15/09/2018 : Metalitalia.com Festival 2018 – Day 1 (Trezzo, MI)

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15/09/2018 – Metalitalia.com Festival 2018 – Day 1 – Live Club (Trezzo Sull’adda)

E’ ancora più marcata la linea di separazione tra il primo ed il secondo giorno del Metalitalia.com Festival 2018, giunto quest’anno alla sua settima edizione. Prima di avventurarci nel racconto musicale di questa intensissima due giorni di concerti organizzata dal portale di riferimento in ambito metal, consentiteci di spendere due parole per i colleghi di Metalitalia.com. Il festival organizzato da Alessandro Corno & co. è ormai un punto di riferimento importante per chiunque voglia realizzare dei festival metal in un club. Quest’anno sono aumentati gli spazi a disposizione per i tavoli e la zona ristorazione, peraltro con menù decisamente ricchi e sempre più rispettosi anche della minoranza (sempre più in crescita) di vegetariani e vegani. Ma basta chiacchiere, è giusto finalmente il momento di indossare l’armatura da cavalieri, la battaglia chiama…

Asgard

… e gli Asgard rispondono subito alla grande con il loro tradizionale classic metal ottantiano dalla stage presence colossale. Al di là del genere, una mistura di classic ed epic metal spesso e volentieri tiratissimo (parlare di speed metal avrebbe decisamente senso per alcuni brani), quello che davvero colpisce della formazione ferrarese è l’attitudine, il tiro allucinante, che peraltro non manca nemmeno nell’altra band di “Reno”, i thrasher Game Over. Qui però ci sono le vocals di acute di “Mace” a farla da padrona e con brani come “Spirits”, “Army Of Darkness” e la conclusiva “Asgard Invasion” l’impressione è che, anche se il grosso dei presenti non conosceva ancora bene il gruppo, qualcosa potrebbe cambiare dopo uno show tanto sopra le righe, complice il buon minutaggio studiato anche per le prime band da un running order decisamente generoso. Al termine del loro show, il bassista Reno ci ha confessato che la band non suonava insieme da un anno, che si sentiva un po’ arrugginita ma evidentemente le poche prove sono bastate perchè i ragazzi di Ferrara dal vivo sono sempre spettacolari. Pollice altissimo per gli Asgard!

Rosae Crucis

I Rosae Crucis, se amate il metal classico tricolore, non dovrebbero aver bisogno di presentazioni. La formazione capitolina vive l’heavy metal sulla propria pelle, con la componente epica del proprio sound che beneficia anche dal caratteristico utilizzo del cantato in italiano di Giuseppe “Ciape” Cialone. I romani dal vivo sono davvero molto trascinanti ed in special modo quando il gruppo va ad eseguire quei brani costruiti in modo esemplare, come “Fede Potere Vendetta” che creano quella tensione palpabile nelle prime file ed una partecipazione vocale collettiva straordinaria. La più recente titletrack dell’album “Massoneria” è più oscura nel suo incipit, ma si apre presto ad altri cori che vengono cantati con veemenza dai membri del gruppo tanto quanto dai defenders delle prime file.
La storia della formazione capitolina, che ha compiuto trent’anni quest’anno, è particolare, anche perchè l’album di debutto è arrivato solo nel 2003. Un concerto dei Rosae Crucis che si rispetti non può concludere senza l’esecuzione del classico “Crociata” che vede la coppia di chitarristi formata da Marcozzi e Magini sugli scudi, uno dei momenti più emozionanti dello show insieme alla accorata dedica di un brano da parte di “Ciape” al grandissimo Mark “The Shark” Shelton, descritto dal frontman come una sorta di padre musicale. Da brividi.

White Skull

E’ curioso ritrovare i White Skull sul palco del Live Club ad un anno di distanza dalla precedente edizione del festival, ma l’annullamento del concerto degli Eldritch ha aperto nuovamente le porte al vascello di pirati vicentini guidato dal “Capitano” Tony “Mad” Fontò. In realtà, nel bill odierno, i White Skull ci stanno benissimo, anzi sarebbe stato strano proporre una giornata così improntata sulle sonorità power metal senza pensare a loro. L’occasione è anche ideale per festeggiare con il folto pubblico giunto nel prestigioso locale lombardo una ricorrenza storica come il trentennale della formazione. Per l’occasione quindi, ci sta tutto un bel set marcatamente “old school”, guidato dall’ugola particolare di Federica “Sister” De Boni.
Classici come “The Killing Queen” si fanno apprezzare ancora di più con la possibilità di usufruire della potenza di fuoco di un impianto di amplificazione davvero notevole come quello del Live Club e lo show si fa ancora più caldo ed intenso intorno sulle note di “High Treason”. Ogni brano, oltre al riffing puntuale di Tony “Mad” Fontò, è graziato dai mirabolanti assoli di Danilo Bar, semplicemente un chitarrista solista dotatissimo che peraltro è spettacolare anche per la stage presence e l’entusiasmo incontenibile mostrato sempre on stage. Da notare che la defezione del bassista Jo Raddi è stata colmata con la partecipazione del guest “Pooma”. Sul finale arrivano anche i classiconi “Tales From The North” e l’inno “Asgard” che porta con sè cori epici e gloriosi. Auguroni White Skull! 30 anni portati assai bene!

Elvenking

Eccole le “mosche bianche” di giornata: gli Elvenking arrivano nel bel mezzo di una cascata di classic-power metal ma se c’è una formazione in grado di adattarsi a molte sonorità è proprio l’eclettica folk metal band italiana che introduce il suo sound affascinante grazie al tocco fornito dal violino di Lethien.
Il gruppo friuliano, che ormai ha una discografia ricca come quella di alcune band della precedente generazione, al solito si disimpegna con grandissima scioltezza e maestria sulle assi del palcoscenico. Il make-up utilizzato dai componenti degli Elvenking è un altro elemento che li contraddistingue dagli altri gruppi qui impegnati, così come le vocals del frontman “Damnagoras”, decisamente peculiare come il sound di un gruppo che parte subito forte con “Invoking The Woodland Spirit”, la opener del nuovo album “Secrets Of The Magick Grimoire”.
Ovviamente sono i pezzi più noti quelli che vengono accolti con più calore, come la carica “Elvenlegions” usata per ringraziare i supporter più fedeli di un gruppo che, a livello underground, si è fatto apprezzare anche all’estero. Verso la fine dello show arriva il momento di saltare con la sempre entusiasmante “The Divided Heart”, un brano di 11 anni fa che ci ricorda gli Amorphis ed i Sentenced con quelle sue melodie vocali ispiratissime, pochi gruppi italiani hanno brani così nel loro arsenale e non è da meno la conclusiva e concitata “The Loser” con il suo blend di power, folk, melodia e tanta grinta. Gli Elvenking sono sempre una garanzia dal vivo!

Domine

Quello dei Domine era uno degli show più attesi di questo sabato così intriso di metallo purissimo, ed in questo ambito musicale, se c’è una formazione che ne incarna il sound e l’essenza alla perfezione, questa è proprio la band toscana. Innanzitutto, se si parla di Domine, li identifichi subito nella voce inconfondibile del grande Morby, potentissima e dagli acuti ancora stordenti, un’ugola resa ancor più famosa e storica anche per la militanza nei grandissimi Sabotage (ancora sulla breccia), nonchè del leader del gruppo, il chitarrista e compositore Enrico Paoli, di certo non uno dei chitarristi più tecnici della scena ma uno dei più passionali ed in grado di sprigionare quelle emozioni, quelle vibrazioni che distinguono il metal, soprattutto quello più classico, da qualsiasi altro genere musicale.
Lo show dei Domine, dopo l’iniziale “Thunderstorm”, conosce anche minuti non piacevoli con almeno due, tre interruzioni per problemi tecnici che avrebbero probabilmente tramortito molti altri gruppi. Ma i Domine non sono una band come tutte le altre e risolte in qualche modo le beghe all’amplificazione della chitarra di Enrico, lo show entra nel vivo tra i sentieri di “Aquilonia” con l’omonima e straordinaria suite, che mette in luce le qualità di tutta la formazione. La lunga composizione è seguita da un’altra chicca, “The Fall Of The Spiral Tower”. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni e tutta la band ha risposto alla grande, con una sezione ritmica assolutamente all’altezza delle due colonne storiche del gruppo (al basso c’è Riccardo Paoli e dietro alle pelli Carlo Funaioli). Verso il finale lo show assume davvero contorni epici anche perchè la partecipazione emotiva e vocale della folla è quasi commovente nell’accoppiata composta da “Dragonlord (The Grand Master Of The Mightiest Beasts)” e “Defenders”. Per i Grave Digger non sarà semplice tenere il passo con tanta veemente epicità. Ora, cari Domine, non vi sembra venuto il momento di regalarci un nuovo album?

Grave Digger

I brani della trilogia medievale dei Grave Digger li conosco meglio delle mie tasche, letteralmente. Quando parte l’intro di “Tunes Of War” con la mazzata di “Scotland United” sono piuttosto esaltato ed il suono della cornamusa viene accolto in modo trionfale da un pubblico che ha ormai riempito abbastanza bene il Live Club. La band tedesca fa la sua parte con la consueta maestria e la seguente “Lionheart”, il primo estratto dall’eccezionale “Knights Of The Cross”, è accolta alla grande ma io avverto subito un calo di “tiro” nella band rispetto alle sue esibizioni migliori. In particolare, a mancare è il mordente nella chitarra di Axel Ritt, sia nell’atteggiamento del chitarrista, ma anche nel volume troppo basso rispetto a quello delle precedenti esibizioni. Questo difetto permane per tutta la prima parte dello show durante l’esecuzione del midtempo rallentato di “The Bruce”, accolto ancora alla grande da una folla che può rianimarsi con la titletrack di “Knights Of The Cross” che precede l’headbanging scatenato di “The Roundtable”, la prima perla presentata dal grande “Excalibur”. Si torna a parlare di Scozia con la splendida ballata “The Ballad Of Mary (Queen Of Scots) ma la svolta vera arriva solo con l’arrivo di tutto quel volume di chitarra che prima era mancato all’inizio di “Killing Time”, il pezzo che da una parte mi taglia le gambe perchè ho la certezza che la mia preferita tra i brani oscuri di “Tunes Of War”, “William Wallace (Braveheart)” anche questa volta non verrà eseguita. Peccato, ma con i suoni sistemati i Grave Digger possono certamente cambiare il volto al loro show, fin qui troppo poco intenso per chi li ha visti ai tempi della Trilogia Medievale, quando sotto al palco le sudate erano davvero epiche. E che la band non sia più di giovincelli lo capisci anche per il fatto che, dopo aver già eseguito due midtempo ed una ballata arrivano un’altro midtempo che parte come una ballata, “Morgane Lefay” (che prende un po’ di velocità solo dopo un po’) ed una power ballad come “The Curse Of Jacques”.
“Excalibur”ci restituisce i Grave Digger che picchiano duro e veloce e parte dei miei rimbrotti forse è legata anche all’assenza dello storico drummer Stefan Arnold, che avendo lasciato la band ha costretto Marcus Kniep a passare dietro al drumkit, non senza far rimpiangere almeno un po’ il suo apprezzato predecessore. L’apoteosi vocale, con cori epicissimi e cantati a squarciagola, arriva ovviamente con “Rebellion (The Clans Are Marching)”, un autentico classico senza tempo. Nei bis si esce dalla trilogia per presentare un paio di brani più recenti come “Healed By Metal” e “Highland Farewell” prima dell’atteso finale con “Heavy Metal Breakdown”. Uno show divertente ma meno ispirato del solito da parte di una band che questa sera, al di là della prestazione solida di Jens Becker e del frontman Chris Boltendhal, è apparsa un po’ da registrare.

Rage – Refuge

Da uno show un po’ sotto le attese ad uno show che resterà nella memoria di tutti quelli che erano presenti, in particolare per i fan di lunga data della “classica” e della nuova formazione dei Rage di Peavy Wagner. Si parte con lo show dei Refuge, la più “classic” delle line-up dei Rage, quella di album clamorosi come “Trapped” e “The Missing Link”. La sorpresa è una “Don’t You Fear The Winter” (dal vecchissimo “Perfect Man”) piazzata ad inizio show, con Manni Schmidt e Chris Efthimiadis che tengono botta ancora piuttosto bene rispettivamente alla chitarra ed alla batteria. “From The Ashes” e “The Man In The Ivory Tower” sono gli unici due estratti dal nuovo album del gruppo “Solitary Men”, uscito con il monicker Refuge per la Frontiers Records. Con “Enough Is Enough” si torna ai vecchi Rage e per il sottoscritto è la prima volta che riesco a vederli in questa formazione, dopo averli visti dal vivo già ai tempi del tour di “End Of All Days”. “Invisible Horizons” è una delle tracce migliori dell’intera giornata, con un Manni in grande spolvero alla sei corde e le belle melodie di Peavy in evidenza.
Il frontman dispensa sorrisi che scaldano il cuore, la sua soddisfazione nell’essere di nuovo sul palco con i suoi vecchi amici è davvero incontenibile. Sul finale del loro set arrivano due classiconi tutti da cantare come “Solitary Man” e la cantatissima “Refuge”. I tre sul palco fanno sorrisi a trentadue denti quando si prendono tutti i nostri meritatissimi applausi. Chris alla batteria si è difeso alla grande pur in un genere musicale per nulla semplice da suonare a 53 anni, Manni invece rimane un chitarrista unico, tanto negli assoli, carichi di feeling e ricchissimi di talento, quanto nel riffing sempre consistente e perfettamente amalgamato con le puntualissime linee di basso di quella macchina da guerra sorridente che è Peavy Wagner. Cari Refuge, per me avete già vinto, e per me sarete sempre i Rage, e se tornerete da queste parti non sarete mai “Solitary Men”!

Rage – Refuge

Peavy saluta i suoi vecchi compagni e dà il benvenuto ai suoi “nuovi Rage”, il chitarrista Marcos Rodriguez ed il drummer Vassilios “Lucky” Maniatopoulos. Quello dei Rage è stato uno show vario ed intenso, cominciato con la nuovissima “Justify” da “Seasons Of The Black”, subito doppiata da due autentici classici come “Sent By The Devil” da “Black In Mind” e da “Great Old Ones”, unico estratto dell’era Smolski. Splendido, e cantato alla grande, il ripescaggio di “From The Cradle To The Grave” dal sontuoso “XIII”, l’album orchestrale arricchito da testi bellissimi ed intensi, quelli di un Peavy che allora si era appena separato dalla moglie.
La nuova formazione dei Rage è assolutamente annichilente per potenza ma anche inappuntabile dal punto di vista tecnico, caratteristiche che vengono fuori chiaramente anche durante l’esecuzione di “My Way”, non uno dei miei brani preferiti da “The Devil Strikes Again”.
“Season Of The Black” è assolutamente impressionante, l’heavy metal melodico ma potentissimo, nel 2018, si dovrebbe suonare così. La seguente “Black In Mind” è un altro classico al quale siamo legati in tanti, eseguito in modo straordinario. Nel bis c’è un altro pezzo da ’90, nel senso degli anni ’90, quella “Higher Than The Sky” da “End Of All Days” qui eseguita in un medley che vede il brano dei Rage eseguito nella sua prima parte, per poi lasciare lo spazio alle cover di “Heaven And Hell” ed “Holy Diver”, entrambe cantate dal chitarrista Marcos Rodriguez (gran voce la sua) per poi tornare tutti insieme a cantare con Peavy “Higher Than The Sky Sky Sky, Higher Than The Skyyy!”. Doppio concerto memorabile. Refuge: i migliori per il mio cuore. I nuovi Rage: macchine spaventose (forse i migliori per il cervello).

Hammerfall

Lo ammetto candidamente, dopo la doppietta Rage/Refuge io sarei già sazio ma c’è comunque una certa curiosità per saggiare la capacità degli svedesi Hammerfall di impressionare un’audience importante, numericamente superiore a quella che il gruppo di Joacim Cans di solito riesce ad attirare con le sole proprie forze. Gli Hammerfall fanno una scelta coraggiosa ma anche un po’ folle, escludere totalmente i brani del primo album “Glory To The Brave”: “Hammerfall” e la epicissima titletrack sarebbero state due canzoni graditissime per tutti i presenti ma evidentemente la band ha ritenuto giusto suonare un po’ di brani da tutti gli altri album mettendo in naftalina i pezzi più vecchi dopo i festeggiamenti dello scorso anno del ventennale del disco di debutto. La partenza di “Hector’s Hymn”, subito doppiata da “Riders Of The Storm” ha messo subito in chiaro che gli Hammerfall hanno una sezione ritmica davvero compatta e due chitarre solide come il martello che simboleggia la band. La voce di Joacim Cans è un po’, da sempre, la croce e delizia della band, su disco quasi sempre impeccabile ma dal vivo non sempre così trascinante. Ci ha messo un pochino a carburare il vocalist ma quando l’ha fatto, dopo aver scaldato i presenti già con la classica “Renegade” il concerto è filato via liscio e piacevole per tutta la sua durata. Forse fin troppo liscio, sono mancati quei guizzi dei grandissimi headliner anche se la simpatia e le pose di Oscar Dronjak, che ha pure sfoggiato una chitarra a martello, fanno sempre molto sorridere. Parlando di chitarristi, io ho molta stima per Pontus Norgren, chitarrista davvero bravo ed eclettico.
Oltre ai pezzi noti più eseguiti e sempre divertenti come “Any Means Necessary”, “Blood Bound” e “Crimson Thunder” sono state apprezzate anche le inclusioni di “Threshold” e del materiale del nuovo “Build To Last” con la titletrack ed “Hammer High” a fare una bella figura. Tra questi brani è stato anche eseguito un medley che probabilmente è stato il momento più interessante dello show, quello dedicato alle canzoni tratte da “Legacy Of Kings”, con ben cinque pezzi coinvolti: “Stronger Than All/Dreamland/At The End Of The Rainbow/Legacy Of Kings”. Come se non bastasse, è arrivato il sing along per altri due brani di quel disco: le classiche “Heeding The Call” e “Let The Hammer Fall”, sempre divertenti e coinvolgenti.
Nei bis, la citata “Hammer High”, il modern classic “Bushido” e l’anthem “Hearts On Fire” ci hanno mandato a nanna felici. La battaglia è finita. Domani si conteranno le vittime ed il Live Club verrà ammantato di nero. E sarà tempo di Doom… Intanto, oggi, l’heavy metal, come avete sentito, ha combattuto. Ed ha vinto.

Live report di Massimo “MaxMoon” Incerti Guidotti. Di seguito altre foto della giornata, tutte realizzate dalla nostra Sabina Baron.

Asgard:

Rosae Crucis:

White Skull:

Elvenking:

Domine:

Grave Digger:

Rage / Refuge:

Hammerfall:

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