Slayer – Repentless (2015)

Titolo: Repentless
Autore: Slayer
Genere: Thrash Metal
Anno: 2015
Voto: 6.5

Visualizzazioni post:1379

Salve a tutti, sono un metallaro con la puzza sotto il naso. Esigo il meglio da ogni artista, ma soprattutto, esigo che faccia quello che voglio io. Inoltre non mi va mai bene niente, solo i classici del passato, quindi non mi venite a parlare di produzioni nuove che vi sputo in un occhio, fanno tutte schifo. In pratica se fossi nato in tempo avrei avuto da ridire su tutto ciò che adesso osanno come capolavoro della musica, pietra miliare e sacrosanta fonte di ispirazione. Di cosa parliamo oggi? “Repentless”? Allora spariamo un po’ di merda su questo album visto che Dave Lombardo non c’è più nella band e dopo la morte di Jeff la band non doveva andare avanti perché non è più la stessa cosa (ma gli album da “Divine Intervention” a “World Painted Blood” facevano comunque schifo, sia chiaro!). Apprezzo gli Slayer quindi gli do un bel 6,5 di incoraggiamento.
Di recensioni su “Repentless” ne ho lette tante, tutte in fila come all’Apple Store e tutte più o meno suonano così. Praticamente una sfilza di metallari saccenti non vedeva l’ora di dimostrare la propria superiorità perché fa figo criticare il nuovo. Ne ho visti di voti dati così, di “sì, ma io so far meglio, cioè zio, alla fine gli Slayer cioè zio, dai”. Certo, non bisogna nemmeno essere dei fanboy, che appena esce una cosa della propria band preferita è subito manna dal cielo, anche perché l’ho ascoltato questo disco e ci sono cose davvero strane, però quello spiccato apriorismo di chi si spaccia per esperto ma dice male a prescindere di tutto fa proprio vomitare. Insomma, quando si parla di un nuovo prodotto di una band storica bisogna stare attenti a non essere haters né ciechi (o meglio sordi), bensì si deve cercare la maggior asetticità possibile. Per questo ho preso il giusto tempo per ascoltare e digerire bene il disco e parlarne imparzialmente (spero di riuscirci, altrimenti fa niente, cazzi vostri).
Ad ogni modo, Jeff Hanneman era un grande, un visionario, uno che aveva uno spiccato senso del groove, dell’hardcore, del punk e del metal, e che sapeva modellare delle vere macchine da guerra quando si metteva a comporre, e la sua assenza si sente. Il modo silenzioso in cui se n’è andato ha creato un vuoto incolmabile, ma Kerry e Tom hanno fatto la cosa giusta, perché la band ha sempre dimostrato la propria superiorità nei confronti di argomenti tragici e si è dimostrata forte, lanciando un bel messaggio ai fan. Chi ha voglia di criticare questa scelta è pazzo, anche perché lo stesso Hanneman aveva a suo tempo designato il suo erede.
Ma partiamo con il disco, che nelle mie orecchie ormai va a palla da settimane, giorni e ore. Il signor King ha provato una partenza in quarta, con una strumentale “Delusions Of Saviour” che ha tanti sapori, anche molto interessanti, ma a lungo andare sembra assolutamente più una parte strumentale di quei brani interminabili degli ultimi Metallica. Sinceramente, sarebbe stato meglio fosse finito dopo i primi 56 secondi, perché il restante minuto è qualcosa che davvero poteva essere risparmiata, ma è giusto così. Il motore si è spento facendomi sobbalzare sul parabrezza quando a fine brano le chitarre fischiavano e io mi aspettavo che la title track partisse da lì. Invece quell’assurdo stacco mi fa pensare che chi ha prodotto il disco, riascoltato, masterizzato, riascoltato, stampato, riascoltato, pubblicato, venduto e spedito, fosse costantemente ubriaco o abbia ascoltato tutto tralasciando la prima traccia. Ma fortunatamente al numero due di questo fantastico dischetto c’è un brano lungamente anticipato, e qui la partenza è buona, la macchina diventa un treno, e travolge tutto ciò che c’è davanti: l’hannemanthem (il cui testo sembra più da primo album che da band navigata) musicalmente spacca, “fa morti sotto il palco”, ha un riff elettrizzante, una cadenza impetuosa e un puro spirito thrash. Mi piace davvero tanto, ed è composto in tutte le sue parti con un certo gusto (bellissimi poi gli assoli, eseguiti da Holt come stesse sorseggiando un bicchiere d’acqua, da come si evince nel primo video rilasciato per questo pezzone), che poi esplode nel video ufficiale che ok ricorda un’altra clip dei cugini di San Francisco, ma qui ci sono le mazzate e Danny Trejo. Con tutto il rispetto per i capelli ossigenati di Lars Ulrich, ma volete mettere?
“Take Control” sembra voler uccidere tutti di crepacollo sulla falsariga di “Repentless”, con un riff iniziale da capogiro e la solita combinazione cassa-rullante a ruota che fa strappare i capelli per la potenza. Anche “Vices” non scherza, con quel tono più pesante e heavy tipico degli ultimi Slayer, un bel pezzo, che fa riposare il collo, ma che ha un bel groove e quindi ti fa battere il piede a ritmo, grazie anche a quelle trovate geniali come quella al minuto 1 e 43. Niente di speciale, eppure, una buona combinazione tra riff, batteria e basso. Tutto insieme è da lode. “Cast The First Stone” è un brano potente, carico, sporco, anche questo trascinante ma più heavy e meno thrash, con un certo barocchismo dietro le pelli che nell’insieme crea un bell’effetto di casino ordinato. Niente di epico ma è una ciambella che il buco ce l’ha. A questa serie di brani segue l’eccellente cover di “213”, ah no. “When The Stillness Comes” è il brano della sperimentazione, forse la band non era mai arrivata a tanto, facendo incazzare i più. Il pulito iniziale è tipicamente alla Slayer, scherzi a parte sulla somiglianza netta all’altro brano sopracitato. La voce di Araya non è più quella sexy di prima, adesso c’è la barba enorme che l’ha fatta diventare rauca, e onestamente il brano rende moltissimo soprattutto grazie alla sua prestazione da solista vero, su un batteria-basso molto d’atmosfera. E poi c’è il riff finale, che se solo fosse durato un quarto d’ora in più sarebbe stato ancora più bello. Una delle tracce più belle dell’album, a differenza di “You Against You”, che è troppo ridondante anche per un fan dello 0-0-0-0 e delle urla a cazzo come me. Per fortuna è seguita oltre che dalla già menzionata traccia rilasciata per il Record Store Day, da due altri pezzoni: prima c’è la grintosissima “Chasing Death”, che devasta tutto, e poi c’è “Implode”, brano più lungamente anticipato di ogni cosa. Quando è uscito il singolo, Kerry King aveva ancora i capelli ricci, ma devo dire che a distanza di secoli si fa sentire e pure bene: il riff iniziale è bello, è davvero bello, compresa la batteria che lo accompagna (sembra poco, ma dice tantissimo), comincia piano, si smarca sulla linea laterale a 00:48 e parte alla carica con un crescendo da affanno che a me non permetterebbe fisicamente di gridare “Implooooooooode!” come fa il nostro Tom. Ma in fondo, se in una notte riesce a portare i regali a tutti i bimbi di questo mondo, può far tutto. Da quel momento il brano non smette più di correre. Da ascoltare 3-4 volte di fila perché dura poco altrimenti. Scende la lacrimuccia a sentire “Piano Wire”, perché si sente chi è stato a comporlo. Ogni singola nota, ogni singolo secondo sono un brivido dietro la schiena. Un brano probabilmente ordinario in un qualsiasi altro album precedente a questo, ma qui non può che scaldare il cuore oltre a risaltare per l’unicità stilistica non conforme al resto del lavoro. Solo due minuti e 48, e poi viene fuori la vena punk della band con una spietata “Atrocity Vendor”, che è emblematica dei tempi più classici della storia del gruppo. Un bel pezzo anche questo.
“You Against You” ha un’introduzione carinissima con Bostaph che si diverte ad andare in direzione opposta, e poi esplode insieme agli altri tre in un lavoro corale di adrenalina metallara che si scatena in quei 34 secondi di assolo di chitarra da peli drizzati. L’avevo sottovalutato al primo ascolto, ma mi sono accorto subito dopo di quanto fosse potente! Per non parlare di “Pride In Prejudice”: bella, bellissima, soprattutto per il suo significato.
Un buon album, anche se certo, gli Slayer cioè ormai eh… ma va bene dai, gli do un bel 6,5 di incoraggiamento, così magari leggono la mia recensione e decidono di incoraggiarsi. Mi raccomando, poi tutti a farci autografare il disco il 5 novembre.

Recensione realizzata da Lorenzo Latino di Slaytalian Army

Tracklist:

1. Delusions of Saviour
2. Repentless
3. Take Control
4. Vices
5. Cast the First Stone
6. When the Stillness Comes
7. Chasing Death
8. Implode
9. Piano Wire
10. Atrocity Vendor
11. You Against You
12. Pride in Prejudice

Line-up:

Tom Araya – Vocals, Bass
Kerry King – Guitars
Paul Bostaph – Drums
Gary Holt – Guitars (lead)

Sito ufficiale: http://www.slayer.net
Facebook: https://www.facebook.com/slayer
Etichetta Nuclear Blast – http://www.nuclearblast.de

 

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