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Iron Maiden – The Book Of Souls (2015)

Pubblicato il 23/09/2015 da in Nuove uscite | 2 commenti

Titolo: The Book Of Souls
Autore: Iron Maiden
Genere: Heavy Metal
Anno: 2015
Voto: 6.5

Visualizzazioni post:489

Come cambiano i tempi. I primi ascolti di “The Book Of Souls”, nuovo album degli Iron Maiden, sono avvenuti (per me) su Spotify, in attesa dell’arrivo della copia fisica. Cinque anni fa, ai tempi di “The Final Frontier”, in Italia questo servizio non esisteva ancora.
Il disco è uscito lo scorso 4 settembre (arrivando al primo posto in Italia, complimenti) e questa recensione va online venti giorni dopo: come mai? Perchè “The Book Of Souls” è un album che va ascoltato tante volte, va assimilato, scoperto piano piano e solo allora va giudicato, pur con un’obiettività da metallaro e quindi sicuramente influenzata dagli oltre trent’anni di storia della band.
Undici canzoni. Due dischi, novantadue minuti di musica. Sono tanti i recordi di questo album: mai gli Iron avevano pubblicato uno studio album su due dischi, mai avevano raggiunto i 92 minuti di musica, mai avevano realizzato una canzone lunga quanto “Empire Of The Clouds” con i suoi 18 minuti.
Il risultato finale? Così così. Il nuovo corso degli Iron Maiden, quello dal 2000 in poi, ci ha abituato ad album sempre più lunghi, con ampie parti strumentali ma con ben impressi i caratteristici trademark dei Maiden, solo più diluiti nei minutaggi a volte eccessivi. Non va dimenticato che in questi anni e con questi ingredienti è nato lo splendido “Dance Of Death”, lungo sì, ma epico e avvincente.
“The Book Of Souls” non è a quei livelli, anche se alcune canzoni sono sopra la media, come l’opener “If Eternity Should Fail”, con un Bruce in grande spolvero (nonostante la malattia, per fortuna superata, l’operato di Bruce Dickinson in questo album è ad altissimi livelli), un ritornello melodico e pronto ad essere cantato. Anche la successiva “Speed Of Light” ci fa pensare ad un ritorno degli Iron in grande stile, con un brano adatto per i live e scelto come singolo. Gli Iron negli album passati non erano stati particolarmente abili nella scelta del singolo, in questo caso invece ci hanno azzeccato. Non va male nemmeno con “The Great Unknown”, che si avvicina ai lunghi brani presenti sin dai tempi di “Virtual XI” con un crescendo sicuramente coinvolgente. Arrivano i primi dolori ed è un peccato associarli a Steve Harris, che risulta l’unico autore di “The Red And The Black”, un brano molto lungo (oltre tredici minuti) che nonostante i ripetuti ascolti si fatica ad apprezzare, anche per via delle varie soluzioni che si trovano al suo interno e che magari sarebbero state più godibili in un lasso di tempo minore.
“When The River Runs Deep” è un ottimo esempio di paragone con la canzone precedente: anche qui ci sono diverse soluzioni, ma la durata contenuta del brano (nemmeno sei minuti) fa sì che si possano gustare una dopo l’altra senza troppe pause e il risultato finale è quello di un brano diretto e piacevole.
Il primo disco viene chiuso dalla titletrack, con la quale si tornano a sforare i dieci minuti e non vengono modificati i nostri pareri: bel brano, ma decisamente troppo prolisso.
Fine prima parte, quasi cinquanta minuti di disco, e via con la seconda: si parte alla grande con “Death Or Glory”, altra dimostrazione che sui brani più brevi gli Iron non sbagliano. Con il suo ritmo incalzante e con il ritornello semplicissimo, si candida ad essere uno dei brani live del prossimo tour (gli Iron hanno dichiarato che saranno presenti tre o quattro brani di questo album nella prossima setlist live). Si va avanti in maniera non troppo veloce ma comunque piacevole con il terzetto “Shadows Of The Valley” (non è “Wasted Years” anche se ci somiglia…), “Tears Of A Clown”, dedicata a Robin Williams, e “The Man Of Sorrows”, brani neanche troppo lunghi che funzionano e che si confermano standard per il nuovo corso intrapreso dagli Iron. L’attesa è tutta per la finale “Empire Of The Clouds”: oltre 18 minuti di durata, la canzone dei record. E come suona? Bene, è una bella canzone, con tanto pianoforte (suonato da Bruce Dickinson), una partenza lenta che piano piano sale. Un brano atipico, che tra l’altro verrà escluso (a quanto detto dalla band) dai concerti, tutto da ascoltare perchè è veramente in grado di emozionare.
Che dire quindi, dopo questa recensione-fiume, riguardo al disco nel suo complesso? Cerchiamo di essere obiettivi: il nuovo corso degli Iron Maiden prosegue tra episodi più o meno riusciti; la durata di “The Book Of Souls” poteva essere abbassata di venti minuti e tutto il disco ne avrebbe giovato (diciamolo chiaramente). Come i precedenti “The Final Frontier” e “A Matter Of Life And Death” c’è il forte rischio che “The Book Of Souls” possa avere scarsa longevità, sopratutto in questi ultimi anni di musica “mordi e fuggi”, anche in campo heavy metal. Lo ascolteremo ancora tutto intero tra sei mesi? E tra due anni? O pescheremo dal mucchio “Dance Of Death”, senza scomodare i lavori del vecchio millennio? Voi che ne dite?

Tracklist:

CD 1:

1. If Eternity Should Fail
2. Speed of Light
3. The Great Unknown
4. The Red and the Black
5. When the River Runs Deep
6. The Book of Souls

CD 2:

1. Death or Glory
2. Shadows of the Valley
3. Tears of a Clown
4. The Man of Sorrows
5. Empire of the Clouds

Line Up:

Bruce Dickinson (Voce, Piano su “Empire of the Clouds”)
Dave Murray (Chitarra)
Adrian Smith (Chitarra)
Janick Gers (Chitarra)
Steve Harris (Basso, Tastiere)
Nicko McBrain (Batteria)

Sito ufficiale: http://www.ironmaiden.com
Facebook: https://www.facebook.com/ironmaiden
Etichetta Parlophone / Warner – http://www.parlophone.co.uk

  1. Guarda, non voglio essere pignolo perchè di solito non commento le recensioni.Solo che tu hai scritto praticamente solo note positive per quasi tutte le canzoni del disco dicendo che poi l’album non soddisfa pienamente.Che senso ha non l’ho capito.

    • E’ obiettivamente difficile che gruppi come Iron Maiden, Metallica, Judas Priest o Dream Theater (solo per citare alcuni esempi) facciano dischi veramente brutti, diciamo da 5 in pagella. A distanza di tanti anni le loro canzoni mantengono quegli ingredienti di base che ce li hanno fatti amare, anche se con l’andare degli anni ci sono stati cambiamenti nello stile, più o meno apprezzati. A mio parere il disco degli Iron è comunque positivo e ho cercato di evidenziarne i lati migliori, ciò non toglie che rispetto ai precedenti sia un gradino sotto (altra cosa che ho scritto). E i paragoni li ho fatti con i dischi del nuovo corso, perchè è inutile – a mio parere – scomodare quelli del millennio scorso. Queste rece non sono facili, gli Iron sono il mio gruppo preferito e quando parli di loro devi per forza di cose guardare al loro ingombrante passato, bisogna veramente soppesare ogni parola e se qualcosa non si è capito mi dispiace!

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