Slider by IWEBIX

Shores Of Null (Davide e Raffaele)

Pubblicato il 30/05/2017 da in Interviste | 0 commenti


Visualizzazioni post:223

Gli Shores Of Null vengono da Roma e sono sotto contratto con la prestigiosa etichetta inglese Candlelight Records. Dopo l’ottima impressione fatta con “Quiescence” ecco arrivare il nuovo “Black Drapes For Tomorrow”, anch’esso accolto molto positivamente con il suo mix di gothic metal, death e doom. E’ un buon momento per la band, che si concede con molta disponibilità alla nostra redattrice Lunaria, fondatrice del blog http://intervistemetal.blogspot.it/ e nuova arrivata nel nostro sito.

Ciao ragazzi! Vi presentate ai nostri lettori?

Raffaele: Ciao a tutti e grazie mille per questo spazio. Quando si incontrano la passione per le melodie malinconiche, la musica decadente, la voglia di esprimersi attraverso armonizzazioni e accordi di natura minore, nascono gli Shores Of Null. Siamo di base a Roma anche se Davide è di origini abruzzesi ed io provengo dal profondo sud aka Calabria. Questa città ci ha permesso di incontrarci nei meandri dell’underground musicale e nei locali di genere. Proveniamo tutti da esperienze musicali diverse. Io, con i Mens Phrenetica suonavo math-rock con influenze Pattoniane, Gabriele e i The Orange Man Theory cavalcavano un fantastico Death Metal Core, Davide milita da oltre dodici anni con gli Zippo che producono dell’ottimo stoner, Emiliano si dimena tra i suoi mille gruppi, come Noumeno ed Embrace of Disharmony e Matteo forse è l’unico che proviene da una band molto affine agli Shores: Il Grande Scisma D’Oriente.

Penso ve l’abbiano già chiesto ma è una domanda classica da fare alle band. Come mai avete scelto questo monicker, Shores Of Null?

Davide: Un nome dev’essere per prima cosa evocativo e credo che Shores Of Null lo sia, al di là del significato. Quando la mia mente ha partorito questo nome qualcosa è scattato, l’ho proposto agli altri e niente, suonava bene. Di motivi dietro ce ne sono mille, legati in particolar modo alla mia fascinazione per i corsi d’acqua. Questa visione in particolare nasce durante una vacanza a Budapest ed è stato il Danubio ad ispirarmi questo nome.

Leggo che vi siete formati ufficialmente nel 2013 (anche se avete tutti alle spalle progetti precedenti, in altri generi) e che definite il vostro sound un mix tra Gothic e Doom Death Metal. Concordo abbastanza, perché in pezzi come “Night Will Come” o “Time Is A Waste Land” si percepiscono le vibrazioni tipiche degli anni ’90 (notevole anche il growls che ricorda i primi My Dying Bride e che oggigiorno, complice la deriva sinfonica, lo si è un po’ “relegato in soffitta”…) alla Paradise Lost/Katatonia/Anathema, ma anche Sentenced, per un certo tono melodico che trapela nella pesante ossatura dei tempi rallentati e contribuisce a vivacizzare il sound.
Penso che siate consapevoli anche voi che dedicarsi a questo genere di musica è un impegno di onestà sottoscritto con la scena prettamente underground, visto che difficilmente un sound così pesante e funereo “attirerà mai il vasto pubblico”… Più in generale, vi sentite parte di una qualche scena, in effetti? Negli ultimi 10/12 anni sono cambiate davvero moltissime cose, dal modo di fruire la musica, ai gusti del pubblico (oltre che all’approccio mentale)…
A sentire il growl di un pezzo come  “Quiescent” sembra di essere tornati indietro nel tempo considerato che molte band e settori del Metal si sono sempre di più avvicinati ad approcci più “easy listening” e di conseguenza “più appetibili” su larga scala… Forse anche voi avete un po’ di nostalgia per un certo tipo di songwriting e sound?

D: le band da te citate sono tutte formazioni che in qualche modo ci hanno influenzato, chi più chi meno, sicuramente dal punto di vista personale hai citato alcune tra le mie band preferite in assoluto e che mi hanno spinto ad amare questo tipo di musica e a voler formare una band del genere. In particolar modo i Sentenced per me rappresentano il motivo per cui la musica triste è la miglior musica possibile, nonché un’influenza molto forte per me, a partire dai testi. Hai ragione nel dire che ciò che suoniamo è un impegno di onestà, non siamo una band che cerca l’innovazione a tutti i costi ma siamo certi di aver creato qualcosa di molto intenso. Non definirei il nostro sound “funereo” perché ci sono molte band che rappresentano questo aggettivo meglio di noi, la musica degli Shores Of Null è malinconica, scura, ma mai del tutto priva di una luce.

R: Come hai detto tu gli anni ’90 ci accompagnano molto spesso negli ascolti e nelle ispirazioni. Ci piacciono molto i gruppi che hai citato e molti altri appartenenti allo stesso periodo, come Opeth, Novembre, Enslaved, Dark Tranquillity e potrei scrivere una lunga lista. D’altro canto, quando scriviamo i pezzi non ci sediamo a tavolino per decidere di scrivere un pezzo anni ’90; piuttosto ci lasciamo trascinare dall’ispirazione. Quello che ne risulta è un prodotto che ricorda il periodo per cosi dire “Gotico”. È ovvio che speriamo di raggiungere il maggior numero di persone ma  per fare esattamente quello che il pubblico si aspetta bisognerebbe distorcere il significato che diamo alla “passione per la musica”. A noi piace suonare e ci piace quello che facciamo, ovviamente cercando di lavorare al meglio per permettere la fruizione delle nostre creature.

Il vostro debut ufficiale è “Quiescence” (2014); vorrei sapere se potete introdurlo brevemente, evidenziando i punti di forza ma anche, se con l’ascolto (e l’esperienza maturata ad oggi) lo considerate ancora col metro di giudizio di allora o piuttosto avete introdotto nuove influenze, sonorità o diversi approcci nel songwriting con “Black Drapes For Tomorrow”, che state promuovendo attualmente e che non erano presenti in “Quiescence”…
Insomma, cosa c’è del “Quiescence sound” in “Black Drapes For Tomorrow”? Va considerato un capitolo a parte oppure è legato da qualche filo invisibile al predecessore?

R: Di certo quando abbiamo registrato “Quiescence” non avremmo mai pensato di ottenere un ritorno cosi massiccio in termini di apprezzamenti della critica. Abbiamo scritto quei pezzi pensando di seguire un filone e un genere saturo sul mercato. Ma le diversità che distinguono le nostre origini musicali evidentemente hanno dato un valore aggiunto a quello che stavamo creando. A mio avviso i punti di forza di quell’album si racchiudono nelle linee melodiche create da Davide che abbinate alle parti strumentali hanno dato una ventata di novità che penso sia stata la cosa più apprezzata. Ovviamente tutto questo ha caratterizzato il nostro stile che riproponiamo in “Black Drapes For Tomorrow”, certamente cercando di migliorarne alcuni aspetti della produzione (che in realtà ci soddisfava già a pieno con “Quiescence”). Come noi, anche Marco “Cinghio” Mastrobuono del Kick Recording Studio, che ci segue dalla produzione di “Quiescence”, ha migliorato le sue tecniche e ci ha dato buoni consigli per avere un ottimo prodotto. Insomma anche se il sound è leggermente differente in realtà i due dischi sono legati dal genere e dalla produzione, entrambi affetti da una naturale evoluzione.

Come mai quella copertina, per “Black Drapes For Tomorrow”? Ha un significato particolare, che si lega alle tematiche del cd? Sembra quasi ispirata a temi folk/pagan…

D: Le nostre tematiche non sono di ispirazione folk/pagan, non bisogna per forza suonare quella musica per essere legati al proprio territorio e nel voler incorniciare dei paesaggi a noi vicini. Potevo cercare su Google una foto qualsiasi dei fiordi norvegesi, invece ho fatto diversi sopralluoghi nel raggio di 50 km da dove vivo, in Abruzzo, per trovare delle location adatte a quegli scatti, incluse le foto promozionali della band. Ho successivamente invitato il resto della band insieme agli amici di Sanda Movies e abbiamo passato letteralmente un giorno intero in alcuni di quei posti di montagna, tra mangiate epiche ed arrampicate eroiche. Abbiamo successivamente fornito il materiale fotografico a Diletta F. di Eba Art, artista che apprezziamo molto e con la quale collaboriamo sin dal primo disco. Lei ha effettuato un incredibile lavoro di fotomanipolazione fino a rendere il tutto un incrocio tra un paesaggio reale ed uno di fantasia, in bilico tra sogno e realtà. Certamente è un immaginario epico, evocativo e onirico che prende spunto in gran parte dal testo della titletrack.

Come mai un video così particolare e, se vogliamo, fuori dai canoni del Metal anni ’90 (e anche dei vostri video precedenti), come “Kings Of Null”? In genere, sono sempre state molto più le band alternative rock (es. Tre Allegri Ragazzi Morti) a girare video con immagini disegnate. Ricordo che però i Korn nel ’98 girarono quel video, a cartone (“Freak On A Leash”) che venne pure premiato agli MTV Awards, se ricordo bene…
Chi è l’illustratore e come è stato il making of del video? Come mai i riferimenti religiosi al cristianesimo e all’induismo (la posa yoga del protagonista a cui cresce anche la barba “da santone”)?

D: La video animazione è un settore in grande sviluppo nel metal, di cui molte band si stanno avvalendo, alcuni esempi recenti sono Kvelertak, Vulture Industries e Obituary, ma te ne potrei citare a decine. L’autore del video animato di “Kings Of Null” è Stonino, a cui è stato chiesto di illustrare il ciclo vitale, dalla nascita alla morte, attraverso una caduta ininterrotta. La storia, nonché il simbolismo utilizzato, fanno parte della personale visione dell’artista, che oltre ad assimilare le nostre indicazioni ci ha messo del suo ispirandosi al testo in questione. “We’re the Kings of Null, we’re running out of time”, siamo i padroni del nostro mondo, ma in un disegno più globale contiamo meno di zero, e prima che ce ne accorgiamo il nostro tempo è scaduto.

Per “Quiescent”, uno dei video precedenti, invece avete optato per atmosfere decisamente più in linea con le atmosfere Gothic/Doom Death (atmosfere visive che si aspetta anche una buona fetta degli ascoltatori). Dove lo avete girato, e come mai avete avuto l’idea di quella strana e malinconica creatura fatta di terra e foglie, imprigionata in quella strana gabbia di vetro, in mezzo al bosco? C’è da dire che i giochi di luce tra il cielo grigio, quell’unico raggio di sole che squarcia il grigiore e la cattedrale in controluce sono proprio un tocco di bravura… Chi è il regista?

D: Per quanto riguarda il video di “Quiescent” invece, abbiamo optato per qualcosa di più classico e nei canoni del genere come giustamente dicevi: boschi, rami, alberi, creature spaventose, band che suona in una chiesa sconsacrata, insomma tutti gli elementi doom e gotici per eccellenza. La regista è Martina Lesley Guidi e l’intero entourage prende il nome di Sanda Movies, col quale collaboriamo attivamente per tutti i video. Anche in questo caso Martina ha ascoltato attentamente il pezzo, ha interiorizzato il testo e ci ha proposto una storia dopo averne parlato insieme a lungo, è tutta farina del suo sacco dunque. Il video è stato girato interamente nella Tuscia viterbese, zona incantevole e carica di mistero. La quiescenza è quel processo che sospende o attenua le attività vitali di un organismo vegetale o animale, nell’attesa che le condizioni esterne tornino ad essere favorevoli, come il letargo per fare un esempio. Abbiamo cercato di applicare questo concetto all’essere umano, a partire dalla copertina di “Quiescence” fino al testo di “Quiescent” e ovviamente al video. Un concetto molto affascinante.

Sembra che anche “Ruins Alive” mantenga il filo conduttore con “Quiescent”, per quegli strani rampicanti dotati di vita propria, per la creatura rinchiusa nella gabbia di vetro, ma anche per la scelta di girare nuovamente un video all’aria aperta, in uno scenario mozzafiato. Siete interessati a tematiche ecologiste? Dai dettagli che avete curato (cielo, vegetazione… si vede persino un millepiedi!) sembrerebbe di sì…

D: anche “Ruins Alive” è opera di Martina e Sanda Movies, il video è stato girato a Civita di Bagnoregio, sempre nel viterbese, anche conosciuta come “la città che muore”, in quanto soggetta ad erosione e frane che potrebbero far scomparire questo borgo bellissimo. La location si sposava perfettamente con il testo di “Ruins Alive”, scritto in seguito al terribile terremoto che ha colpito L’Aquila nel 2009. Ci sono dei collegamenti con “Quiescent” senza dubbio, infatti se noti bene il video vira dai toni caldi della prima parte verso toni più freddi e boschivi del finale, ricongiungendolo di fatto al video precedente, come se fosse una storia collegata, ma al contrario. L’elemento naturale è presente perché ci affascina l’idea di poter legare i posti che amiamo alla nostra musica, è fantastico poter avere degli scenari naturali così belli, rende il lavoro molto più semplice.

Interessante il vostro aver dichiarato a “Tempi Dispari” che cercate di armonizzare la vostra musica usando dei colori (soprattutto il blu/grigio) e che per voi è importante rappresentarvi anche dal punto di vista cromatico. A questo punto vorrei sapere quali sono le vostre influenze extramusicali in arte o letteratura, cos’è che vi ispira?

D: Non è tutto nero ciò che riguarda la nostra musica, ci piacciono le sfumature e credo che il blu e il grigio possano descrivere al meglio il nostro sound a livello cromatico. Su “Black Drapes For Tomorrow” c’è forse un po’ di calore in più, qualcosa di vicino al fuoco che brucia, penso a “We Ain’t Ashes” o “Carry On, My Tiny Hope”, la speranza in genere la immagino con un colore caldo. Se penso a “The Kolyma Route” invece penso al gelo, e quindi penso al bianco. La mia più grande ispirazione viene dai viaggi, ma posso trarre ispirazione sia dalla vita reale che da film, serie tv, letture, storie raccontate a voce, tutto può essere tramutato in testi e musica. Vedo molte serie tv ma leggo poco, diciamo che il tempo è tiranno e non riesco a trovarne abbastanza, l’ultimo libro che ho letto è stato “Piccoli suicidi tra amici” di Arto Paasilinna. Per alcuni testi prendo ispirazione da storie che leggo su internet, che poi approfondisco eventualmente sui libri, come nel caso de “I racconti della Kolyma” di Salamov, da cui ho preso più di uno spunto per la già citata “The Kolyma Route”.
Su “Quiescence” posso dirti che “Kings Of Null” e “The Heap Of Meaning” sono ispirati a “Niente” di Janne Teller, mentre “Souls Of The Abyss” prende a piene mani da “Insaniapoli” di Enrico Ruta. Insomma leggo poco, ma quel poco mi appassiona. Di arte non sono un grande esperto, ma mi capita spesso di andare a mostre, in particolare quando sono in un’altra città cerco sempre di visitarne i musei e trovo spesso fonti di ispirazioni interessanti.
“Black Drapes For Tomorrow” nasce da una visione folgorante avuta alla scorsa Biennale di Venezia intitolata “All The World’s Futures”, dove il padiglione centrale si apriva con un ingresso adornato da pesanti drappi neri che pendevano dall’alto (opera di Oscar Murillo), un’immagine inquietante e quasi funerea, dal quale ho avuto l’ispirazione giusta per il titolo dell’album. Non forzo mai l’ispirazione, ma quando arriva non la reprimo.

Avete già maturato un’intensa esperienza live in contesti molto importanti! Riporto una sintesi del vostro “curriculum on stage”, tanto per dare un’idea ai lettori… avete suonato con Novembre, Isole, Hooded Menace, Mourning Beloveth, Doomraiser, Primordial, Moonsorrow, Saturnus, Negura Bunget, Harakiri For The Sky, oltre ad aver partecipato, tra gli altri eventi, all’Inferno Festival, Candlefest, Doom Over London, Metal Over Malta, Doom Over Greece, Doom Over Sofia. Come siete stati accolti all’estero? E qual’è stata l’occasione migliore?

R: In effetti mi rendo conto solo ora rileggendoli tutti insieme che qualche giro in Europa non ce lo siamo fatto mancare. 🙂
Come puoi immaginare, siamo partiti da totali sconosciuti e presentarsi all’estero non è mai facile. D’altro canto però le occasioni che abbiamo avuto ci hanno permesso di presentarci e abbiamo avuto un feedback positivo. Durante il primissimo tour insieme ai Doomraiser abbiamo percepito l’apprezzamento che il pubblico dimostrava ascoltando qualcosa di nuovo. Successivamente in qualche festival qualcuno iniziava a conoscerci e abbiamo notato l’affetto di qualche fan. Mi ricordo all’Eindhoven Metal Meeting un gruppo di ragazzi che cantavano i nostri pezzi. È sempre emozionante vedere come qualcuno ti segue al punto da conoscere i testi. Di sicuro tutte queste esperienze ci hanno portato tanti nuovi amici.

Concludete pure a vostro piacimento, grazie per l’intervista!

R: Grazie mille per questa chiacchierata e speriamo di vederci in giro a qualche concerto. Ovviamente grazie a tutti i lettori di HeavyMetalWebzine.it

D: Un saluto a tutti voi, ci vediamo in giro.

Facebook: https://it-it.facebook.com/shoresofnull
Etichetta Candlelight Records – https://candlelightrecordsuk.bandcamp.com

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *