Slider by IWEBIX

29/04/2017 : Frontiers Rock Festival 2017 – Day 1 – (Trezzo, MI)

Pubblicato il 22/06/2017 da in Live report | 0 commenti


Visualizzazioni post:68

29/04/2017 – Frontiers Rock Festival 2017 (Day 1) – Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI)

Steelheart
Tyketto
Revolution Saints
Eclipse
Crazy Lixx
One Desire
Palace

Il Frontiers Rock Festival è ormai diventato un appuntamento fisso assolutamente imperdibile per tutti gli amanti del rock melodico in tutte le sue forme. La quarta edizione ha visto uno sforzo notevole da parte della Frontiers Records per cercare di accontentare gli appassionati, molti dei quali probabilmente hanno ancora negli occhi e nel cuore la prima indimenticabile edizione del 2014.

Al solito, il prologo del venerdì sera è riservato a coloro che hanno acquistato i VIP Tickets, e se la pratica può sembrare un po’ ingiusta per chi non l’ha fatto o non poteva permetterselo, va ammesso candidamente che è anche grazie a questi packages più costosi che è possibile organizzare eventi come il Frontiers Rock Festival con una line-up piena zeppa di bands straniere di valore. Il Live Club di Trezzo sull’Adda, da anni il locale con il più interessante calendario concertistico in ambito hard & heavy, si è confermato per l’ennesima volta una location praticamente perfetta per questo genere di eventi musicali. Lo show del venerdì sera è stato un unplugged che ha visto sul palco, in ordine di performance, i Palace, il frontman degli Steelheart Milijenko Matijevic, i Revolution Saints ed il grande Jim Peterik.

Il nostro Frontiers Rock Festival è invece cominciato con la prima esibizione del sabato ed è toccato ancora ai Palace dare il via alle danze “elettriche”, all’insegna della simpatia contagiosa del frontman Michael Palace. Il vocalist, che l’anno scorso al Frontiers Rock Festival era impegnato nel ruolo di bassista con i Find Me, in questo week-end è stato visto ovunque ed a qualsiasi ora, a lui va senza esitazione la palma di prezzemolino di questo FRF 2017.
I Palace hanno ovviamente sciorinato brani dal loro album di debutto “Master Of The Universe”, che già dal titolo suona particolarmente divertente e spensierato. Se i pezzi dei Palace si erano dimostrati un piacevole passatempo su disco, la conferma della loro efficacia è arrivata anche dal vivo anche se la formazione ha mostrato più di un’esitazione dal punto di vista vocale – complice probabilmente l’emozione di Michael Palace – e non è mancata qualche imprecisione da parte del batterista. Un inizio che è comunque riuscito decisamente nell’intento di scaldare il pubblico, facendolo anche sorridere.

Con gli One Desire si sale decisamente di livello ed abbiamo una grande conferma di quanto la Frontiers Records sia brava nello scovare giovani gruppi talentuosi e nel lanciarli nel firmamento della scena melodic rock. Gli One Desire suonano davvero bene un’abbondante manciata di pezzi dal loro omonimo debutto discografico, uno dei dischi rivelazione dell’anno in ambito melodic pomp rock.
Piace la voce del vocalist Andre Linman, che alle prese con brani per nulla facili da cantare come “Apologize” fa una gran bella figura prima di calare un po’ nella seconda parte dello show. La band ha ancora ampi margini di miglioramento ma già una collezione di ottime songs (“Whenever I’m Dreaming” ha già fatto breccia tra gli appassionati) dalla quale partire per affermarsi in una scena che ha bisogno come il pane di gruppi talentuosi, giovani e freschi come i One Desire.

Chi sulla scena c’è già da quindici anni pur essendo ancora molto giovane sono i Crazy Lixx, band svedese che dal vivo sprigiona sempre quella carica tipica dell’hair metal e del glam rock, generi che di fatto devono davvero molto alla vitalità della scena scandinava negli ultimi vent’anni. La scaletta dei Crazy Lixx è davvero ben bilanciata tra vecchi classici come “Blame It On Love” e “21 Till I Die” e nuovi brani come “Walk The Wire” e “Wild Child” tratti dal nuovissimo album “Ruff Justice”. I rockers svedesi sul palco ci sanno stare davvero bene, suonano senza particolare sbavature dei pezzi davvero accattivanti ed orecchiabili e riescono a scaldare alla grande i presenti che già conoscono a memoria i brani più storici del gruppo. Una quarantina di minuti di grande divertimento.

All’annuncio della line-up di quest’anno, la posizione nella card degli Eclipse ha ricevuto più di qualche critica, ed a giudicare dall’accoglienza trionfale ricevuta dal gruppo svedese è evidente che per molti questo fosse uno degli show più attesi della giornata e non solo. L’unico appunto che mi sento di fare a quest’ora di grande musica riguarda l’acustica. In questi primi concerti le chitarre ritmiche non sono state amplificate con i volumi ideali, troppo basse rispetto alle vocals, assolute protagoniste nel mixing. Le cose hanno cominciato a cambiare soprattutto durante questo show, ed in particolare quando ha imbracciato la sua chitarra elettrica il frontman Erik Martersson, una sei corde decisamente più sparata di quella del chitarrista solista Magnus Henriksson.
Grande show quello degli Eclipse, con la doverosa promozione del nuovo album “Momentum”, dal quale abbiamo ascoltato molti pezzi tra i quali “Vertigo”, “Never Look Back”, “Black Rain” ed una “Jaded” che ha visto la partecipazione vocale di Michele Luppi nei panni di special guest. Forti di un un back catalogue ormai davvero ricco gli Eclipse hanno pescato anche dai precedenti lavori con ottime versioni di “Battlegrounds”, con il suo flavour folk e del singolo “I Don’t Wanna Say I’m Sorry”. Peccato per l’esclusione della potentissima “Bleed And Scream” ma l’impressione è che Martensson sia ormai sempre più lanciato ai vertici della scena melodic rock mondiale, ormai perfettamente calato nella parte di frontman davvero trascinante, senza dover ricorrere a fare un po’ il verso a David Coverdale come in alcuni dei pezzi vecchi. Per gli Eclipse, a breve, i clubs potrebbero non bastare più.

I Revolution Saints erano forse il gruppo che più attendevo di questa giornata. La curiosità di ascoltare una line-up così strepitosa (Castronovo, Blades, Aldrich senza dimenticare l’ottimo apporto di Alessandro Del Vecchio alle tastiere) era davvero alta, anche perché il debutto discografico di questa nuova creatura musicale è davvero di quelli coi fiocchi. Il concerto è stato suonato in maniera eccellente ma purtroppo il funambolico drummer Dean Castronovo non è parso al 100% dietro al microfono nelle vesti di vocalist e frontman. Dean ha comunque attirato simpatie dicendo di aver attraversato un periodo davvero difficile di recente, ed ammettendo candidamente quanto la musica di questa band gli sia stata di aiuto.
Oltre ai pezzi dei Revolution Saints, da “Back On My Trail” a “Turn Back Time”, da “Here Forever” a “Way To The Sun”, ogni membro ufficiale della band ha omaggiato una delle proprie bands di provenienza con l’esecuzione di un brano che li ha visti protagonisti in passato. Dal suo periodo con i Whitesnake Doug Aldrich ha così potuto sfoggiare la propria abilità alla sei corde in “Love Will Set You Free”, Jack Blades ci ha cantato il classico dei Damn Yankees “Coming Of Age” ed il sipario sullo show l’ha fatto calare la splendida “Higher Place” dal sottovalutato “Arrival” dal repertorio degli immensi Journey, cantata da un un Dean Castronovo che pur non nella serata migliore ha confermato di possedere una timbrica davvero molto calda ed affascinante. La trepidante attesa per il secondo album dei Revolution Saints continua.

Ecco, mi è bastato l’inizio del concerto dei Tyketto per provare quella sensazione speciale che ti accompagna durante i concertoni, quelli duranti i quali senti che stai assistendo ad un’esibizione quasi perfetta di una band in stato di grazia. Avevo già assistito ad un paio di concerti dal vivo dei Tyketto (Bologna e Sweden Rock Festival) quindi la sorpresa è stata per me relativa ma il fatto che entrambi risalissero ad otto anni fa aveva aumentato in me la curiosità di capire se i Tyketto si sarebbero mantenuti ai livelli eccellenti della scorsa decade anche visti i recenti cambi di formazione. Sono ben lieto di rispondere affermativamente a questa domanda, a maggior ragione dato che la band ha visto la propria esibizione filmata e registrata per una futura live release (audio e video) targata Frontiers Records.
Altro grandissimo motivo di giubilo quello rappresentato dalla setlist, con l’esecuzione completa dello splendido “Don’t Come Easy”. Davvero intelligente la scelta di invertire il running order dell’album per conservare il singolone “Forever Free” nella parte finale dello show in un mirabolante crescendo emotivo. Si comincia quindi con “Sail Away” e “Strip Me Down” e ci si rende conto subito delle qualità tecniche e compositive di una formazione che è solidissima in ogni suo elemento con l’ovvia menzione della splendida performance vocale del frontman Danny Vaughn ma anche del nuovo chitarrista Chris Green.
Oltre che bravi i Tyketto appaiono anche perfetti per quel mix di calore, simpatia e tecnica che coinvolge il pubblico in ogni brano del set. Ovviamente l’atmosfera diventa rovente in occasione dei singoloni e soprattutto di una versione praticamente perfetta di “Forever Free”. Ma non è finita qui e c’è ancora il tempo di ascoltare le vecchie “Rescue Me”, “Dig In Deep”, e la titletrack del nuovissimo album “Reach”. In sostanza un concerto di hard rock american style praticamente perfetto.

Se i Revolution Saints erano la band che attendevo di più di questa giornata, il frontman degli Steelheart Milijenko Matijevic era forse il personaggio che più di ogni altro ero curioso di ascoltare in questo festival. E la voce del nostro non ha certamente deluso, confermandosi assolutamente straordinaria per potenza e con un’escursione vocale pazzesca. Ma non è tutto oro quello che luccica, ed in particolare alludiamo a questa nuova line-up degli Steelheart, che pur suonando un set solidissimo, è apparsa come una rock machine dai suoni fin troppo potenti e moderni e senza il dovuto calore e cuore, gli elementi che rendono più emozionanti i brani rock più ispirati.
Esistono rockstars che si prodigano per scaldare il pubblico e creare un rapporto speciale con i fans ed altre, come Matijevic, che invece si posizionano sopra un invisibile piedistallo, quasi irraggiungibili. I suoi musicisti, al posto di accarezzare i propri strumenti, sono parsi a tratti dei picchiatori, ancorché tecnicamente davvero bravi come il bassista Rev Jones, peraltro un certo personaggio negli States. L’hard rock più emozionale, quello che tocca il cuore, è tuttavia suonato con il tocco giusto e senza la veemenza di chi pare avere l’attitudine punk-hardcore che ti fa spaccare tutto. Intendiamoci, i rockers americani hanno comunque suonato un bel concerto, classici come “Gimme Gimme”, “She’s Gone” ed “I’ll Never Let You Go” e gli estratti dalla soundtrack di “Rock Star” “Blood Pollution” e “Livin’ The Life” non hanno di certo lasciato il pubblico del Frontiers indifferenti, ma è stato palese come le menzionate scelte sonore e l’attitudine di questi Steelheart del 2017 non abbiano fatto breccia nei cuori dei rockers come l’eccezionale debutto discografico. Una gran peccato, anche perché Milijenko ha ancora una voce pazzesca, una di quelle di cui la scena hard rock ha certamente bisogno. Comunque una prima giornata davvero interessante. Su tutti Tyketto, Eclipse e la rivelazione One Desire.

Di seguito altre foto della serata, tutte realizzate dalla nostra Sabina Baron.

Palace:

       

One Desire:

     

Crazy Lixx:

       

Eclipse:

     

Revolution Saints:

       

Tyketto:

     

Steelheart:

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *