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Slayer – God Hates Us All (2001)

Pubblicato il 14/09/2015 da in Classici | 0 commenti

Titolo: God Hates Us All
Autore: Slayer
Genere: Thrash Metal
Anno: 2001
Voto: 9

Visualizzazioni post:456

Sicuramente un box set con tutti i pezzi più noti della band non è il massimo dell’originalità, ma in questo caso ci sono chicche che non fosse stato per “Soundtrack To The Apocalypse” non avremmo (forse) potuto ascoltare.
Ah già, ho sbagliato album. C’è questo aneddoto divertente per il quale l’album degli Slayer in questione si chiama così (e non “Soundtrack To The Apocalypse”, titolo accantonato momentaneamente e riservato poi per una raccolta pubblicata nel 2003, il cui nome calza a pennello), ed è una di quelle classiche storie piene di celebrità che tra di loro scherzano e fanno nascere idee geniali. “God Hates Us All” doveva essere solo una frase d’impatto (presa dal ritornello di “Disciple”) da scrivere su una linea di magliette, una di quelle sadiche piene di sangue che siamo abituati a vedere dai rivenditori di merchandising per metallari drogati. La proposta fu addirittura di un membro dei Pantera! E così, ridendo e scherzando, Kerry King, che nella sua vita ha deciso di imbastire una crociata al contrario, la “buttò lì”, come si suol dire: vada per la linea di magliette, ma perché non chiamare così l’album? Ne è venuto fuori il titolo più provocatorio di uno degli album più provocatori della storia della band, che è sempre stata un po’ sopra le righe su questi temi, ma che fino ad allora non si era mai spinta a tanto.
Neanche i testi scherzano, anzi rafforzano la tesi sostenuta nel titolo (come già detto, preso dal testo di un brano), per la quale il Creatore ci odia un po’ tutti. L’intero disco è un misto di problematiche socio-spirituali e il significato dietro la provocazione è profondo, perché parla di odio e di violenza, di terrorismo (fa paura come questo album sia stato pubblicato esattamente l’11 settembre 2001… Di invasati in giro ce ne sono tanti, magari qualcun altro si sognerà di fare causa agli Slayer anche per questo), suicidio e di come un’entità divina e onnipotente che potrebbe impedire certe cose permetta invece che siano all’ordine del giorno.
È il cosiddetto “problema del male”, secondo il quale è un controsenso mettere agli antipodi un’entità malvagia e un essere supremo e onnipotente che ama tutti allo stesso modo: praticamente la domanda “Se Dio può tutto, può creare un masso che non può sollevare?” inserita in un contesto più difficile da analizzare che in una recensione discografica. Ad ogni modo il titolo è l’ennesima provocazione nei confronti di certa società, come anche la copertina originale, che raffigura una bibbia chiodata e insanguinata con il logo della band bruciato sopra. Stranamente Kerry non l’ha mai gradita, perché avrebbe sicuramente proposto qualcosa di peggio (l’idea fu della Def Jam) a differenza del titolo (che si è pure tatuato e lo vedi felice come un bimbo quando lo mostra).
Le danze si aprono con “Darkness Of Christ”, una specie di introduzione di “Ghost Of War” in chiave moderna, voci che girano nelle cuffie e Tom Araya che urla, al posto dell’assolo di chitarra (tutto accompagnato da un bel riff e una batteria su di giri). L’urlo finale, edulcorato dall’equalizzazione volutamente alla cazzo di cane e snaturato della sua potenza da quel maledetto sintetizzatore, anticipa, anzi, introduce l’ascoltatore all’album “vero e proprio”, che parte con uno dei brani più riusciti del gruppo: “Disciple” è un concentrato di punk, thrash, groove, odio e corde vocali di Tom Araya. L’intro e il riff iniziale sono da lode, tra i più riusciti e adattissimi alla composizione di questo brano coinvolgente anche in quel ritornello che lascia la testa in sospeso dopo l’headbang infernale di prima.
“God Send Death” è la traccia numero tre ed è la dimostrazione di come la band sia incazzata con il povero God. Sebbene ci siano musicalmente dei richiami al vecchio thrash, questa traccia rappresenta la nuova fede della band, fino all’assolo che è da grande classico degli Slayer. Ho parlato di nuova fede non a caso, perché la traccia successiva è proprio “New Faith”, un brano di sostanza, con chitarre che si mantengono in forma, ma con un buon lavoro di Bostaph che accompagna le urla disperate di Araya e ti viene da strapparti i capelli per l’empatia che si genera nel sentirlo in quelle condizioni. Ad ogni modo, nonostante molti facciano i fighi, i cantanti, gli esperti, i cazzoni di turno, Tom Araya è uno dei cantanti migliori del metal e dire che non sa cantare o che non ha voce è un insulto a sé stessi, perché si dimostra di non aver capito niente. Questo album è l’ennesima prova delle capacità vocali di un uomo che diventa bestia quando urla ma che non si sforza minimamente nel farlo e che comunque riesce a tornare calmo in un attimo e a fare bene anche in quel modo. Le chitarre non sono consistenti o di rilievo a parte in qualche fraseggio fondamentale, ma accompagnano il cantato, anzi, l’urlato smodato, che è il vero protagonista nella maggior parte dei casi. Il disco non si sarebbe potuto fare senza una voce così, ma allo stesso tempo, una voce così aveva bisogno di una grande capacità compositiva della coppia King-Hanneman, che comunque ha tirato fuori dei pezzoni, musicalmente parlando, riuscendo sempre a spaziare e non limitandosi ai soliti riff. “Thereshold”, ma soprattutto “Exile” sono dei degni esempi.
“Seven Faces” è un lento che rilassa (per modo di dire) un attimo il ritmo, con quel clean iniziale che sarebbe potuto durare di più. Subito dopo viene un altro pezzone che ha resistito al tempo diventando una hit del gruppo. Solo gloria alla mitica “Bloodline”, un brano che non si può non ascoltare due, tre, ma anche quattro volte di fila. Suona davvero bene in tutte le sue parti ed è stata davvero una bella trovata, oltre ad essere un lavoro corale del gruppo (testo di Araya e Hanneman, musica di King e Hanneman, un uomo di cui non si poteva fare a meno, sinceramente).
“Deviance” è un brano simpaticissimo, soprattutto quell’introduzione con urla. Il titolo probabilmente è un tributo all’uso deviato del chorus, che crea un effetto più che tetro. Il brano è lento, ma tira fuori una gran cattiveria e ha un ritmo bellissimo, con delle parentesi lodevoli, come al minuto 01:40, con quei colpi di cassa ad anticipare il refrain che non è qualcosa a cui la band ci aveva abituato, ma che come un fulmine a ciel sereno sorprende, in positivo però. DEEEVIANCE! DEEEVIANCE! DEEEVIANCE! DEEEVIANCE! Dio mio, parte subito “War Zone”, un brano che più potente non poteva essere, dalle prime note. Lo uso come sveglia, quindi lo odio nonostante sia uno dei miei preferiti! Applausi a Paul Bostaph per il lavoraccio.
A chiudere questo bel chef d’oeuvre ci sono poi due brani completamente diversi tra loro: il primo, “Here Comes The Pain”, è più lento e più tendente al groove metal (non a caso è stato scelto come brano per qualcosa che ha a che vedere col wrestling, che fino a che so io era pregno di musica di questo genere); il secondo è l’ennesimo pezzo che tutti vorrebbero aver scritto e che tutti vorrebbero nella scaletta del prossimo live degli Slayer, giusto per pogare brutalmente per 3’05’’: “PAYBACK”! Sicuramente nella top 5 dei brani più tirapugni del gruppo, che conclude in bellezza l’album con un bel “You’re fucking shit!”. Puro thrash per un disco davvero ricco da annoverare tra gli imperituri slayeriani.

Recensione realizzata da Lorenzo Latino di Slaytalian Army

Tracklist:

1. Darkness of Christ
2. Disciple
3. God Send Death
4. New Faith
5. Cast Down
6. Threshold
7. Exile
8. Seven Faces
9. Bloodline
10. Deviance
11. War Zone
12. Here Comes the Pain
13. Payback

Line-up:

Tom Araya – Vocals, Bass
Paul Bostaph – Drums
Kerry King – Guitars
Jeff Hanneman – Guitars

Sito ufficiale: http://www.slayer.net
Facebook: https://www.facebook.com/slayer

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