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Electrocution

Pubblicato il 27/09/2017 da in Interviste | 0 commenti


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Electrocution

Ventisette anni di carriera (considerando anche il periodo di scioglimento) all’insegna del death metal più classico. Una carriera partita all’ombra delle Due Torri bolognesi e pian piano proseguita fino ai grandi palchi, senza mai svendersi o snaturarsi. Gli Electrocution sono una band storica della scena italiana e non si sono ancora stancati di macinare riff e di spandere sudore sul palco. In attesa del nuovo disco, previsto per i primi mesi del 2018, la band al completo si racconta al nostro sito..

Ciao ragazzi e benvenuti sul nostro sito! Vi presentate ai lettori?

Mick Montaguti: Ciao, io sono il cantante e fondatore della band.
Neil Grotti: Io invece sono uno dei due chitarristi della band.
Alessio Terzi: Io sono l’ultimissimo arrivato e sono chitarrista solista.
Mat Lehmann: Bassista.
Vellacifer: Io siedo dietro la batteria.

Sicuramente gli appassionati di Death Metal old school vi conoscono da diversi anni (visto che siete in giro dal 1990!), ma è d’obbligo chiedervi se potete riepilogarci la vostra storia biografica, dal 1990 ad oggi… A proposito, come mai sceglieste questo monicker, Electrocution?

Mick: Il nome mi venne proposto nel lontano 1989 dall’amico Luca “NK” Lodi che all’epoca suonava nei Cerebral Disfunction (band Grind Core seminale) e nei Crematorium (validissima band Death Metal). Mi ricordo che mi suggerì questo nome nell’estate del 1989 e, visto che in quel periodo stavo cercando di mettere in piedi una band, pensai di cogliere il suo consiglio! Il nome è ispirato al brano dei Sodom dell’album “Persecution Mania” (1987). Ho ritrovato Luca dopo molti anni, ora milita negli Hallucinator in un duo Drum and Bass molto famoso. Non è il mio genere, ma non posso che complimentarmi con lui!
Finalmente, nel febbraio del 1990, riuscimmo a fare le prime prove con il materiale che avevo composto. Avevo conosciuto, nella scuola che frequentavo, un ragazzo veramente giovane (14 anni all’epoca) che se la cavava già molto bene con la chitarra solista, Alex Guadagnoli. Registrammo un demo tape pochi mesi dopo: “No Rest In Peace”, ma non passò molto tempo che dovemmo sostituire il batterista ed il bassista con i gemelli Luca e Max Canali (miei cugini di secondo grado). Registrammo quindi un secondo demo tape “The Real Doom” (1991), che ci permise di ottenere un contratto discografico con Contempo di Firenze. Durante il periodo di composizione dei brani per l’album, rilasciammo un terzo demo tape: “Remains” e poi, durante la seconda metà del 1992, ci chiudemmo in studio per registrare finalmente il nostro primo album: “Inside The Unreal”. Il debutto venne pubblicato nella primavera del 1993 e fece successo un po’ in tutto il mondo. Quell’uscita ci permise di suonare con band come Death, Carcass, Benediction e di partecipare al primo Italian Monsters of Rock.

Successivamente lasciai la band e, dopo qualche anno, gli Electrocution si sciolsero definitivamente. Poi, nel 2012, dopo aver fatto uscire la ristampa dell’ormai introvabile “Inside The Unreal”, Alex (da Los Angeles), Max (da Ravenna), io ed il nuovo batterista Vellacifer (da Bologna) ci siamo decisi a rimettere in piedi questo progetto solo per registrare un nuovo disco: “Metaphysincarnation”, che uscì due anni dopo. Non potevamo pensare di portare sul palco una band i cui componenti vivevano così distanti ed avevano così poco tempo libero, ma la mia vitale necessità di suonare dal vivo fece sì che i ragazzi mi dessero l’ok per proseguire senza di loro. Ed eccoci qui, con una nuova formazione e tre anni di palco alle spalle da headliner o in apertura di grandissime band come: Cannibal Corpse, Napalm Death, Cattle Decapitation, Sodom, Dark Tranquillity, Demolition Hammer, Insomnium, Dark Funeral, Hail Of Bullets, Morgoth, ecc.

Al momento ci siamo fermati per dedicarci al terzo album che uscirà nel 2018.

Crediti foto: Anuar Arebi

Avete esordito con tre demo tape (“No Rest In Peace”, “The Real Doom”, “Remains”) prima del full lenght ufficiale: “Inside The Unreal”, lavoro che sarà ristampato dall’etichetta Dark Symphonies; sarà una nuova edizione, un doppio cd con inclusi i brani dei demo tape più quattro tracce dai due 7” del ’94. Credo che questo permetterà ai giovanissimi appassionati di Death Metal, che all’epoca erano ancora bambini o non erano proprio nati, di conoscervi… come siete pervenuti a questa etichetta americana? E’ stata lei a proporvi di ristampare il vostro lavoro, addirittura aggiornandolo con le tracks dei lavori precedenti?

Mick: Ted, di Dark SymphonieS, ha avuto una grande perseveranza durante gli ultimi anni. Ci ha contattato diverse volte a distanza di vari mesi, per vedere se fosse possibile ristampare il nostro primo album. Avevamo ristampato “Inside The Unreal” nel 2012, perchè ormai introvabile da anni e non eravamo convintissimi di voler saturare i fan con una nuova ristampa. Ma effettivamente il fatto che questa versione fosse un doppio CD con anche i brani dai demo tapes, ci convinse. Avendo l’esclusiva con Aural, non avremmo mai potuto licenziare una ristampa ad altri ma, ragionando tutti assieme, abbiamo trovato il giusto compromesso per poter far uscire questa edizione speciale. Ted, essendo un vero e proprio nostalgico, vuole a tutti i costi utilizzare le grafiche originali ed ha insistito fino all’ossessione per pubblicare anche i testi, che non sono mai stati pubblicati prima. Effettivamente poi ci siamo anche resi conto che molti fan aspettavano un’uscita come questa da tempo e, ad ottobre 2017, finalmente sarà fuori.

Cosa ricordate dei vostri primissimi anni, come band? – Bhè, io nel 1990 avevo appena 4 anni 🙂 ma c’è da dire che l’arrivo di internet ha reso possibile il ri-andare a riscoprirsi tutti i classici di qualsiasi genere di Metal. Quando iniziai io (1997) il Death Metal classico non era più così “sovraesposto”, diciamo così, nelle preferenze – almeno dei giornali -, ricordo che all’epoca, a livello di intervista su Metal Hammer, potevi trovare i Bolt Thrower o i Nevermore, ma già non più nomi come Asphyx, Pestilence, Nocturnus o Atheist, che però venivano nominati ancora nelle recensioni, come pietre di paragone, per valutare un cd; ricordo anche che gli unici che ebbero tutto sommato ancora visibilità nel 1997-1998 erano i Morbid Angel, gli Obituary e i Deicide, poi bhè, ci ricordiamo tutti che in quel periodo della storia del Metal ad essere più “citata” era la scena Death Metal melodica alla In Flames o Dark Tranquillity… Dopo tutto questo tempo, come giudicate la scena Death Metal? Vi piace ascoltare anche “qualche deriva moderna” del genere, penso a cose come la scena Prog Death o Brutalcore…? Oppure avete “cristallizzato” gli ascolti solo ai classici del genere e siete critici nei confronti delle cose “moderne”?
Certo che non è da tutti vivere il Death Metal, nello stile di vita, per ben 27 anni di ininterrotta passione viscerale per questa musica… A questo punto sarei anche curiosa di chiedervi come la scopriste, da adolescenti…

Mick: C’è stato un lunghissimo periodo in cui Electrocution non esistevano più. Ci siamo sciolti all’inizio del 1997 e la reunion è avvenuta nel 2014. Abbiamo saltato quasi totalmente un lungo periodo di deviazioni musicali. Non sono affatto critico a priori rispetto alle “cose moderne” in sé, anzi, mi piace ascoltare cose nuove. Una cosa però trovo molto fastidiosa nelle produzioni di oggi: la freddezza tecnologica. Parlo soprattutto dell’underground. Rimango colpito da alcuni gruppi, ma di fatto non esco troppo dai generi più solcati. Le sperimentazioni possono essere interessanti, ma alla fine dei conti mi ritrovo sempre ad ascoltare i classici. Album come “Spiritual Healing” o “Legion” mi riportano subito ad un magico periodo in cui la vita e la musica erano letteralmente sinonimi. Agganciandomi infine all’ultima parte di questa domanda, posso dirti che fu proprio la necessità di ascoltare musica con ritmiche potenti, velocità e impeto vocale a segnare la via che mi portò, durante l’adolescenza, dagli Iron Maiden, Metallica, Anthrax e Slayer ai Death, Obituary, Deicide e Suffocation.

Vellacifer: la scena Death metal negli ultimi tempi ha di certo sfornato band davvero interessanti e d’impatto. Negli anni è aumentata sempre più la cura per il suono così come l’aspetto tecnico. A volte quest’ultimo viene esasperato snaturando totalmente la vera essenza del Death Metal. La scena moderna a mio avviso sta andando verso la monotonia. Il blast beat sembra essere diventato la cosa principale nel drumming, al punto tale da far addirittura perdere potenza ai brani. Sembra che esista solo quello. Non fraintendermi, io adoro il blast in tutte le sue forme, ma cerco sempre di creare movimento nei nostri brani, con cambi di tempo ed accenti per enfatizzare al meglio ogni parte.

Alessio: Spesso mi piace ascoltare musica nuova in cerca di ispirazione e, talvolta, la trovo nel technical e nel prog, ma alla fine torno sempre alle radici del metal. Le mie influenze nello sviluppo degli assoli invece sono ancora più “old school”, infatti variano dal blues alla musica classica e ovviamente al metal.

Neil: Tendenzialmente sono un purista. Anche se riesco ad apprezzare alcuni dischi più moderni, non riesco a digerire alcuni generi come, ad esempio il Death Core, in cui il digitale ha preso il sopravvento. Purtroppo oggi si sono un po’ persi l’anima e il gusto che c’erano nelle produzioni Old School. Questo tipo di produzioni facevano corpo unico con la musica e caratterizzavano l’atmosfera che avvolgeva il Death Metal. Noi stiamo cercando di recuperare tutto questo con una produzione alta ma mantenendo l’anima Old School e credo che questo nuovo lavoro sarà la giusta espressione di tutto ciò.

Crediti foto: Anuar Arebi

Non avevo neanche 14 anni quando Chuck Schuldiner morì, ma mi ricordo bene come la notizia venne accolta, sui giornali del tempo… se ricordo bene, mi pare di ricordare che era persino stata organizzata una colletta tra i fans per contribuire alle spese mediche, ma poi purtroppo è stato tutto inutile.
A distanza di così tanti anni, volete ricordarlo anche qui? Trovo molto toccante che gli abbiate dedicato “As a son to his father”… Penso che sia il modo più bello per ricordarlo. Sono morti tanti, tanti artisti, eppure la loro arte resta immortale. Comunque, insieme a Chuck, voglio ricordare anche Tristessa delle Astarte, che ci ha lasciato qualche anno fa a seguito di una bruttissima malattia. Ascolto ancora volentieri i primi lavori delle Astarte, quindi lei, in un certo senso, è sempre viva… Pensate lo stesso anche per Chuck e i suoi Death?

Alessio: Assolutamente sì. Chuck era un compositore straordinario e i Death sono una delle band più importanti del metal in generale. Credo che la sua musica continuerà a ispirare molte persone per ancora moltissimo tempo, perché i grandi artisti lasciano il segno.

Neil: A tutti noi piacerebbe poter ascoltare nuovi album dei Death, ma non sarà più possibile. Così noi tutte band Death Metal dobbiamo raccogliere il testimone e fare del nostro meglio per mantenere vivo quanto Chuck ci ha lasciato in eredità.

Vellacifer: La morte di Chuck è stata una vera tragedia. Abbiamo perso il “padre artistico” di tutti noi, ma soprattutto uno straordinario talento. Ero piccolo quando appresi della brutta malattia e mi ricordo che nell’ambiente questa notizia ha fatto tremare la terra. Migliaia di fan hanno raccolto dei soldi ma il tempo è stato fatale. Chuck è stato un grande e, come tutti i grandi della musica, il suo segno su questo mondo ci sarà per sempre. Abbiamo voluto ricordarlo a modo nostro dedicandogli “As a Son to His Father”.

Mick: L’arte rende immortali. L’arte fa sì che una parte del tuo messaggio rimanga dentro le persone. Quando ho scritto il testo di “As a Son to His Father” non sapevo da dove cominciare, sapevo solo di voler ricambiare il messaggio che Chuck ha lasciato dentro di me. Ero terribilmente felice di poter dirgli qualcosa ma, allo stesso tempo, ogni frase che ne usciva mi sembrava talmente insignificante da non avere senso. Così, ad un certo punto, lui, attraverso la sua stessa musica, mi ha dato la giusta ispirazione. Così ho preso alcuni dei titoli dei brani dei Death e li ho inseriti nel testo. A quel punto mi sembrava di parlare con lui e di potergli raccontare quello che rappresenta per me e per noi, tramite la fusione dei nostri linguaggi. D’improvviso scrivere è diventato semplice e naturale.

Una cosa che tuttora mi lascia interdetto è che, quando ho registrato la frase: “You were not wrong when you said: Nothing is everything”, la voce è cambiata durante la frase: “Nothing is everything”. Non credo a certe cose, ma se ci credessi direi che in quel momento lui fosse realmente lì con me ad urlare nel microfono!

Come mai la scelta della vostra cover è caduta su “Flattening Of Emotions”? Devo dire che per come avete girato il video, ci avete fatto rifare un tuffo nel primigenio Death Metal old school… Come pensate verrà accolta, dai fans dei Death?

Vellacifer: Ci siamo trovati un giorno, improvvisamente, a voler inserire nel nostro set live una cover. Non è stato semplice decidere quale fare anche perché le proposte arrivavano a raffica. Ricordo però che una cosa risultava chiara: doveva essere un brano dei Death. Io e Mick, come tutti gli altri membri della band, siamo fanatici dei Death.

Mick: Sì, ricordo che Vellacifer disse: “Se ne facciamo una dei Death non devo nemmeno studiarla. Le so già tutte!” Chiaramente stava esagerando, però devo dire che rimango sconvolto tutte le volte che improvvisiamo in sala prove, perché Vellacifer sembra conoscerli davvero tutti! Mi ricordo che ad un certo punto presi in mano la situazione, perché non ne stavamo uscendo vivi. Ancora un po’ ed avremmo seriamente rischiato di suonare la discografia dei Death al posto dei nostri brani. Hahaha. Così presi la palla al balzo quando Vellacifer propose “Flattening Of Emotions”, probabilmente il brano Death Metal che preferisco in assoluto.

Vellacifer: Sì, vero! Ricordo di essere stato io il primo a proporre quel brano. Fortunatamente Mick mi diede man forte e tutti furono entusiasti (e un po’ timorosi) per la scelta. Adoro quel brano. ha un intro meraviglioso e la legnata che ti dà quando partono tutti gli altri è devastante. La risposta del pubblico dal vivo è impressionante. Probabilmente il fatto di suonarla senza metronomo la rende più viva e capace di ricreare quelle atmosfere che c’erano ai tempi.

Mick: Sicuramente suonarla senza metronomo è un po’ un rischio, perché Vellacifer ha una potenza tale che, senza qualcosa che lo regoli, rischia sempre di suonare al doppio della velocità. Ma sicuramente questo fattore contribuisce a dare enfasi al brano. Dal vivo i fan l’adorano e pare proprio che anche il video sia piaciuto veramente tantissimo.

Vellacifer: Nella registrazione ho cercato di rimanere il più vicino possibile ai bpm di quella originale, volevo mantenere il giusto groove. Senza quasi rendermene conto mi sono trovato a rallentare moltissimo in certe parti, ci piaceva molto il risultato ed abbiamo deciso di tenerla così. L’ho registrata di getto e questo, come dicevo, le ha dato la giusta “vita” e la capacità di trasmettere il rispetto che abbiamo noi tutti per Chuck e i Death.

E per quanto riguarda il nuovo album, sul quale state lavorando… Ci potete anticipare qualcosa? “Metaphysincarnation” è uscito nel 2014. Anche questo era un lavoro di classico Death Metal. Potete riepilogarci brevemente la genesi del cd e degli argomenti trattati nei testi? Il titolo, per esempio, si tratta di un gioco di parole tra “Metafisica” (“Metaphys”), “Incarnazione” (“Incarnation”) e “Peccato” (“sin”)?
Come mai la scelta di quella copertina così atipica? Cosa rappresenta?
E sul video di “Wireworm”? Come si è svolto il making of delle riprese e del montaggio?  A proposito, mi piace molto l’intro con cui inizia la canzone, quel coro “quasi alla Omen” molto inquietante, che anticipa il sound plumbeo e pesante…

Vellacifer: Stiamo lavorando intensamente al nuovo materiale. Dalla parte del drumming, rispetto a “Metaphysincarnation” ci saranno dei riff più veloci, cambi repentini e anche più bpm, i blast beat messi dove servono e tanta pacca!

Neil: I riff che sto componendo sono il risultato di una vita da fan del Death Metal Old School mescolata alla maturità musicale. Quando compongo ho modo di sfogare in musica tutta la cattiveria che mi si accumula dentro ed in questo disco posso sfoderarla tutta. Fin da ragazzino ho ascoltato “Inside The Unreal” fino a consumarlo. L’influenza di quell’album è inevitabile, come l’influenza della musica di Deicide, Cannibal Corpse e Morbid Angel. Questo album sarà l’unione tra la tigna dei primi Electrocution e la maturità di oggi. Non è cosa semplice, ma quello che sta uscendo soddisfa il mio spirito conservatore e il mio orecchio di produttore. Questo disco, come tutti i nostri lavori, è “vero” e i fan lo percepiranno!

Alessio: Eh sì, pare proprio che per ascoltare il prossimo album servirà un certificato medico! Chi ha il cuore debole potrebbe non farcela! Il riffing di Neil è spaventoso e offre sempre spunti interessanti per arrangiamenti. Le soliste che stiamo sviluppando hanno grande respiro. Lo stile della band è sempre stato quello di proporre assoli incisivi da contrapporre a ricerche melodiche. Direi che si tratta proprio del mio terreno di caccia. Hahaha. Le parti più melodiche permettono di enfatizzare maggiormente le riprese aggressive. Mi diverto davvero a suonare questa roba!

Mick: Per rispondere invece alle tue domande relative a “Metaphysincarnation”, i brani parlano della mia visione di scienza, filosofia e tecnologia. Non credo che, in sé e per sé, scienza e tecnologia siano il bene o il male. Sono strumenti e, come tali, il risultato dipende sempre dall’uso che se ne fa. La copertina fatta da Gustavo Sazes (bravissimo artista molto conosciuto anche per lavori con Morbid Angel, Arch Enemy e altri grandi) mostra in una immagine questo messaggio. “Metaphysincarnation” è l’unione di Metaphysic e Incarnation. Un paradosso di per sé. L’incarnazione della metafisica non è altro che l’uomo che, con la propria mente di carne, può pensare la metafisica. Visto che la mia immersione in queste “follie” psicologiche non era ancora finita, per il nuovo album l’argomento verterà interamente sulle sfaccettature della mente umana. Le riprese per “Wireworm” sono state fatte in una giornata. Alex ed io volevamo ricreare un ambiente neutro in cui poter sviluppare l’idea legata al brano. un amico che se la cava abbastanza bene con gli effetti digitali è poi intervenuto per animare i cavi che mi trapassano il corpo come fossero vermi. in senso figurato rappresentano la nostra continua connessione alla rete ed al fatto che si possa diventare vittime di tutto questo.

Electrocution nel 1993

Dal punto di vista live avete alle spalle un’intensa carriera on stage, ma tra i tanti eventi, qual’è stato il migliore? e il peggiore? Differenze, dal punto di vista organizzativo e di resa live, tra il 1990 e oggi?

Mick: Per me personalmente l’esperienza migliore è stata quella legata al live che facemmo in apertura ai Death. Ricordo che fu il primo vero grosso concerto. La mia paura era che il pubblico ci fischiasse. Sto parlando del 1993. A quei tempi era diffusa la pessima abitudine di fischiare le band italiane che aprivano i grandi. Ma quella sera non fu così. Era uscito da poco “Inside The Unreal” e il pubblico conosceva ed apprezzava i brani. Per cui, con mio grande stupore, avevamo i nostri fan sotto al palco, ed erano tantissimi! Potete vedere nel video di “Premature Burial” quanto fossero scatenati anche quando suonavamo noi! Per quanto riguarda invece l’organizzazione e la resa live, ovviamente, non c’è proprio storia. Oggi abbiamo maggiori possibilità per la resa audio ed è sempre più raro trovare organizzazioni carenti. Grazie alla tecnologia, si può avere una resa spaventosa anche utilizzando la Direct Input, che si traduce nella possibilità di non doverti portare dietro attrezzatura ingombrante e ti permette di velocizzare il setup del palco. Per darti un’idea, nel 2015, quando aprimmo per i Cannibal Corpse a Milano montammo tutto (sound check compreso) in mezz’ora! I tecnici palco ci erano molto grati.

Bene, grazie per il tempo che ci avete concesso e concludete a vostro piacimento!

Tutti: Grazie dell’intervista e grazie ai lettori che sono arrivati fino a qui! Ci vedremo presto dal vivo per vedere di dare una bella botta al vostro apparato uditivo.

ElectrocutioN Death Metal Band

Booking and info: electrocution.deathmetal@gmail.com
Official store: http://electrocution.bigcartel.com
Facebook: https://www.facebook.com/Electrocution.band

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