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Holy Martyr (Ivano Spiga)

Pubblicato il 13/03/2017 da in Interviste | 2 commenti


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Gli Holy Martyr sono, senza ombra di dubbio, una delle mie band preferite, nonché tra le migliori in Italia e pure oltre confine: non esagero affatto dato che, sin dai tempi di “Hatred & Warlust”, la musica della band è sempre riuscita ad arrivare alla mia anima (e, a quanto pare, anche a quella di un nutrito gruppo di fedelissimi fans!) regalandomi emozioni a vagonate. Dopo un lungo silenzio che mi aveva fatto temere il peggio, i “miei” Holy Martyr sono tornati con un nuovo e splendido album intitolato “Darkness Shall Prevail”: non potevo perdere l’occasione di scambiare qualche parola con il fondatore e chitarrista Ivano Spiga, come sempre disponibilissimo a rispondere in modo esauriente alle mie domande!

Ciao Ivano, è un onore ospitarti nuovamente sulle nostre pagine! Innanzitutto vorrei chiederti come stai e come vanno le cose in generale.. so che da tempo non vivi più a Milano, giusto?

L’onore è il mio di essere intervistato da un fan di lunga data come te. Vivo e lavoro in Abruzzo dal 2012, le cose ora vanno abbastanza bene… e dopo un nuovo disco sicuramente meglio.

Il motivo di quest’intervista è, ovviamente, il nuovo album targato Holy Martyr: “Darkness Shall Prevail” esce a ben sei anni da “Invincible”. Vuoi raccontarci cos’è successo in seno alla band? C’è stato un periodo di silenzio assoluto che mi ha fatto pensare alla fine degli Holy Martyr..

Attualmente metà gruppo sta a Milano, l’altra fra l’Aquila e Roma. Eros ha preferito non continuare un progetto a distanza e Daniele ha perso un momentaneo interesse per la musica proprio in quel periodo. Penso che agli inizi sia stata una botta tremenda per me ed ha sicuramente rischiato di spegnere il gruppo per sempre. Purtroppo tutti lavoriamo e la musica è solamente un hobby, a volte piuttosto impegnativo, ma fortunatamente il gruppo ha una resilienza straordinaria, soprattutto il sottoscritto. Per riuscire a portare avanti quest’album abbiamo lottato con le unghie e i denti, qualsiasi gruppo si cimenti a suonare un genere “Epic Metal” dovrebbe prima raffrontarsi a noi, che la guerra la combattiamo anche nella vita reale, siamo guerrieri fuori e dentro le nostre canzoni insomma. Il motivo del silenzio è stato dettato dal fatto di non poter dire nulla di nuovo ed aspettare che si risolvessero tutti i problemi. Alla fine siamo come quegli eroi che sembra siano definitivamente morti, poi improvvisamente si rialzano e sono più forti di prima!

Ricordo che anche in passato, nel periodo successivo all’uscita di “Vis Et Honor”, ci fu un momento di stallo, in cui non riuscivo più a contattarti. Ci sono delle affinità tra le cause di queste due “pause” o non hanno nulla a che vedere una con l’altra?

Anche quel periodo è stato abbastanza critico, venivamo da tre piccoli lavori autoprodotti senza nessun tipo di contratto discografico in vista, anche in quel frangente o vai avanti o rischi di fermarti per sempre. La cosa in comune sono i problemi che possono affliggere dei gruppi piccoli come il nostro, il silenzio serve per metabolizzare e chiarire le idee. Posso dire che stavolta è stato probabilmente più difficile uscirne fuori ma ho avuto ottime armi per andare avanti.

Quando e come hai capito che la storia degli Holy Martyr non era ancora arrivata al suo epilogo? Chi o cosa ti hanno dato la spinta per ripartire?

Beh… diciamo che nel 2013 ho lasciato dietro persone con cui ho condiviso oltre dieci anni di vita musicale assieme, siamo praticamente fratelli. Sono arrivato da solo in un posto completamente diverso e ostile, in compagnia delle mie chitarre e con un album che fermentava nella testa. Il materiale era così buono che ho fatto di tutto per poterlo realizzare, fosse stata pure l’ultima cosa che facevo in vita. Questo è stato di grande aiuto, ma soprattutto pensare ai tanti fan che ci seguono in svariate parti d’Italia e d’Europa. Se siamo ancora qui è grazie a loro!

Gli attuali Holy Martyr presentano nelle proprie fila due nuovi innesti, Stefano Lepidi e Paolo Roberto Simoni: ti va di farceli conoscere un po’ meglio? Come si sono integrati con i tre veterani Ivano, Alex e Nicola?

Stefano Lepidi è stato il primo nuovo acquisto della band, nel 2013. La sua presenza è stata fondamentale, considerando che in quel periodo non avevo altri su cui fare affidamento per proseguire. La cosa positiva è che Stefano era già un fan della band, ci aveva pure visto dal vivo in passato, quindi il suo innesto è avvenuto in modo del tutto naturale. Paolo Roberto Simoni è invece il terzo chitarrista in ordine temporale dal 2013 in poi. La sua entrata è avvenuta praticamente a sei mesi dalle registrazioni, ha dovuto lavorare parecchio ma il risultato è stato notevole. Io penso si siano integrati molto bene in ambito di registrazione in studio e col resto dei vecchietti, resta da testare qualche data live ma sono più che ottimista. Fa strano sapere che la band ora è mezzo Sarda e mezzo Abruzzese e, per certi versi ancora legata alla Lombardia. Dopo anni di “sardità” sembriamo un gruppo “internazionale” ahahah!

Veniamo al nuovo “Darkness Shall Prevail”: come è avvenuta la genesi dei brani? Quando e come hai iniziato a lavorare alle canzoni?

Diciamo che già nel 2012 avevo un sacco di idee in corso d’opera, alcune delle quali sono diventate le canzoni attuali di questo disco. In quel periodo avevo già una bozza registrata di “Darkness Descends”/“Taur Nu Fuin”, inoltre alcuni stralci di testo di “Shores Of Elenna” e la parte finale di “Heroic Deeds”. Nell’autunno dello stesso anno ho registrato il primo brano in assoluto, “Dol Guldur”, praticamente uguale a come la senti ora. Ora che ci penso avevo pure il riff iniziale di “Witch-King Of Angmar”, ma canticchiato e leggermente diverso. A Gennaio 2013 mi sono subito messo all’opera, realizzando quasi un brano a settimana: la prima è stata “Numenor”, poi “Witch-King Of Angmar”, “Taur Nu Fuin” qualche tempo dopo e, nell’autunno dello stesso anno, la bozza di “Heroic Deeds”, “Born Of Hope” e la versione quasi finita di “The Dwarrowdelf”. Diciamo che sono stato molto ispirato ma a volte altalenante (probabilmente dovuto al fatto di non poter provare i brani con una formazione stabile a due passi da me). In linea di massima strutturare i brani è stato rapido ed ho fatto quasi tutto completamente da solo, è il disco in cui ho messo più di ogni altro me stesso in ogni brano. La parte più ardua sono state le liriche, create definitivamente solo verso ottobre 2016. Finchè non ho avuto la giusta ispirazione e sicurezza con una line-up definitiva, ho sempre temporeggiato. Costruire testi in inglese basati su Tolkien è stata la cosa più difficile realizzata finora. A questo devi aggiungere che ogni frase doveva combaciare perfettamente con la metrica del brano ed avere un senso in base all’atmosfera ricreata. Presumo che persino un madrelingua avrebbe avuto serie difficoltà.

Rispetto al passato è cambiato qualcosa nel tuo modo di comporre? Che tipo di contributo c’è stato da parte degli altri Martyri?

Come ti ho già detto, ho lavorato tanto da solo rispetto ai vecchi lavori, lavorandoci di più ma per certi versi con meno fretta. Nonostante questo grosso apporto individuale, l’impronta degli altri Martyri si sente, eccome. Il lavoro svolto da Alessandro è stato superlativo. Di punto in bianco si è trovato di fronte una decina di brani, con linee vocali differenti sia da un brano all’altro che dal precedente “Invincible”. Il suo studio su ogni canzone è stato mirato e molto variegato, anche a livello vocale questo è il disco più vario mai realizzato. Per questo motivo puoi sentire che canta un pò come Dio su “Numenor”, su “Heroic Deeds” pare quasi lo stile alto e potente dei primi demo e su “Dol Guldur” e “Taur Nu Fuin” una versione inedita e Doom Metal di Mark Shelton. Soprattutto in “Taur Nu Fuin” ero abbastanza dubbioso riguardo la resa finale, non ho mai sentito Alessandro cantare su registri così bassi. Il risultato però è stato fantastico, pensa che nella parte finale del brano ha letteralmente emulato il modo di cantare di Ozzy Osbourne!
Anche le parti acustiche meritano una piccola menzione, è stata sua l’idea di cantare con quella voce un po’ sofferta e strascicata… ispirandosi allo stile di Branduardi. Il lavoro di Nicola per me è sempre straordinario, in questo disco secondo me è stato ancora più fondamentale, con tutti questi brani cadenzati un vero e proprio cuore pulsante. Infine, sarai curioso di sapere come si sono integrati nel songwriting i due nuovi Martyri. Anche un orecchio allenato ai nostri dischi riesce a sentire che nonostante siamo sempre noi, c’è qualcosa di diverso. Gran parte di questo è avvenuto anche grazie a Stefano e Paolo: il primo ha uno stile meno irruento di Daniele, ma sicuramente più tecnico, preciso e fantasioso. I suoi groove hanno dato più enfasi a certi passaggi e la base ritmica ne ha guadagnato parecchio, sento molta eleganza che non poteva mancare in questo disco. Anche Paolo è stato essenziale, oltre ad aver imparato in quasi sei mesi tutto il materiale, ha dimostrato anche lui una precisione chirurgica in studio. Gran parte dei soli inoltre, sono suoi, devo ammettere che alcuni sono letteralmente memorabili e con un gran feeling, a mio parere fra i migliori prodotti dalla band.

“Darkness Shall Prevail” è un concept legato agli scritti di Tolkien. Che cosa ti ha spinto a compiere questa scelta per i testi del disco?

Sono sempre stato un fan sfegatato dei libri di Tolkien, sin da ragazzo. Mi è sempre piaciuta l’idea di fare qualche canzone… ma a fine anni ’90 era un argomento un po’ abusato in ambito Metal, ancor di più dopo l’uscita della Trilogia di Peter Jackson. Per questo motivo gli Holy Martyr hanno evitato qualsiasi influenza fantasy, basando le loro tematiche sulla Storia Antica. Nel 2012 avevo varie idee, inclusa quella della futura “Dol Guldur” e nello stesso periodo mi stavo rileggendo i libri di Tolkien, grazie anche ad ATM (hai presente quando devi fare un’ora di metro a Milano e non sai come passare il tempo?). Solo nel 2013 ho deciso definitivamente di buttarmi a capofitto in questo mondo immaginario, pieno di ispirazione epica, basilare per fare buone canzoni. Penso che in tempi non sospetti, basarci su questi temi a tratti secondari ma affascinanti, sia stata la cosa giusta al momento giusto.

Nella mia rece ho scritto: “i Nostri sono riusciti a realizzare un disco che, pur richiamando le loro radici, gode di una sua identità che lo diversifica dalle precedenti produzioni: “Darkness Shall Prevail” – oltre a rimarcare il loro inconfondibile trademark sonoro – è forgiato su un heavy metal epico che ricorda i vecchi lavori targati Holy Martyr (ed i grandi nomi americani del genere, Manilla Road in primis), irrorato da influenze doom dal sapore europeo, dai ritmi maggiormente cadenzati e, in generale, forse un po’ più strutturato rispetto a quanto proposto in passato.” Cosa ne dici, sono andato palesemente fuori strada?

Diciamo che ci hai preso in pieno. Questo dimostra la nostra connessione coi fan. Mentre registravamo le voci, quindi nel momento in cui riesci a vedere come sarà il disco, anche io ed ed Alessandro abbiamo pensato la stessa cosa. Si sente tantissimo che siamo la stessa band dei primi dischi, addirittura si percepisce un certo stile dei primi demo e del primo album andato poi a scomparire con “Invincible”. Il gusto melodico poi richiama più volte “Hellenic Warrior Spirit”, concepito comunque quasi dieci anni fa. Allo stesso tempo però, è palese che “Darkness Shall Prevail” è completamente diverso dal resto della nostra produzione. La novità è proprio la cadenza Doom Metal e l’epicità senza sosta dal primo all’ultimo brano. Non siamo mai stati così Epic Doom e puri… abbiamo sempre calcato il piede sull’acceleratore e spaziato su folk e progressive, questo ci ha differenziato da altri colleghi, rendendoci un ibrido più immediato fra Heavy Classico ed Epico. Anche gli arrangiamenti sono più curati, siamo più tecnici su tutti i versanti strumentali e siamo cresciuti di pari passo con canzoni più mature. E’ molto difficile rimanere se stessi e legati alle proprie radici, risultando al contempo diversi in ogni disco. Penso sarebbe altamente noioso suonare sempre uguali, così come troppo diversi, snaturando un suono che i nostri fan adorano.

Trovo che “Darkness Shall Prevail” sia un disco carico di tensione emotiva (la stessa che ho provato ai tempi con “Hellenic Valour”), ancora una volta siete riusciti a trasmettermi una quantità di emozioni e di immagini. Il disco tiene fede al suo titolo emanando una costante sensazione di pressante oscurità, enfatizzata a dovere anche attraverso passaggi acustici ed ampie parti corali.. sei d’accordo? L’oscurità che siete riusciti a trasferire nei brani è limitabile ai temi scelti o pensi possa esserci qualcosa di accostabile al periodo di “fermo” della band?

Bellissime parole queste. Vedi… questo è il miglior pagamento che un musicista possa ricevere: riuscire a trasmettere le proprie emozioni e immagini a chi ascolterà le sue canzoni. La sensazione che volevo e che il gruppo è riuscito a ricreare era proprio quella. A tratti oscura e claustrofobica, esattamente quella che percepisci leggendo “Il Signore Degli Anelli” (siamo buoni… anche nella trilogia sono riusciti a ricreare questo aspetto). Rileggere Tolkien è stato fondamentale per avere questa attitudine… ma probabilmente hai ragione tu, ha influito anche l’oscurità e l’incertezza che aleggiava sul futuro del gruppo. Addirittura potrei aggiungere che fra il 2013 e 2014 il clima in Abruzzo è sempre stato piovoso e con pochissimo sole, persino d’estate. Era destino insomma.

Le canzoni sono tutte ottime: sei riuscito a farmi piacere anche i brani strumentali, cosa che, per quanto mi riguarda, avviene ben di rado. Personalmente ho molto apprezzato “Heroic Deeds”, davvero evocativa, e “Dol Guldur”, tra i pezzi più oscuri del disco: della tracklist, c’è un brano di cui ti senti particolarmente orgoglioso? Vuoi spiegarcene i motivi?

Ti ringrazio! Penso che pure le strumentali siano fondamentali per addentrarsi nella storia del concept, sia come tematiche che come atmosfera è stato reso molto bene. Mi trovo molto in difficoltà a dover scegliere un brano su tutti… ognuno è diverso, un piccolo mondo a sè. Sono orgoglioso di tutto il disco, per me un’opera unica, da non ridurre ad un solo brano. Però “Dol Guldur” è stata la prima composta e devo darti ragione, non ti annoia mai.

Inoltre, “Dol Guldur” contiene – più o meno a metà – un vostro personale tributo al maestro Ennio Morricone. Da chi è nata l’idea e come mai avete deciso di inserirlo nel brano (tra l’altro credo che ci stia benissimo!)?

E’ nata da me in una notte insonne, durante le sessioni di registrazione della voce. Quella parte centrale vuota di Dol Guldur è stato un mio cruccio per tanti mesi, addirittura avevo pensato ad una base di pianoforte che non era nemmeno male, poi ha vinto il coro in stile “Il Buono, Il Brutto E Il Cattivo”. Quella famosa notte ho registrato una parte vocale che si inseriva nelle melodie di chitarra, l’ho fatta sentire ad Alessandro e ci abbiamo lavorato direttamente in studio, senza averla mai provata prima. Penso sia fantastica!

Oscuro ed evocativo è anche l’artwork di copertina: chi lo ha realizzato?

Una giovane disegnatrice abruzzese, Camilla Palazzese, dietro mie insistenti direttive. Penso di averla fatta impazzire svariate volte, ma alla fine il risultato è stato grandioso. La sua semplicità ed efficacia si ricollega alle vecchie copertine Epic degli anni ’80, senza troppi fronzoli e l’elaborazione al computer dei giorni nostri. Con pochi tratti è stato reso in maniera perfetta il significato del disco e del titolo. Ho voluto inserire anche un piccolo omaggio alla Sardegna, i personaggi cornuti richiamano i Boe/Mamuthones, figure mascherate della tradizione pagana Sarda.

Anche la produzione di cui gode il disco dà un bel contributo alla sua riuscita: vuoi raccontarci dove e come si sono svolte le varie fasi di lavorazione dell’album?

Le registrazioni si sono svolte in uno studio a Corvaro in provincia di Rieti, gli Slam Studios di Andrea Maceroni. Sono contento che ti sia piaciuta la produzione, risulta molto diretta e poco prodotta rispetto ai precedenti lavori, sembra quasi in presa diretta… e questo fattore un po’ ruvido ed essenziale si adatta più o meno bene a composizioni dichiaratamente ispirate agli anni ’80 e quindi fuori dal tempo. Probabilmente risulterà abbastanza atipico, ma non siamo un gruppo che segue la modernità a tutti i costi. Inoltre, penso siano stati battuti alcuni record durante la realizzazione: tre giorni e mezzo per fare suoni di chitarra e tutte le parti nel disco. Ricordo una sera dove stavo letteralmente crollando, riuscendo a terminare le parti di “Witch-King Of Angmar” dopo 12 ore in studio. Anche le parti vocali sono state fatte negli stessi tempi… un vero e proprio tour de force. Purtroppo non possiamo ambire al relax ed ai grossi studios americani, ma in linea di massima sono state rese in maniera fedele le nostre idee, con i pochi mezzi a disposizione. Un motivo di orgoglio è stato aver usato quasi esclusivamente strumentazione Made in Italy per il suono delle chitarre. La ruvidezza del sound viene tutta fuori da una cassa e testata Masotti, senza effetti o altro in aggiunta. 

Uscite ancora una volta su Dragonheart Records: quattro dischi su quattro con la stessa etichetta è un bel risultato oggigiorno, vuoi raccontarci come sono andati i contatti? Vi siete fatti avanti voi o viceversa?

Beh.. ad un certo punto, verso il 2014 credo, Enrico (Paoli, N.d.R.) mi ha scritto che fine avessimo fatto, visto che giravano alcune voci che ci fossimo sciolti. L’ho rassicurato spiegandogli la situazione e confermandogli che avevo per le mani materiale incredibile. Penso sia un bel risultato e ti dà sicurezza, sai di poter contare su una buona distribuzione e promozione, di questi tempi non è poco. Pensa che Enrico non mi chiede mai di sentire i brani in anteprima prima delle registrazioni, praticamente si fida ciecamente e la cosa mi fa molto piacere. Sono felice che le canzoni siano piaciute pure a lui, ha notato immediatamente una cottura “a foco epico” lento che non abbiamo mai avuto prima.

Ivano, quali aspettative nutri nei confronti di “Darkness Shall Prevail”?

Vorrei piacesse a tutti i nostri fan, magari più dei vecchi album. Un po’ come mi capitava da ragazzino, quando ad ogni nuovo album dei miei gruppi preferiti, si percepiva quel qualcosa in più che mi mandava in corto circuito, facendomi per un attimo dimenticare le produzioni più vecchie. Di certo non voglio diventare ricco e famoso, suono perché mi piace comporre musica!

 

Ed ora uno sguardo all’ambito live. A maggio vi esibirete ad Atene sul palco dell’”Up The Hammers”: quali sensazioni provi pensando che tra pochi mesi tornerete a suonare in Grecia, tra l’altro nella stessa giornata con Mythra e con i maestri Cirith Ungol?

Beh… penso sia una grande emozione suonare e poter vedere i Cirith Ungol, con questo nostro disco così Epico poi! Sarà sicuramente una serata memorabile ed in Grecia ogni volta siamo accolti come eroi al ritorno da una guerra.

Ci sarà la possibilità di vedervi in azione anche alle nostre latitudini?

Lo spero vivamente, abbiamo uno stuolo decisamente nutrito di fan e la Lombardia in fondo rimane pur sempre la nostra seconda casa.

Cosa riserva il futuro prossimo per gli Holy Martyr? Avete qualche progetto – di cui puoi parlarci ovviamente – in preparazione? Lo so che “Darkness Shall Prevail” è fresco di pubblicazione, ma non vorrete farmi aspettare altri sei anni per il prossimo disco!!

Per ora sto rispondendo ad un sacco di interviste e al momento non trovo il tempo di preparare la scaletta per Atene, ahahah! Mi sa che questo disco è piaciuto parecchio agli addetti ai lavori. Ho un sacco di idee che ho scartato per passare a questo concept più oscuro, vedremo di usarle il prima possibile e non far passare troppo tempo, promesso!

Una mia curiosità: se ti chiedessi di scegliere uno ed un solo brano particolarmente rappresentativo di ognuno dei quattro album che avete pubblicato, quali sceglieresti e perché?

Bella domanda questa. Non mi era mai capitata prima ed è interessante pensarci sopra. Partendo da “Still At War” ti direi senza indugi “Vis Et Honor”. Non amo molto la versione nel disco ma nonostante tutto riesce a risaltare. È pure abbastanza faticosa da suonare live, però ha un refrain che potrei definire “trionfale”.Questo brano scoppia letteralmente di gloria e solennità, unica nel nostro repertorio. Rende bene l’idea di invincibilità dei legionari e dell’esercito romano, in fondo noi parliamo di guerra e battaglie. Non si può negare che i legionari fossero grandi combattenti disciplinati. È affascinante descivere la sensazione che ricevi da osservatore esterno, non il solito inno barbarico ma qualcosa di più possente e… marziale, ecco, penso sia il termine giusto. 

Da “Hellenic Warrior Spirit” sceglierei per lo stesso identico motivo “Spartan Phalanx”. Leggendo i testi e sentendo l’incedere del brano, immagini gli Opliti in formazione che resistono con ferocia. Niente da dire sul resto dei brani del lotto, però questa rende dannatamente l’idea, come il precedente un brano ben riuscito. 

Il terzo album, “Invincible”, ha tanti brani validissimi, ma fra tutti scelgo con convinzione “Shichinin No Samurai”. Rappresenta in maniera fedele il fulcro di tutto il disco e richiama le strutture spesso atipiche e fuori dagli schemi degli Holy Martyr. Come tanti altri brani nostri (vedi “Lakedaimon”, ma anche “Born Of Hope” o “Witch-King Of Angmar”), dopo le strofe iniziali ci sono ben tre bridge differenti (che sarebbero le parti pre-ritornello), una parte centrale con stacco e nuova strofa, intermezzo e altra strofa cantata, finale con ulteriore strofa che sembra quasi un refrain da chiusura pezzo, ma completamente diversa dal ritornello vero e proprio del brano. Perdona i termini tecnici, diciamo brevemente che questa canzone cambia almeno 4 o 5 volte durante la sua durata e finisce in maniera opposta a come parte. Pur essendo così sperimentale e atipica funziona alla grande. È un brano diretto e veloce ma con una struttura  ai limiti di un certo progressive, non è da tutti riuscire in una cosa del genere. Di solito sono molto modesto, ma con te mi concedo un pizzico di vanità… è geniale. Inoltre è basata su uno fra i miei film preferiti e vince a mani basse.

Finalmente arriviamo a “Darkness Shall Prevail”… e confesso, come ti ho già scritto, di essere in difficoltà. Per la prima volta in tanti anni, non riesco a trovare un brano che possa spiccare come nei nostri primi tre dischi. E nemmeno che stia al di sotto, segno che come lavoro concettuale è molto bilanciato. Riesco a valutare il disco come un tutt’uno, come se fosse un lungo brano dall’inizio alla fine. Potrei dirti che ho una leggera preferenza per “Numenor” perché sprizza solennità da tutti i pori, ma ogni volta che sento “Dol Guldur” non posso pensare che sia da meno, con il riffing di classe ed il suo solo straordinario, probabilmente il miglior solo mai scritto dalla band. A fine disco poi trovo “Born Of Hope”, che praticamente in pochi accordi e con la doppia cassa dice quasi quanto tutto “Invincible” messo assieme, in termini di potenza e melodia. Qui lo dico e sottoscrivo, è il nostro miglior album ed il più variegato possibile come tracce. Probabilmente i vecchi album hanno le canzoni già descritte che spiccano un pò di più, ma “Darkness Shall Prevail”, preso in blocco, supera i precedenti lavori.

Ok Ivano, siamo arrivati in fondo a quest’intervista! Grazie mille per la disponibilità e per “Darkness Shall Prevail”! Come da tradizione su queste pagine, questo spazio finale è tutto tuo, a te la parola!

Grazie a te! A chi ancora non ci conosce suggerisco di darci una possibilità di ascolto con questo disco, alzando il volume a palla. Ai nostri fan più sfegatati dico solamente…affilate le spade, siamo tornati.

Facebook: www.facebook.com/holymartyr
Etichetta Dragonheart Records – https://www.facebook.com/DragonheartRecords
Recensione di “Darkness Shall Prevail” qui

  1. Intervista molto bella e carica di passione e curiosità! Ivano è stato davvero gentile e disponibile, bravi tutti e due!

  2. Grazie mille Thor!

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