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09/06/2017 : Sweden Rock Festival – Day 3 (Solvesborg, SVE)

Pubblicato il 15/10/2017 da in Live report | 0 commenti


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09/06/2017 : Sweden Rock Festival – Day 3 (Solvesborg, SVE)

Sweden Rock Festival

Il nostro venerdì comincia all’insegna del power metal dei teutonici Primal Fear. C’è ancora più simpatia verso la band tedesca da quando questa si è accasata presso la label italiana Frontiers Records (2007) e da quando lo storico drummer Randy Black è stato sostituito dall’italianissimo Francesco Jovino (2015). Dal vivo la band rimane una delle più affidabili della scena classic, con un cantante potentissimo e versatile come Ralph Scheepers, colui che avrebbe potuto essere un ottimo singer anche per i Judas Priest ma che invece ha avuto “solo” un’ottima carriera lavorando fianco a fianco con Kai Hansen nei Gamma Ray prima e con il bassista e songwriter Mat Sinner nei Primal Fear negli ultimi venti anni. I Primal Fear, dal punto di vista chitarristico, sono come una grande famiglia, una che ogni tanto si allarga a vecchie conoscenze, come lo svedese Magnus Karlsson, che ha partecipato in veste di ospite allo show, aggiungendo la terza sei corde al già potentissimo sound della formazione. Spazio alle nuove “Rulebreaker” ed “In Metal We Trust” ma senza dimenticare i classici “Angel In Black”, “Chainbreaker” e la conclusiva “Metal Is Forever”. Show maiuscolo. Partenza tirata vittoria assicurata.

Primal Fear

Picture

Non siamo riusciti a vedere tutto lo show dei Picture, che suonavano in contemporanea, ma abbiamo visto abbastanza per capire che questi olandesi hanno ancora il metal nel sangue e l’energia che serve per suonarlo al fulmicotone, tra colate elettriche a tutta velocità e midtempo incalzanti. Ottima performance del frontman originale Ronald Van Prooijen, uno che era scomparso dal giro che conta per tanti anni e che ha avuto la forza di tornare dietro al microfono lo scorso anno, dando la birra per carica, entusiasmo e convinzione a molti ragazzi con la metà dei suoi anni. Piccoli classici come “Lady Lightning”, “Heavy Metal Ears” e “Bombers” hanno il loro posticino nella storia del metal classico ottantiano. Ci sono piaciuti molto di più oggi che allo Steel Fest di Bologna nel 2011, e scusate se è poco…

Kix

Eccola un’altra delle grandi sorprese dello Sweden Rock Fest del 2017: il classic rock dei Kix ha spaccato di brutto. I Kix sono una cult band che ha proposto glam rock, un hard rock sensuale e caldo, già da prima del successo del genere a metà degli anni ’80. Il successo della band si deve in buona parte al carisma ed alla bravura del frontman Steve Whiteman, che alla bellezza di 60 anni mostra ancora un’agilità incredibile. Certi zompi, certi salti non li ho mai visti fare prima a nessuno sopra i 50 anni, figuriamoci a 60. Dal punto di vista fisico non ho mai visto nessuno fare il salto che ha visto il frontman arrivare a superare in altezza la batteria. Solo per questo non dimenticherò mai lo show dei Kix ed il suo frontman, poi però i Kix hanno pure i pezzi. E che pezzi.. Brani come “Blow My Fuse”, “She Dropped Me The Bomb”, “Girl Money” ci hanno fatto scuotere, ballare e cantare, con un vocalist in giornata memorabile ma anche una band che non ha perso un colpo. Come dicevamo, una sorpresa coi fiocchi.

King’s X

Tutt’altra verve hanno sfoggiato i King’s X. Bravissimi musicisti, dotati di classe sopraffina sia in fase di esecuzione che songwriting, purtroppo ho constatato come la band non sia assolutamente delle più adatte per un festival come questo. Nonostante la qualità strumentale impeccabile e gemme artistiche in scaletta come “Pillow”, “Over My Head” e “Groove Machine”, la band del leader Doug Pinnick ci ha convinto pienamente dal punto di vista musicale ma ci ha troppo intorpidito i sensi, in quello che forse è stato lo show più riflessivo del festival. Un conto è suonare brani tendenzialmente slow, un conto è presentarli in modo pacato e soft ma c’è un limite a tutto, è sembrato quasi di vedere una presentazione dei brani alla moviola, pur ripetendo che la musica ha sprigionato la grande classe che permea gli album di studio del gruppo. La chiusura di “We Were Born To Be Loved” e “Dogman” ha comunque impressionato per la bellezza di soluzioni melodiche ispiratissime. Pinnick ed il chitarrista Ty Tabor sono dei grandi del prog rock, che interpretano il genere in modo personale e con immensa classe, su questo non ci piove, ma lo spettacolo non è stato carico come avrei sperato.

Gotthard

Chi ha invece tenuto ben vivo l’interesse del pubblico con un hard rock caldo e potente di squisita fattura sono gli elvetici Gotthard, con il vocalist Nic Maeder che sembra ormai essersi integrato molto bene con il resto della formazione. Siamo convinti che per moltissimi fans nessuno riuscirà mai a sostituire pienamente Steve Lee all’interno della band ma non riconoscere la bellezza della nuova voce dei Gotthard, o non ammettere che gli elvetici rimangano comunque un gruppo di primissimo piano in questo ambito musicale non sarebbe giusto nei confronti di Leo Leoni & co. Scaletta interessante, con spazio per le nuove “Silver Rider” e “Stay With Me” dal nuovo album “Silver” ma anche tanti vecchi classici, dall’omaggio ai Deep Purple di “Hush” alla rotonda “Sister Moon” a “Top Of The World” fino al finale catchy e tutto da cantare di “Anytime Anywhere”. Per me i Gotthard con Steve Lee erano un po’ come dei piccoli Aerosmith svizzeri, magari ben più metalloni e con meno gioco di fino, ma il destino è stato terribile con la band. I ragazzi però hanno saputo risollevarsi ed oggi ogni appassionato di hard rock scritto con classe e suonato con passione non può che rallegrarsi per averli ritrovati a questi ottimi livelli, e forse la scalata al successo non è ancora finita…

The Dead Daisies

Vista la concomitanza con i Gotthard arriviamo davanti al 4Sound Stage quando non mancano molti pezzi al termine del set dei The Dead Daisies, gruppo messo insieme dal chitarrista David Lowy, che vanta una line-up spettacolare con Doug Aldrich alla chitarra, Brian Tichy alle pelli e Marco Mendoza al basso (tutti ex Whitesnake) e John Coraby (ex Motley Crue) alla voce. Tra i pezzi dei The Dead Daisies e cover di classicissimi (per esempio “Helter Skelter” dei The Beatles) il pubblico è intrattenuto alla grande da una band tecnicissima e che ricorda per la propensione agli assoli ed allo sfoggio di tecnica strumentale proprio il serpente bianco o il profondo porpora, evocato con una cover tellurica di “Highway Star”. La band è alquanto derivativa ma anche davvero coinvolgente, in pratica percorre un sentiero che presenta i segni del passaggio di tantissime altre formazioni del passato, ma ha le qualità per risultare comunque credibile ed interessante nonostante le tante somiglianze con i grandi acts storici. Davvero bravi.

Metal Church

Li avevamo visti anche lo scorso anno in una splendida serata al Phenomenon, documentata da un nostro live report, e li abbiamo ritrovati quest’anno allo Sweden Rock Fest. I Metal Church non ci hanno certamente deluso. Si trattava di un’altra data a supporto dell’album che ha riportato Mike Howe dietro al microfono, “XI” dal quale il gruppo ci ha fatto riascoltare “No Tomorrow” e “Killing Your Time” inserendo però in scaletta anche “Needle And Suture”, l’unica variazione rispetto allo show visto l’anno scorso. Mike ha confermato la sua ottima forma vocale ed una buona capacità di interagire con l’audience. La band ha suonato uno show energico e tecnicamente davvero valido, non che avessimo qualche dubbio al riguardo. Il resto lo hanno fatto i pezzi, ed avere in scaletta capolavori come “Date With Poverty”, “Watch The Children Pray”, “Beyond The Black” e la conclusiva “Badlands” di certo agevola moltissimo una formazione che peraltro sta solo riscuotendo i consensi che merita. Concerto eccellente e band che è quasi rinata dal ritorno di Mike Howe.

Non pensavo che Little Steven, a 66 anni, avesse la voglia di rimettersi in discussione con i suoi “Disciples Of Soul”. Il grandissimo successo della E-Street Band, dove il nostro lavora al fianco del “boss” Bruce Springsteen da circa 40 anni, nonchè il buon successo come attore (ricordiamo le serie TV “I Soprano” e “Lilyhammer”) pensavo potessero bastare al chitarrista famoso per l’uso dell’inseparabile bandana. In questo tour Little Steven ha presentato brani del suo repertorio solista, come “I Saw The Light”, “Salvation” e “Freedom” insieme ad interessanti cover, come quella di “Standing In The Line Of Fire” di Gary “U.S. Bonds”, “Ride The Night Away” di Jimmy Barnes e “Bye Bye Johnny” di Chuck Berry. Quello che ha reso lo show speciale, oltre ad una band di musicisti di prim’ordine, è la voglia di Litte Steven di raccontare qualche piccolo aneddoto su alcuni dei brani eseguiti, che ci hanno fatto un po’ sentire come davanti ad un camino, con un amico che ci intrattiene parlando, cantando e suonando. Ovviamente la musica suonata non ha nulla di heavy, segue le coordinate musicali del pop rock dei grandi storyteller, con influenze soul, r’n’b, blues e folk a seconda del brano. Uno spettacolo davvero intrigante per i cultori del rock più morbido.

Ministry

Uno dei motivi per i quali adoro lo Sweden Rock Fest è che ti fa passare da Little Steven ai Ministry nel giro di quindici minuti. La band industrial per eccellenza, capitanata ovviamente da quel folle personaggio che risponde al nome di Al Jourgensen, è davvero un gruppo molto particolare dal vivo. I Ministry hanno un sound nero come la pece, che era modernissimo negli anni ’80 o agli inizi degli anni ’90 e che in pochi sono riusciti ad avvicinare per violenza sonora e capacità evocativa. Pur essendo basato su percussioni ossessive, su suoni campionati piuttosto semplici, riff di chitarra ipnotici e sulle vocals a volte un po’ claudicanti di Al, il Ministry sound ha la grande qualità di essere sempre qualcosa di molto più grande della somma delle singole parti suonate dai membri della band o riprodotte on stage. L’atmosfera è strana, quasi come se si fossero dati appuntamento sotto lo Sweden Stage i tipi più bizzarri e particolari tra tutta l’audience arrivata qui. Composizioni come “Psalm 69”, “Just One Fix”,”N.W.O”, sono ormai entrate nella storia della musica metal più moderna, ed anche se un personaggio come Al sembra spesso essere da un’altra parte, non è detto che questo suo modo di essere e soprattutto quanto ci propone musicalmente non ci faccia comunque viaggiare insieme ad una musica stordente ed allucinogena più di tante sostanze chimiche. Dal mio punto di vista lo show è stato davvero positivo, per certi versi in modo sorprendente, ed alludo più alle vibrazioni che ha emanato che alla mera esecuzione di brani peraltro molto interessanti come “Thieves” o “Filth Pig”. I Ministry dal vivo sono un’esperienza cupissima e violenta, una colonna sonora perfetta per la decadenza, le paure ed il vuoto di valori dei nostri tempi.

Scorpions

Fino a pochi anni fa non avevo mai visto dal vivo gli Scorpions, poi, grazie agli ultimi tour li ho già visti tre volte (con tre batteristi differenti). Ormai mi sono fatto un’idea piuttosto precisa sullo stato di forma della storica metal band tedesca, di quello che le riesce bene e delle sue pecche in questa fase finale della sua carriera. Impossibile non emozionarsi durante un loro live, hanno troppi brani capolavoro e una coppia di chitarristi che si completano in maniera splendida. Se Rudolf Schenker è uno dei più grandi showmen che abbiano mai calcato un palco l’altra sei corde, quella di Mathias Jabs è semplicemente perfetta nelle sue parti, assoli tecnici ma senza mai perdere di vista il feeling ed un feeling rock che fa sì che la band riesca ad essere trascinante nella duplice veste di metal e rock band. Se il bassista polacco Paweł Mąciwoda fa la sua bella figura, conferendo un po’ di energia ed un pizzico di giovinezza (relativa) sul palco, l’arrivo di Mikkey Dee dietro le pelli ha giovato davvero a tutti. La formazione può ora suonare i brani più metal in modo più convincente ed il drummer svedese è semplicemente perfetto anche nelle parti più hard rock o quando è chiamato a tirare fuori le sue doti funamboliche in un impressionante assolo. E poi c’è lui, Klaus Meine, con quella timbrica da sogno che ha segnato la giovinezza di milioni di ragazzi cantando sia le ballate che tutti conoscono, “Wind Of Change” e “Still Loving You” che i pezzi tirati del calibro di “Blackout”. Ecco, se posso fare un appunto allo show, Klaus Meine non riesce più a cantare le strofe concitate di pezzi come “Blackout” con lo stesso ritmo e la stessa velocità degli originali. Sorvoliamo sul tentativo di cantare una “Overkill” dei Motorhead sincero omaggio a Lemmy, durante l’ascolto della quale ci soffermiamo sulle parti di batteria di Mikkey Dee. Klaus fa quello che può durante le parti veloci ma ci emoziona ancora moltissimo sia nelle ballate che nei midtempo più ariosi. Lo show ha visto il gruppo suonare anche brani dal più recente dei dischi di studio “Return To Forever”, come “We Built This House”, e chissà se con un Mikkey Dee così motivato e carico non ci sarà pure un nuovo album a breve? Sul finale sono arrivati i megaclassiconi “Big City Nights” e “Rock You Like A Hurricane” in un tripudio di luci, suoni ed emozioni. La domanda che viene spontanea al termine di questi concerti è: “ma quando non ci saranno più questi gruppi, chi li sostituirà?”.

Running Wild

A fronte di formazioni che forse sono agli sgoccioli di una lunghissima carriera costellata di successi come gli Scorpions, ce ne sono anche di quelle che tornano sulla breccia dopo aver appeso la chitarra e gli strumenti al chiodo prima del tempo, forse per una crisi psicologica passeggera del loro leader. Qualcosa di simile è accaduto al grande Rock’n’Rolf, una colonna del power metal teutonico, che ha riportato in vita il suo vascello pirata, i Running Wild, riportandoli fin qui, a solcare i mari dei vichinghi in Svezia. La grande notizia è che Rock’n’Rolf è in forma eccezionale, ricaricato, dimagrito ed assolutamente convincente nel ruolo di Capitano di una nave che procede ad alta velocità grazie all’apporto della seconda chitarra di Peter Jordan e della puntuale sezione ritmica formata dal bassista Ole Hempelmann e dal drummer Michael Wolpers. Grande setlist, con un giusto mix di bordate veloci e di midtempo anthemici. Il nuovo album “Rapid Foray” già ci aveva rallegrato per la ritrovata ispirazione del frontman anche in fase di composizione, ed i consensi mietuti anche dalle nuove “Rapid Foray” e “Warmongers” è l’ulteriore conferma della bontà di questo nuovo corso dei Running Wild.
Quella di questa serata è una band fantastica, che ha sfruttato al meglio l’imponente scenografia ed il budget del ricco festival svedese. Nello scontro tedesco con l’esibizione degli Edguy del giorno precedente, nello stesso slot orario e con un simile dispiego di mezzi, la spuntano senza dubbio i pirati, in virtù di una grinta e di una determinazione mirabili. Il finale dello show porta con sè i classici “Under Jolly Roger”, “Stick To Your Guns” e “Conquistadores”. I Running Wild ci fanno riporre la nostra bandiera pirata nel cassetto con un grande sorriso sulle labbra, anche perchè la fotografa Sabina Baron trova un plettro del Capitano Rock’n’Rolf sul campo di battaglia, un piccolo tesoro nascosto che sarebbe rimasto in fondo al mare nei secoli a venire. Ci sono tutti i presupposti per chiudere in bellezza con un quarto giorno che si preannuncia molto vario ed interessante.

Di seguito altre foto del festival, tutte realizzate dalla nostra Sabina Baron.

Primal Fear:

Picture:

Kix:

King’s X:

Gotthard:

The Dead Daisies:

Metal Church:

Ministry:

Scorpions:

Running Wild:

Foto varie:

Max con Tom Naumann dei Primal Fear

Max con l’amico Vanni

Max con Francesco Jovino dei Primal Fear

Max con Rick Altzi dei Masterplan

Sabina con Francesco Jovino

Sabina con Tom Naumann

Vanni (Overload) e Sabina

La nostra Sabi con Doro Pesch, scontro fra bionde!

Sabina con Francesco Jovino

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