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Slayer – Seasons In The Abyss (1990)

Pubblicato il 29/07/2015 da in Classici | 0 commenti

Titolo: Seasons In The Abyss
Autore: Slayer
Genere: Thrash Metal
Anno: 1990
Voto: 10

Visualizzazioni post:435

Vorrei riuscire a cominciare questa recensione nello stesso modo in cui inizia l’album, ma l’energia di “War Ensemble” è più unica che rara da incontrare nel cammino della vita. Per fortuna si può premere play quante volte si vuole e far vibrare i globuli rossi nelle vene!
Il suono sporco dei JCM800, la grinta che Lombardo sprizza da tutti i pori fanno presagire che questo sarà un grande album, perché quei colpi iniziali sembrano essere contenuti, perché deve partire la binaria di cassa e rullante sparata a palla e non la si può contenere, e infatti dopo soli tre secondi si attacca col pogo. Il brano cresce di intensità fino alla voce graffiante di un Tom Araya di platino. Sembra di essere già arrivati alla fine del disco, il collo ormai non risponde più agli input nervosi, ma siamo ancora al primo minuto di “Seasons In The Abyss”, uno dei migliori dischi di sempre. Considerato l’ultimo album di una striscia vincente di puro thrash slayeriano dai fan più reazionari e conservatori, è in realtà il crocevia della carriera della band californiana. Al thrash più estremo si alternano nuove sonorità che presagiscono il giusto rinnovamento del prodotto discografico del gruppo (non la penseranno così i fan che pretendono che ogni disco degli Slayer contenga dieci”Raining Blood”).
“Seasons In The Abyss” è avvincente, prodotto da Rick Rubin, il maestro di “Reign In Blood” e “South Of Heaven”, presenta dei suoni molto ben definiti, con le chitarre calde al punto giusto, la batteria tagliente e impeccabile e un amalgama di voce e basso che rendono assai piacevole l’headbanging ma anche il semplice ascolto. La copertina di Larry Carroll anticipa i contenuti lirici del disco, che non parla certo di caramelle e cuccioli di koala, e li riassume alla perfezione: gli scheletri della società che circondano l’orrore della maschera fatta di pelle, immersi in un clima bellico e decorati con le immancabili provocazioni a sfondo religioso, i colori mesti e tetri ricreano l’immagine che si ha ascoltando una per una le tracce di questo capolavoro.
Forse non troppo evidente il messaggio di denuncia che si cela dietro ai brani cattivi e oscuri di “Seasons In The Abyss”: la società è in un declino inarrestabile con guerra e oppressioni politiche, lotte sociali, ipocrisia e depravazione che sono all’ordine del giorno in un mondo che sembra l’opposto di quello distopico raccontato da Araya e soci, ma che in realtà fa più paura delle tenebre evocate dai suddetti.
“War Ensemble” parla proprio di guerra, un atroce gioco in cui vince chi è più crudele e bastardo, uno sport in cui vince chi sopravvive e perde chi muore. Segue “Blood Red”, un brano che trascina l’ascoltatore con i ritmi delle strofe, ricche di piatti e con il semplice riff di chitarra. Il brano è un intermezzo un po’ più tranquillo, testo a parte (si parla in questo caso di oppressione politica e soprattutto di repressione nel sangue, quello rosso dei morti di piazza Tienanmen, durante la tristemente nota protesta avvenuta un anno prima la pubblicazione del disco), e sorregge da una parte “War Ensemble”, dall’altra “Spirit In Black”, che parte come un fulmine a ciel sereno e procede musicalmente diretta come un treno (possibilmente svizzero), eccetto il ritornello che fa rifiatare un po’, rimanendo comunque molto coinvolgente (parliamo degli Slayer d’altronde!).
Subito dopo la tenebrosa “Spirit In Black” si ritorna dagli Inferi sulla Terra, anzi, sulle strade, quelle in cui si consumano le violente lotte tra gang, che se raccontate da chi vive a Los Angeles non possono che essere realisticamente crude all’orecchio di chi ascolta, soprattutto se a raccontare sono gli Slayer. Si passa quindi dalle strade alle case, dove quotidianamente si può incontrare il pazzo depravato di turno, che ti invita a casa sua e che dopo averti aspettato così tanto tempo non ti tratterrà a lungo, ma per sempre. Ovviamente stiamo parlando di “Dead Skin Mask”, uno dei brani più noti della band californiana. Un pezzo ansioso, suggestivamente struggente, dai ritmi travolgenti e cattivi, con doppio pedale e chitarra ansimante, ad accompagnare i testi veramente rudi che narrano le gesta del macellaio di Plainfield, Ed Gein, uno che rapiva la gente, la uccideva e creava utensili, tavoli o maschere con i loro resti. Storie da colazione, o della buonanotte insomma.
Finita la nenia macabra di “Dead Skin Mask”, usciti dalla casa del pazzo, possibilmente indenni, si viene colpiti da un proiettile, quello di “Hallowed Point” (che poi parla proprio di “High velocity bullet at close range”, manco a farla apposta), un brano fulmineo, che per fortuna di Dave Lombardo a un certo punto ritorna a velocità umane, giusto per far ritornare il sangue in circolo correttamente, ma ormai l’arma è stata scaricata: gli Slayer non si fermano. Con la struggente “Skeletons Of Society” non fanno che rincarare la dose, evidenziando appunto il declino devastante della società occidentale. “Temptation” è un brano molto incazzoso, con tanto di gioco di voci, davvero interessante e stordente, che evoca molto bene l’effetto della tentazione: “Play with your insanity, shatter your reality, pulsing in your blood!”. “Born Of Fire” è un altro capolavoro di questo gioiello, dalle tematiche sataniche, sembra il sequel del brano precedente. Non c’è niente da fare, il pogo è necessario, tanto da non riuscire a scrivere per bene. Tre minuti e sette secondi di adrenalina, energia e potenza.
Arriva però il gran finale, il brano il cui titolo è anche quello dell’album, uno dei più riusciti della storia degli Slayer, il brano delle piramidi… “Close your eyes, look deep in your soul. Step outside yourself and let your mind go…” sembra un consiglio di Tom su come ascoltare questo brano, anche se “Seasons In The Abyss” parla di ben altro e il prosieguo è ben più cruento. Il ritmo e la cadenza, le note scelte accuratamente, la spettacolarità dell’atmosfera ricreata, il riff veramente thrash, i ricami di chitarra, gli assoli davvero evocativi, così come l’arpeggio iniziale, i crescendo e i suoni malvagi rendono questo brano uno dei più belli della storia del metal e consacrano questo album nell’Olimpo della musica. Posto guadagnato di diritto da una band che ha solo da insegnare su come si prendono degli strumenti e si fa musica per bene.
Un’aggiunta finale : questo album non merita voti al di sotto del 10. Assolutamente un capolavoro da inizio a fine.

Tracklist:

1. War Ensemble
2. Blood Red
3. Spirit in Black
4. Expendable Youth
5. Dead Skin Mask
6. Hallowed Point
7. Skeletons of Society
8. Temptation
9. Born of Fire
10. Seasons in the Abyss

Line-up:

Tom Araya – Vocals, Bass
Dave Lombardo – Drums
Kerry King – Guitars
Jeff Hanneman – Guitars

Sito ufficiale: http://www.slayer.net
Facebook: https://www.facebook.com/slayer

Recensione realizzata da Lorenzo Latino di Slaytalian Army

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