Slider by IWEBIX

Slayer – Diabolus In Musica (1998)

Pubblicato il 5/09/2015 da in Classici | 0 commenti

Titolo: Diabolus In Musica
Autore: Slayer
Genere: Thrash Metal
Anno: 1998
Voto: 10

Visualizzazioni post:448

A dar vita al metal ci pensarono Tony Iommi e compagni quando venerdì 13 febbraio 1970, nei negozi di dischi della fredda Inghilterra videro comparire decine e decine di esemplari del loro vinile del Mapledurham Watermill. “Black Sabbath”, la traccia omonima dell’album, era una continua ripetizione di quel famoso suono malvagio conosciuto in ambito musicale come “tritono” e con esso, da oltre 40 anni, dozzine di band hanno scritto intere discografie.
A dare quel tocco di magia (nera) in più al tritono poi, ci ha pensato la Chiesa, che nel Medioevo addirittura lo bandì, conferendogli il nome di “Diabolus In Musica” e sostenendo appunto che in quelle tre note a intervallo di tre toni l’una dall’altra, vi fosse il diavolo in persona. Tutto questo non poteva che essere terreno fertile per i mitici Slayer, che per molti versi hanno ricoperto le orme della storica band di Birmingham (tematiche oscure, simboli e immagini spaventosi e controversi, associati a musiche impetuose e al realismo e alla denuncia sociale). E infatti eccoci qui a parlare del loro album del 1998, intitolato appunto “Diabolus In Musica”.
Probabilmente si tratta del lavoro più criticato e maledetto dell’intera discografia, specialmente dai fan più reazionari, quelli che “se non sono tutti uguali i pezzi allora gli Slayer fanno schifo”, “ormai sono sputtanati”, “Dave Lombardo è insostituibile”, “Kerry King è stronzo e non doveva farsi cadere i capelli”, “i capelli sono insostituibili”, tam tam tam na na nà na na nà na nà na na Raining Blood! A morte la fantasia! Certo, ci sono alcune caratteristiche tipicamente Nu Metal, che sono un po’ una grande sconfitta per il thrash più tradizionale, come l’uso del sintetizzatore vocale in “Death’s Hand” (e non solo), ma è il 1998, ed è giusto per una band in giro da quasi vent’anni sperimentare cose nuove, soprattutto se ci riesce alla grande. Per chi è in disaccordo ecco il link della recensione di “Raining Blood”.
In fondo sono sempre gli Slayer, le chitarre sono ancora con gli Humbucker, gli amplificatori sono sempre quelli, la voce di Tom Araya in gran forma. Il basso è più furioso (e meno male, visto che in altre produzioni c’era e non c’era, come volumi ed equalizzazione – ma un motivo c’è se la storia è andata così, ed è meglio non andare a cercare le singole tracce di basso per non rimanere spiacevolmente sorpresi) e più presente, la batteria è sempre spaventosamente potente, ricca di artifici e sicuramente molto più articolata rispetto alle precedenti registrazioni. Forse questi ultimi due dettagli hanno spinto le sonorità verso l’allora ascendente Groove Metal, ma in fondo è solo un arricchimento del sound, un’evoluzione piacevole all’orecchio della storia musicale del gruppo. Non ci si può lamentare più di tanto poi, perché i riff sono sempre marchiati Slayer, inconfondibili: “Overt Enemy”, minuto 02:54.
“Bitter Peace” apre in modo lento l’album, con un richiamo palese al groove metal panteriano, anche grazie alla particolare accordatura tanto amata da Kerry King, quanto odiata dai fan degli Slayer. Ma all’incipit in crescendo (e poi maestosamente interrotto sul più bello), segue un riff micidiale e velocissimo, tipicamente Thrash, con tanto di strofa che ricorda bene i fasti di “Seasons In The Abyss” (l’album). L’intero brano è inequivocabilmente incazzoso e bello, carico e pesantissimo. Segue “Death’s Hand” con intro veramente groovy, strofa punk, batteria grunge e sintetizzatori vocali già citati in precedenza. A 00:58 sembra di ascoltare “Whola Lotta Love” dei Led Zeppelin, ma poi si ritorna con la rabbiosa parlata di Araya che anticipa una psichedelica chitarra a intermittenza. Il brano è molto sperimentale, e molto ben riuscito. Verso metà cambia il ritmo, e ricorda un po’ “Gemini”, del precedente “Undisputed Attitude”.
“Stain Of Maind” è un bel brano, dal riff iniziale incalzante. Non da meno quelli successivi. La scordatura in “drop” permette di costruire brani dalle ritmiche più veloci e coinvolgenti, grazie anche a un bel lavoro di batteria di Paul Bostaph e alla capacità compositiva senza pari del glorioso Jeff Hanneman, molto fantasioso e innovativo. Non sono un caso le influenze hardcore in questa prima parte di album.
“Overt Enemy” è un brano in costante crescendo, ricco di doppia cassa – davvero spasmodica – e di riff niente male, dei quali già ho fatto menzione qualche riga più in su. Il successivo pezzo “Perversions Of Pain” è un tipico brano-treno della band, che non può non piacere, perché spinge davvero tanto. Discorso diverso per “Love To Hate”, che a molti fans ha fatto rientrare il naso nella faccia, forse per lo stile troppo strano e ci si chiede come sia possibile che gli Slayer l’abbiano davvero registrata una cosa del genere. Ebbene sì, è successo, ed è un successo, perché un brano del genere spacca davvero, per quanto si possa dire non convenzionale. Non è facile sperimentare, per niente, ma quando hai un visionario nella band le cose cambiano davvero. 10+ a Hanneman solo per questo pezzo.
“Desire” è musicalmente un buon brano, che dura troppo forse per via delle ripetizioni strutturali che ci sono, specie perché la strofa è sussurrata, ma allo stesso tempo si può dire che l’idea e il concetto siano davvero azzeccati. La performance di Tom Araya è ineccepibile, così come è ineccepibile la prestazione dell’intera band in “In The Name Of God”, un brano che in 3 minuti e 38 cambia non so quante volte di ritmo e di riff, per non parlare dell’incipit grintoso e massiccio. Complimenti a iosa anche per “Scrum”, che inizia come spesso accade in questo album, con una batteria davvero imponente, e che è davvero ben costruita, specialmente grazie al bellissimo bridge con tanto di phaser a 00:37, che precede un’altra perla, uno dei riff più belli mai scritti da Hanneman e un assolo a pioggia al minuto e mezzo. Due minuti e diciotto di pregevole fattura thrash metal.
L’album finisce con la criticatissima “Screaming From The Sky” che ha uno stile particolare – ma non tanto distante dal percorso evolutivo della band – e un bel testo di denuncia alla barbarie dei bombardamenti aerei (non è piacevole stare di sotto) e con “Point”, un brano che non può deludere nessuno, assolutamente.
L’album è considerato da moltissimi fans il peggiore della carriera della band. In effetti per un aficionado vedere un album con una copertina certamente diversa dalle precedenti, un po’ più artistica e concettuale, meno cruenta, con un font insolito (in effetti il logo non c’è e quei caratteri alieni non ci azzeccano proprio), sentire qualcosa di inconsueto, di nuovo, di sperimentale è strano, brutto, difficile da digerire. Come un genitore che non vuole che il proprio figlio cresca. Ma le cose non vanno così e con questo album gli Slayer sono cresciuti molto, hanno dimostrato di saperci fare e forse sono riusciti a farsi odiare per aver fatto un album che a scapito di quello che si dice potrebbe essere incredibilmente il migliore della carriera. Sui gusti si può discutere, ognuno ha la sua opinione, ma sulla qualità di questo (capo)lavoro no.

Recensione realizzata da Lorenzo Latino di Slaytalian Army

Tracklist:

1. Bitter Peace
2. Death’s Head
3. Stain of Mind
4. Overt Enemy
5. Perversions of Pain
6. Love to Hate
7. Desire
8. In the Name of God
9. Scrum
10. Screaming from the Sky
11. Point

Line-up:

Tom Araya – Vocals, Bass
Paul Bostaph – Drums
Kerry King – Guitars
Jeff Hanneman – Guitars

Sito ufficiale: http://www.slayer.net
Facebook: https://www.facebook.com/slayer

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *