17/06/2018 : Firenze Rocks – Day 4 (Firenze)

Pubblicato il 13/09/2018 da in Live report | 0 commenti


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17/06/2018 : Firenze Rocks – Day 4 (Visarno Arena, Firenze)

Anche la quarta giornata di questo festival si è conclusa nel migliore dei modi dimostrando che il rock è ancora vivo. L’unica domanda che è naturale porsi è se sarà mai possibile sostituire certi mostri sacri che nonostante il tempo non riescono ancora a cedere il passo alle nuove leve. Insostituibili. Forse per questo motivo ci si sta rendendo sempre più consapevoli che tutto quello che stiamo vivendo resterà un bellissimo ricordo di un lungo periodo destinato prima o poi a finire o lasciare per qualcosa di diverso. Consiglio di non pensarci troppo e goderci il momento. Avremo storie da raccontare fino all’arrivo della senilità, almeno tra noi dinosauri e tra chi resterà ammaliato da un periodo che difficilmente potrà essere compreso da chi non l’ha vissuto.

TREMONTI

Purtroppo la lunga coda e la logistica di oggi per entrare dai cancelli lontani dei posti nel pit ci fanno perdere l’esibizione del chitarrista degli Alter Bridge che possiamo solamente ascoltare, mentre cerchiamo i tornelli d’ingresso. Per quanto ci è stato possibile abbiamo sentito una grande energia e una forza tipica di un chitarrista carismatico e dotato. Interessante nel solo project come nella sua band principale, il frontman americano ha eseguito tra i brani “Bringer Of War”, “Another Earth”, “Cauterize”, “My Last Mistake”, “Betray Me”, “Flying Monkeys”, “Radical Change”, “A Dying Machine” e “Wishing Well”, tratti dai quattro ottimi dischi della sua breve ma intensa discografia. Speriamo di vederlo molto presto di nuovo magari con una setlist completa o perché no, anche con i suoi Alter Bridge.

JUDAS PRIEST

La storica band inglese ha l’arduo compito di suonare in pieno giorno, appesantiti dal grande caldo e dalla luce negli occhi, ma il vero problema dell’esibizione dei Judas Priest di questa giornata non è da imputare a loro né tanto meno all’organizzazione, ma ai fonici che hanno fatto un lavoro a dir poco vergognoso. Il concerto inizia infatti sulle note di “Firepower” tratta dall’ultimo omonimo album con suoni disastrosi, chitarre e voci quasi inesistenti, batteria dotata quasi esclusivamente di grancassa e un mix di suoni non degni di una band di questo livello. Rob Halford fa sempre scena con i suoi abiti luccicanti e sgargianti e l’esibizione sul palco sembra essere un classico del combo di acciaio britannico. L’assenza di K.K. Downing è pesante a livello di impatto ed Andy Sneap riesce solo in parte a salvare la scena. Sezione ritmica invece in grande stile; Ian Hill e Scott Travis sono una garanzia. Applausi anche per Ritchie Faulkner, ben integrato nella band dal 2011 e gran professionista.
I pessimi suoni compromettono la scaletta anche su “Grinder” e “Sinner”. Torniamo all’ultimo disco con “Lightning Strike” e la situazione non migliora. Chi li ha già visti in azione sa benissimo che i Judas Priest sono ben altro. Ci vogliono almeno altri due brani per migliorare la situazione e così dopo “Bloodstone” e “Turbo Lover” torniamo indietro nel tempo sulle note di “Tyrant”, finalmente all’altezza di un classico show di Halford e soci, accaldati e provati dal caldo ma senza dubbio in ottima forma. Così si prosegue con “Freewheel Burning” e la celebre ed immancabile dalle setlist del prete inglese “You’ve Got Another Thing Coming”. Tempo di andarsene con una doppietta di tutto rispetto, a partire da “Hell Bent For Leather” e naturalmente la richiestissima “Painkiller” con tanto di moto on stage.

Si scende dal palco dunque con onore, solo con un po’ di amarezza per un sound immeritevole che ha compromesso completamente l’esibizione di un gruppo abituato a grandi scene e ad una setlist sicuramente più completa. La mancanza di ottimi brani dall’ultimo disco come “Guardians” e “Rising From Ruins” così come pezzi storici tra cui “Breaking The Law” e “Living After Midnight” hanno fatto di questo show uno spettacolo a metà. Assolutamente da rivedere.

AVENGED SEVENFOLD

Colpevoli di aver scalzato gli storici Judas Priest, i giovanissimi californiani Avenged Sevenfold calcano il palco del Firenze Rocks con devozione e tanta umiltà. Consapevoli di trovarsi di fronte ad una folla indispettita (l’onore e il rispetto in queste situazioni possono creare noie non indifferenti) e forse grazie ad un pit lasciato semivuoto, Matthew Shadow e soci iniziano in sordina con la titletrack dell’ultimo disco, “The Stage”. Si prosegue con “Afterlife” e “Hail To The King” e possiamo affermare che il combo statunitense sia riuscito a farsi apprezzare dai presenti interessati approcciandosi davvero nel migliore dei modi e usando tutta l’esperienza e professionalità possibile, grazie anche alla saggezza accumulata in questi anni.
Vengono riproposte quattro tracce da “Nightmare”, forse il disco più convincente della ormai cospicua carriera della band losangelina: “Welcome To The Family”, “Buried Alive”, “Nightmare” e “So Far Away”. Quest’ultima come tributo al batterista “The Rev”, scomparso prematuralmente nel 2009 a causa di un arresto cardiaco causato da un mix di farmaci prescritti e alcool. Un video con momenti dedicati al compianto drummer viene proiettato dietro al palco e i ricordi aiutano a capire quanto la band sia sempre stata unita e quanto i giovani ragazzi siano sempre stati amici anche fuori dalla musica. Un punto in più per la formazione di Huntington Beach, che dopo la tragedia ha cercato di rimboccarsi le maniche reclutando Mike Portnoy dei Dream Theater dietro le pelli, poi sostituito da Arin Ilejay ed oggi da Brooks Wackerman, noto professionista del genere e del settore.
Andiamo avanti con “Bat Country” prima di chiudere lo show con “Shepherd Of Fire” e il cavallo di battaglia di sempre “Unholy Confessions”. In fondo l’esibizione dei Priest non è stata intaccata assolutamente dai più giovani Sevenfold che nonostante siano arrivati molto dopo hanno dimostrato di saper fare il loro lavoro egregiamente. Naturalmente oggi vendono sicuramente di più di alcuni mostri sacri dell’heavy metal per cui il posto in scaletta non è stato assolutamente comprato, ma giustamente guadagnato. Lasciamo ora inutili e sterili discussioni perché è tempo di headliner; tempo di Ozzy Osbourne.

OZZY OSBOURNE

Il Madman, Ozzman, Oz, Principe delle Tenebre, meglio noto come John Michael Osbourne. Insomma chiamatelo come volete, Ozzy è sempre Ozzy. Uno dei padri fondatori del genere, un capostipite del rock, colonna portante dell’heavy metal, il cantante inglese è forse arrivato alla fine della carriera. Noto per i suoi abusi ed eccessi, famoso per le tante storie leggendarie, il frontman mangiapipistrelli fa oggi la sua ultima apparizione in suolo italico (?). Infatti il “No more Tours” evoca la fine dei tour della stella britannica. La storica formazione sale sul palco sull’intro di “O Fortuna” come da copione. Nomi altisonanti come Rob “Blasko” Nicholson al basso, Tommy Clufetos alla batteria e Adam Wakeman alle tastiere e chitarra sostengono il braccio destro del Madman, Zakk Wylde, rientrato alla chitarra proprio per questo ultimo tour, per dare il giusto tributo ai fan e chiudere una storia iniziata tanti anni fa.
Si inizia con “Bark At The Moon” tornando indietro nel tempo in un nanosecondo. Poi le prime note di tastiera inconfondibili di “Mr Crowley” ci proiettano in un’atmosfera psichedelica e allucinogena, grazie anche alle luci laser sul palco. Le croci sul palco evocano quell’ambiente da tempo legato al macabro e al superstizioso che da anni risiede tra le leggende del Principe delle Tenebre.
L’aspetto imponente di Zakk Wylde ci ricorda quanto sia cambiato e maturato l’artista, arrivato dal nulla, chiamato a sostituire il grandissimo Randy Rhoads scomparso in modo assurdo, fino ad essere cresciuto e diventato leggenda vivente al cospetto del re del metal, Ozzy Osbourne.
Oz sembra tutt’altro che mummificato e saltella da una parte all’altra del palco, visibilmente divertito. La scaletta intensa e costellata di vecchie glorie sarà interrotta da qualche assolo, giusta pausa per l’attivissimo e trotterellante frontman britannico. Così proseguiamo con “I Don’t Know” e la cover dei Black Sabbath “Fairies Wear Boots”, prima di passare alla criticatissima “Suicide Solution”, denunciata per messaggi subliminali. Andiamo avanti con la traccia che gioca sul titolo del tour “No More Tears” prima di passare alla melodica “Road To Nowhere”, brano dove ancora una volta – così come in Mr Crowley – viene messa in luce la dote artistica di Zakk Wylde e della sua chitarra nell’assolo finale.

Torniamo in seguito sui Black Sabbath e dunque su “War Pigs” prima di entrare nel grande ed esasperato medley di assoli del frontman dei Black Label Society.
Mr. Wylde si esibisce infatti in un guitar solo d’eccezione dove vengono ripresi passaggi da “Miracle Man/Crazy Babies/Desire/Perry Mason”. Il chitarrista ha dimostrato come al solito un’abilità straordinaria, un carisma unico ed uno charme che hanno fatto di lui uno dei migliori artisti viventi in circolazione. Dopo di lui tocca al drummer Tommy Clufetos dimostrare le sue capacità e possiamo affermare che anche il suo teatrino sia stato apprezzato dal pubblico. Non bisogna certo essere musicisti per gradire e stimare un assolo di certi livelli. Il forsennato drumming dura ancora qualche minuto prima di lasciare nuovamente la scena al Madman ancora desideroso di continuare a cantare sui brani che l’hanno reso famoso in tanti anni di onorata carriera.
“I Don’t Want To Change The World” e “Shot In The Dark” resteranno indelebili negli anni. “Crazy Train” è la degna ed allegra conclusione che da decenni termina la kermesse dell’ex Black Sabbath. C’è ancora spazio per un breve ritorno in scena con una ballad aggraziata e struggente quale “Mama I’m Coming Home” corroborata dalla 18 corde di Zakk Wylde. I quattro giorni terminano con uno dei pezzi heavy metal più famosi della storia del rock, per l’appunto “Paranoid” dei Black Sabbath! Un glorioso epilogo pieno di pathos e sentimento. L’ Ozzman ha chiuso degnamente non solo questa giornata e questa maratona di quattro giorni all’insegna del rock, ma una rispettosa carriera che difficilmente vedrà un sostituto a questi livelli.

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