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08/06/2017 : Sweden Rock Festival – Day 2 (Solvesborg, SVE)

Pubblicato il 10/10/2017 da in Live report | 0 commenti


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08/06/2017 : Sweden Rock Festival – Day 2 (Solvesborg, SVE)

Il nostro secondo giorno, come da consuetudine dello Sweden Rock Festival, comincia intorno a quella che in Italia viene definita “l’ora di pranzo”. Arriviamo allo Sweden Stage verso la fine del set dei Phil Campbell & The Bastard Sons, la band a conduzione familiare capitanata ovviamente dallo storico chitarrista dei Motorhead. Il gruppo è solidissimo e si lancia in una cover del classico degli Hawkwind (l’altra grande band di Lemmy) “Silver Machine”, di recente coverizzato alla grande anche dai Voivod. Parlando di Lemmy, è ovviamente al compianto e leggendario frontman che viene dedicata la conclusiva doppietta di classici dei Motorhead “Born To Raise Hell”-“Killed By Death”, che riesce a coinvolgere in un notevole headbanging il buon pubblico radunatosi davanti al grande Sweden Stage.

Nifelheim

Pochi passi ed arriviamo al 4Sound Stage, una delle tante “coincidenze” proposte dal running order ci fa preferire ad una band famosa come gli Apocalyptica una black metal band di culto ben più difficile da vedere dalle nostre parti come gli svedesi Nifelheim. La nostra è una scelta molto felice. I Nifelheim, che attaccano con una “Infernal Flame Of Destruction” micidiale, dal vivo sono una gioia per gli occhi ed un “guilty pleasure” per le orecchie. Black metal senza compromessi, suonato con una passione sconfinata da dei veterani del genere che non si risparmiano minimamente on stage. Ed il pubblico reagisce nel migliore dei modi, tra moshpit e sguardi compiaciuti dei fans delle sonorità estreme. Va detto che, anche se lo Sweden Rock Festival non è di certo noto per il suo amore per le formazioni estreme, ogni anno propone un discreto numero di concerti di grande livello anche per gli amanti di questo sound. La scaletta privilegia il disco di debutto intitolato come la band e pubblicato nel 1995, omaggiato dall’esecuzione di brani come “Satanic Sacrifice”, “Sodomizer” “Storm Of Satan’s Fire” e “Unholy Death”. C’è tempo anche per un bis, con il gran finale che arriva con la ferale “Bestial Avenger”. Prima nomination per la “renna d’oro”, il premio assegnato alla migliore band estrema del festival (la “renna d’oro” è una nostra invenzione, ma ci sembra un idea brillante ndMax).

Hardline

Ecco, ora vorremmo davvero sdoppiarci, dover decidere tra l’hard rock bollente degli Hardline (dove militano gli italianissimi Alessandro del Vecchio, Anna Portalupi e Francesco Jovino) ed il potente mix di classic e thrash metal proposto dai grandi Iced Earth è stato davvero difficile. La nostra fotografa Sabina Baron è rimasta in compagnia degli Hardline per tutto il tempo, rapita dalle melodie cantate dall’ugola potentissima di Johnny Gioeli, che ha presentato un poker di pezzi dal nuovo, pregevole album “Human Nature”, come la titletrack e la trascinante “Where Will We Go From Here?”. La line-up è completata dal tocco chitarristico di Josh Ramos, dalla bravura della bassista Anna Portalupi, dalla solidità dietro alle pelli di Francesco Jovino e dal gran talento del tastierista Alessandro del Vecchio. Quello di Del Vecchio è un talento cristallino, che ha portato alla realizzazione di un brano stupendo come “Fever Dreams” dal precedente album “Danger Zone”. Ottima performance della band americana, che ovviamente ha dato molto risalto al disco capolavoro “Double Eclipse”, uno dei migliori debutti discografici degli anni ’90 in ambito hard rock. Verso la metà dello show il sottoscritto, non senza un po’ di tristezza, scappa via dallo Sweden Stage.

Iced Earth

Quando arrivo sotto al Rock Stage, gli Iced Earth sono a circa metà del loro set e non possiamo perderci la seconda parte del loro infuocato concerto. Ritroviamo la band americana in ottima forma mentre sta per presentare un nuovissimo brano dal nuovo album “Incorruptible” – “Seven Headed Whore” – mai suonato prima dal vivo. Dalla violenza della menzionata traccia si passa alle melodie emozionanti di “I Died For You”, che ci confermano come il chitarrista e leader della band Jon Schaffer abbia visto giusto affidando il microfono alla voce dotatissima di Stu Block. La scaletta è particolarmente rappresentativa della storia della band. Tra gli album più saccheggiati ci sono ovviamente “The Dark Saga” (ottima la versione di “Slave To The Dark”), il recente “Dystopia” ed il classico “Something Wicked This Way Comes” dal quale ricordo molto volentieri una tostissima versione di “My Own Saviour” (con il Generale Schaffer sugli scudi) e la conclusiva “Watching Over Me”, per un’insolita conclusione di metal show con un’emozionante ballata. Grandi Iced Earth.

Doro

Giusto il tempo per scattarci due foto ricordo ed arriva uno dei momenti clou della giornata, il concerto dei Warlock di Doro Pesch, riassemblati dopo una lunga battaglia legale vinta da Doro contro chi aveva curato il management della band. Il concerto ha visto la storica vocalist in una giornata di forma straordinaria. Doro è una frontwoman eccezionale e non la scopriamo di certo noi. Oggi, alle prese con l’esecuzione dell’intero disco capolavoro “Triumph And Agony” la cantante tedesca si è superata, con una verve incredibile ed una performance vocale da brividi. L’intensità è stata ai livelli di guardia per tutto lo show, sia nei pezzi tirati come le iniziali “Touch Of Evil” ed “I Rule The Ruins”, che nelle straordinarie ballate come “Fur Immer”. Stupendo rivedere Doro alle prese con materiale così classico e dai contorni epici tipicamente ottantiani. Bellissime anche canzoni come “Kiss Of Death” e “Make Time For Love” alla loro prima esecuzione dal vivo di sempre. Davvero solida anche la performance del resto della band, che ha visto la presenza eccezionale dello storico chitarrista Tommy Bolan oltre ai musicisti che accompagnano di solito Doro dal vivo. Questa versione dei Warlock – anche se il tocco old school di Bolan e quello del suo più giovane compagno sono piuttosto differenti – è davvero meritevole di essere ascoltata, anche perchè Doro è ancora strepitosa. Un serio candidato al titolo di miglior show del festival.

Ian Hunter

Vista la portata di questi primi concerti di questo intensissimo giovedì abbiamo posticipato la nostra piccola pausa pranzo fino dopo le 17.00. Eh sì, è proprio dura la vita del giornalista metal. Dopo una breve pausa torniamo sotto al Rock Stage per applaudire Ian Hunter e la sua ottima Rant band. L’ex frontman dei Mott The Hoople fortunatamente deve ancora sciorinare alcuni dei suoi più grandi classici. Ian è un vero mattatore, lo ritroviamo in buona forma, ed alla sua veneranda età (78 anni compiuti pochi giorni fa) la cosa non è mai scontata. Era la mia prima partecipazione ad un suo concerto e devo ammettere di essere rimasto piacevolmente impressionato. Ian, tra la sua ex band, il materiale solista e le sue collaborazioni con alcuni dei più grandi della musica rock può davvero mettere in scena una setlist da brividi. Non manca una bella versione di “All The Way From Memphis” dal repertorio Mott The Hoople, una efficace “Bastard” da quello solista, l’omaggio ai Velvet Underground di “Sweet Jane” ed un ricordo dell’immenso David Bowie prima di presentare un’intensissima e lieve rendition di “All The Young Dudes”. A chiudere lo show, nei bis, un altro classico dei concerti di Ian Hunter, “Goodnight, Irene”. Ian Hunter è un artista speciale, ed oggi ci ha dato una emozionante lezione di storia della musica rock.

Altro “scontro temporale” suggestivo, quello che vede gli americani Alter Bridge suonare sul Festival Stage in contemporanea con i connazionali Fates Warning. Avendo visto la formazione di Myles Kennedy un numero superiore di volte decido di dedicar loro solo l’inizio e la fine dello show, visto che ai Fates Warning sono stati assegnati solo sessanta minuti di tempo.

Alter Bridge

Gli Alter Bridge sono ormai una delle formazioni di heavy rock moderno migliori della scena mondiale, hanno dalla loro pezzi eccellenti, tecnica invidiabile ed anche Myles Kennedy, che agli inizi non era ancora lo sciolto e navigato frontman che è diventato da qualche anno a questa parte raggiungendo un livello di confidenza nei propri mezzi che lo fa scherzare con l’audience a più riprese. Lo show dello Sweden Rock Festival è iniziato all’insegna di brani recenti come la nuova “Writing On The Wall” e la comunque recente “Farther Than The Sun”. La band è come sempre una bomba e dispiace non restare a godersi tutto il loro show, ma sul 4Sound Stage c’è un’altra formazione pazzesca, una che non ha avuto tutto il successo ed il riscontro di vendite della formazione di Mark Tremonti e che ha bisogno di tutto il nostro sostegno.

Fates Warning

I Fates Warning sono un culto assoluto, lo sono stati nella loro prima fase, quella più epica, che ha visto dietro al microfono la particolarissima voce di Jon Arch, un periodo celebrato di recente da un paio di reunion show con la vecchia line-up e da un sontuoso live package, intitolato “Awaken The Guardian live”, che ha visto la band eseguire il set che molti fans avevano solo potuto sognare. Ma i Fates Warning hanno avuto anche una seconda vita ed una che per durata ha ormai doppiato la prima, con un altro grande vocalist come Ray Alder ed un approccio musicale che ha abbracciato le sonorità di un prog metal più moderno e dalle tematiche personali. L’ultimo album di studio “Theories Of Flight”, è l’ennesimo grande album del gruppo, come esemplificato dall’ottima versione del nuovo classico “Seven Stars” e dalla successiva (nella scaletta) e sempre nuova “S.O.S.”.
Il mio cuore batte più forte quando questa incarnazione della band va a toccare il capolavoro “A Pleasant Shade Of Gray”, qui omaggiato dall’esecuzione dei capitoli “III” ed “XI”. Tra questi brani abbiamo cantato a squarciagola classici come “The Eleventh Hour” e “Point Of View” dall’altro capolavoro, “Parallels”.
La presenza eccezionale dello storico bassista Joe DiBiase, quello di “Awaken The Guardian” per intenderci, è stata la grande sorpresa di questo concerto. Il nostro, in sostituzione di Joey Vera, si è mostrato davvero a suo agio ed ha reso il concerto ancor più memorabile. La seconda giovinezza della band procede alla grande, con un Ray Alder che magari non avrà più la capacità di arrivare alle note altissime dei primi lavori ma che rimane un cantante favoloso e dalla timbrica splendida. Come dicevo all’inizio, più che una band un culto.

Alter Bridge

Ritorno al futuro, quello che ci riporta all’heavy rock melodico e più moderno degli Alter Bridge, che sul Festival Stage hanno ancora una ventina di minuti a disposizione per sparare i loro fuochi d’artificio finali. Riesco quindi a godermi la sempre splendida “Metalingus”, un brano davvero heavy che strizza l’occhio a certo alternative, e che rimane quello con il quale ho scoperto la band, grazie al fatto che è stato utilizzato come tema d’ingresso sul ring di un ex wrestler della WWE, Edge, che era solito salire sul ring facendo il gesto delle corna tanto caro ai metallari di tutto il mondo. Di fianco a noi c’è una coppia di ragazzi con una bambola gonfiabile con tanto di pene in bella evidenza. Myles ci scherzerà sopra almeno due o tre volte, sostenendo quanto sia difficile restare concentrati sugli strumenti e la voce con quella visuale “disturbante” davanti. La nuovissima “Show Me A Leader” si conferma già brano che ha il DNA per restare nelle setlist del gruppo per molti anni. E’ anche un pezzo perfetto per lanciare una serie di assoli mirabolanti della coppia Tremonti-Kennedy. Quelli del primo sono tecnicamente fantastici ma pure il secondo non scherza, con una maggiore propensione per quelli più melodici. Il finale è come quasi sempre all’insegna della speranza, con le linee vocali trascinanti e catchy di “Rise Today”, un vero e proprio anthem della band, tratto dal capolavoro “Blackbird”. Gli Alter Bridge si confermano band leader del loro genere.

Primus

Altro duello, Primus-Steel Panther, ed il sottoscritto ha optato per l’originalità e la storia dei primi. Grande scelta. La band del carismatico bassista/vocalist Les Claypool ha sciorinato una performance eccellente da ogni punto di vista. Sono rimasto assolutamente impressionato dal calore con il quale il folto pubblico radunatosi sotto allo Sweden Stage ha accolto la band americana. I Primus sono una band particolarissima, assolutamente sperimentale, con un sound unico fatto di grande tecnica e molteplici influenze che vanno dal funky al metal, dal rock progressivo alla musica alternativa. Il gruppo ha avuto il suo heyday all’inizio degli anni ’90 ma se la cava ancora alla grande on stage ed ha un nuovo album in uscita, “The Desaturating Seven” dal quale ci ha fatto sentire in anteprima il singolo “The Seven”. L’album racconta della storia di sette goblin che vanno a caccia di arcobaleni per svuotare il mondo dai suoi colori. Il sound del gruppo è delirante ma non sono da meno nemmeno i folli testi della band.
Musicalmente, l’alchimia tra il basso del geniale Les Claypool, la storica chitarra di Larry LaLonde ed il drumming di Timothy Alexander è qualcosa di unico. Il riscontro del pubblico, come dicevo, è stato ottimo, ed è stato particolarmente caldo in occasione dell’esecuzione dei grandi classici del gruppo, da “Winona’s Big Brown Beaver” passando per “Jerry Was A Race Car Driver” fino ad arrivare a “My Name Is Mud”. Ci hanno fatto ballare, ridere e saltare. Eccezionali.

Aerosmith

Gli Aerosmith non hanno bisogno di presentazioni, il loro “Aero-vederci tour” è uno dei tanti farewell tour che abbiamo visto lanciare dalle formazioni più storiche in ambito hard rock e metal negli ultimi anni. Tour annunciati come gli ultimi di sempre della band su vasta scala ma con i musicisti del gruppo pronti a dire “mai dire mai” sulla possibilità di esibirsi in future esibizioni o addirittura di registrare nuovi album. E’ ormai diventata una moda, forse inaugurata inconsapevolmente da Ozzy Osbourne con il “No More Tours” 25 anni fa. Questa usanza ha visto, in ordine cronologico, dopo il “Madman”, Whitesnake, Kiss, Judas Priest, Scorpions, Motley Crue e Black Sabbath (e non abbiamo citato i gruppi minori) fare tutti più o meno la stessa cosa. Alcune di queste formazioni sono già ritornate a pieno regime e da molti anni, altre forse le rivedremo tra qualche annetto, magari in occasione di un cinquantesimo anniversario dal primo album o cose simili.
Meglio interessarsi alla musica suonata allora e da quel punto di vista gli Aerosmith regalano ancora grandi spettacoli, in un tripudio di luci, schermi giganti e video celebrativi di un successo che dura da più di quattro decadi. La voce di Steven Tyler è invecchiata davvero bene, al punto che questa sera il nostro ci è piaciuto ancora di più che nella precedente esibizione in questo stesso festival nel 2010, complice una temperatura più mite.
Quando Steven Tyler è in forma è l’intera band a fare sempre la sua degna figura, e come potrebbe essere altrimenti con un catalogo di canzoni che ha ben pochi eguali in ambito hard rock? Questa sera spazio a brani meno eseguiti come “Let The Music Do The Talking”, “Chip Away The Stone” e “Young Lust” oltre alla solita sfilza di classiconi senza tempo come “Cryin'”, “Livin’ On The Edge”, “Love In An Elevator” e “Janie’s Got A Gun”. Joe Perry ha conservato un tocco chitarristico davvero speciale, fondamentale nella creazione del sound della band. La sezione ritmica formata da Joey Kramer e Tom Hamilton tiene botta piuttosto bene, con il secondo che sembra un po’ il supervisore del lavoro di Joey e della chitarra ritmica di Brad Whitford, puntuale e perfetta per conferire più polpa e sostanza al rock sound in salsa blues del gruppo.
Sul finale arrivano altri classici immortali, come la radio friendly “I Don’t Want To Miss A Thing”, “Ragdoll”, “Dude (Looks Like A Lady)”, l’incredibile “Dream On” e la conclusiva “Walk This Way” con Steven Tyler e Joe Perry che sembrano fare a gara a mettersi in mostra sulla fantastica lunga pedana centrale dello Sweden Rock Festival, percorsa in lungo ed in largo dai grandi cantanti e chitarristi di ieri e di oggi. Se queste erano le ultime cartucce sparate qui in Scandinavia, allora possiamo tranquillamente dire che sono arrivate al bersaglio, nel cuore di tutti i rockers di almeno cinque diverse generazioni. Un traguardo che ben pochi gruppi della storia dell’hard rock possono vantarsi di aver raggiunto.

Edguy

Dei fuochi d’artificio annunciano l’inizio dello show degli Edguy e la loro “Love Tyger”. E si tratta di uno spettacolo davvero speciale, che la band ha annunciato come il più pirotecnico della sua storia. E’ tempo di best of per gli Edguy, che con “Monuments” hanno festeggiato i primi 25 anni di carriera. E lo show allo Sweden Rock Festival è stato il primo di questo tour celebrativo, con una setlist splendida e molto rappresentativa della carriera della band capitanata da Tobias Sammet. La formazione ha conosciuto il successo nel momento migliore del revival del power metal, quello vissuto tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo. Dopo una manciata di brani come la titletrack di “Vain Glory Opera” e “Mysteria” Tobias comincia ad allungare un po’ lo show con le sue consuete lunghe introduzioni dei brani, a volte nemmeno troppo inerenti i pezzi stessi.
Al di là dell’incontestabile carisma e simpatia del frontman va detto che gli Edguy che preferiamo sono quelli che ci suonano i brani citati o la lunga e variegata “The Piper Never Dies”, assente dalle scalette della band da sette anni, con i suoi toni epici e le sue fantastiche melodie. Nella seconda parte dello show arrivano altri classici come “Babylon” e c’è spazio anche per vere e proprie ballate, come una “Land Of The Miracle” chiaramente influenzata dai Savatage ed una “Save Me” che non ha mai nascosto le sue velleità commerciali. Ecco, dell’invettiva contro chi abbia accusato la band di essersi un po’ venduta, in corrispondenza del citato singolo o della seconda parte della carriera – quella più influenzata dai suoni hard rock che dal classico power metal (un po’ demodè negli ultimi quindici anni) -avremmo fatto volentieri a meno. Ormai Tobias ed i suoi pards un posto nella storia del power metal se lo sono guadagnati di diritto, come ci dimostra l’accoglienza trionfale alle conclusive “Out Of Control” e “King Of Fools”. Bella performance di tutta la band, con un Tobias Sammet in buona forma vocale, il degno epilogo per una giornata straordinaria.

Di seguito altre foto del festival, tutte realizzate dalla nostra Sabina Baron.

Nifelheim:

Hardline:

Iced Earth:

Doro:

Ian Hunter:

Alter Bridge:

Fates Warning:

Primus:

Aerosmith:

Edguy:

Foto varie:

Il nostro super inviato Max

Il super inviato Max con la super fotografa Sabina

Anna Portalupi (Hardline) con la nostra Sabina Baron

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