nuovo disco “Golgotha”, programmato per il prossimo anno, è il classico best of d’ordinanza a far scatenare il folto pubblico radunatosi sotto il Rock Stage. E’ vero, la band fa uso di cori preregistrati che tolgono un pizzico di live feel al concerto, ma Blackie canta dal vivo e gli altri rockano di brutto.
Gli W.A.S.P. rimangono una macchina da guerra del rock duro, anzi, una “L.O.V.E. Machine” unica nel panorama del metal melodico. Che Dio ce li conservi in questa forma ancora a lungo.

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Anche se i BLACK SABBATH sono la mia formazione preferita il critico reporter che è dentro di me non si tirerebbe mai indietro se ci fosse qualche motivo per criticare, anche duramente, la storica band di Birmingham. Il fatto è che queste leggende non sono la mia band del cuore per niente. I Sabbath non deludono, sono come le Dolomiti, può anche non essere la giornata più bella dal punto di vista metereologico ma loro sono lì, come monumenti, a scuoterti le budella con riffs dalla pesantezza e dalla profondità indescrivibile. Per chiarire, la giornata è pure piuttosto bella, e quando parte il riff iniziale di “War Pigs” si avverte la sensazione, fortissima, che quella a cui stiamo per assistere è davvero un’esibizione storica.
Ozzy, ancora all’inizio di questo tour europeo, è in grande serata e in una condizione vocale quasi sorprendente. L’unico neo della sua performance è una limitata mobilità per concentrarsi sulla voce ed i testi (da leggere sul teleprompter). Geezer Butler è in gran forma al basso ma è Tony Iommi a catalizzare l’attenzione del sottoscritto con i suoi riffs indimenticabili. La performance tocca l’ultimo disco “13” con “God Is Dead?” e l’ancor più bella “Age Of Reason”, con il guitar work di Tony in grande evidenza.
Potentissimo il drumming funambolico di Tonny Klufetos, meno jazzy ma ancora pìù dinamico del Bill Ward dei bei tempi. Il pubblico sembra ancor più numeroso dei circa trentacinquemila spettatori presenti (sold out) e la devozione con la quale pezzi di storia come “Black Sabbath”, “Iron Man”, “Children Of The Grave” e “Paranoid” vengono vissute sulla pelle di tutti fa capire chiaramente la differenza tra i gruppi precedenti e gli headliners dell’intero festival. Un altro concerto monumento da consegnare ai posteri.

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Chiamato a sostituire i Megadeth all’ultimo momento, U.D.O. è uno dei pochissimi personaggi in grado di tenere il palco senza sfigurare troppo anche dopo uno spettacolo maiuscolo come quello dei Sabbath. A rendere ancor più eccitante e speciale la performance di U.D.O. almeno dal mio punto di vista, l’interesse verso la nuova line-up, quella che ha concepito il recente “Steelhammer” – un album davvero pregevole – e la scaletta coraggiosissima, che punta su brani disseminati per tutta la carriera solista di Udo senza ricorrere ai pezzi più celebri o alla solita pletora di classiconi arcinoti degli Accept. Udo è uno di quei pochi storici frontmen ancora in grado di far cantare o tenere in ritmo alla sua audience anche sui brani meno noti della sua ricchissima discografia. Nel ruolo di eccellente artigiano del power metal il nostro riesce a coinvolgere così tanto il pubblico in virtù di una carica sensazionale ancora supportato da una voce particolarissima che regge bene il passare degli anni e da una band ancora più tecnica nella sua nuova incarnazione. Tra i brani eseguiti ricordo volentieri le nuove “A Cry Of A Nation”, “Never Cross My Way” oltre alle vecchie “In The Darkness”, “Stranger” ed il graditissimo ritorno di “Animal House”.

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A metà set di U.D.O. l’orgoglio e l’amor di patria mi fanno lasciare senza rimpianti il Rock Stage per raggiungere il 4Sound Stage dove i DEATH SS hanno da poco cominciato la loro ora di horror metal ad altissimo grado di perversione. Le scene più forti del loro spettacolo sono capaci di shockare alcuni dei presenti ma è il sound della band ad uscire vincitore. Steve è in buona forma così come il resto della sua ciurma di mostri. Si susseguono classici da un po’ tutte le epoche, in una summa della discografia del gruppo che non presta il fianco a grandi critiche visto il tempo a disposizione e le brevissime pause tra un pezzo e l’altro.
Particolarmente efficaci sono le versioni di “Heavy Demons” e “Let The Sabbath Begins”. L’aspetto visuale sarà oggetto delle chiacchiere di alcuni amici tedeschi la mattinata seguente, durante l’abbondante colazione nell’albergo per pescatori di salmone dove sono solito trascorrere le notti nel periodo dello Sweden Rock. I Death SS hanno lasciato il loro segno. E portato un pizzico d’Italia da queste parti, finalmente.

Terminato lo show dei Death SS mi precipito nuovamente al Rock Stage dove il concerto di U.D.O. sta per volgere al termine ma non prima dell’attesissimo poker (d’assi) di pezzi degli Accept posti tutti a fine set. Si parte con l’incredibile “Metal Heart” ma l’apice assoluto a livello di coinvolgimento arriva con la seguente “Balls To The Wall” con un impressionante marea umana ad innalzare al cielo la “V” di “vittoria” prima delle conclusive bordate di “I’ m A Rebel” e “Fast As A Shark”. Spasso unico.

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Prima di concedermi giusto qualche ora di riposo in vista della maratona di live sets del quarto e conclusivo giorno di Sweden Rock, il running order mi consente di colmare una lacuna piuttosto grave nel mio curriculum di “concertaro”: un’esibizione dei THERION. Grazie a Dio trattasi di un best of che mi dà l’occasione di gustarmi alcuni dei più grandi classici di sempre della band, che per l’occasione sfodera una line-up arricchita di guests ed un sound davvero degno delle sonorità magniloquenti della prog symphonic metal band. Peccato non sentire più Christofer Johnson cantare con il suo vocione growl sulla ormai mitica “To Mega Therion” dal capolavoro “Theli”, il classicone conclusivo di un set che ha visto i nostri suonare alla grande pezzi storici come “Invocation Of Naamaa”, “The Rise Of Sodom And Gomorrah”, “Asgard” e “Son Of the Sun”. Da segnalare la presenza della nuova live vocalist croata Sandra Laureano, al suo primo concerto con il gruppo.
Un magnifico spettacolo al termine di un’altra giornata di grandissima musica.

Di seguito altre foto della giornata, tutte realizzate dal nostro Massimo “Max Moon” Guidotti:

Canned Heat:

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Skillet:

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Talisman:

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Jaguar:

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Joe Bonamassa:

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Q5:

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Kvelertak:

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Annihilator:

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T.N.T.:

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Kamelot:

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W.A.S.P.:

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Black Sabbath:

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Udo:

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Death SS:

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Altre foto di contorno della giornata:

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LG Petrov (Entombed AD) con il nostro Max
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Il nostro Max con il Jaguar
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Il nostro Max con l’altro Jaguar
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Urka!

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