Nero di Marte – Immoto (2020)

Titolo: Immoto
Autore: Nero di Marte
Genere: Progressive
Anno: 2020
Voto: 10

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Dopo i primi due acclamati album usciti su Prosthetic Records, gli italianissimi Nero di Marte approdano su Season of Mist, l’etichetta francese non si lascia sfuggire quella che nel giro di pochi anni, da promessa, è diventata una solida realtà di un qualcosa che è difficile incasellare in un preciso genere musicale.
Mi si presenta un compito molto difficile, perché la proposta di questo gruppo, come se non si fosse capito già dai due dischi precedenti, è molto ostica, un vero e proprio viaggio nell’estremo, pezzi lunghissimi e articolati secondo una logica che spesso sfugge, dove si alternano momenti intimistici e sfuriate che abbracciano le tantissime sfaccettature dell’estremismo musicale.
Nati in un periodo dove qualsiasi cosa andasse oltre la musica di genere veniva etichettata come “post”… e poi un genere a caso, qui andiamo oltre, anche perché il termine includeva un minestrone di gruppi dove la prerogativa era quella di avere poche idee e confuse.
Quando, come in questo caso, si trascendono i generi, si va oltre la gabbia dell’etichettamento, preferisco rispolverare il termine Prog, che molti confinano ad un’area musicale legata alle produzioni di matrice settantiana, ma che io preferisco usare per definire un approccio totale alla musica.
Non siamo lontani da quello già proposto nei precedenti “Nero di Marte”, omonimo del 2013 e “Derivae” dell’anno dopo dal quale sono già passati quasi sei anni, ma l’aria che si respira è sempre più pesante, intimista, claustrofobica e tutto ciò che abbiamo ascoltato in precedenza è portato all’eccesso.
Un altalenarsi di atmosfere sempre sulfuree, inospitali, dove si rimane invischiati volenti o nolenti.
Trovo superfluo analizzare i brani uno per uno, si tratta di un lavoro monolitico che potrebbe svolgersi in un’unica lunghissima traccia, dove coraggiosamente l’utilizzo della lingua italiana prevale ancora sull’inglese senza alcun compromesso al respiro internazionale di cui ormai il gruppo gode.
Tecnicamente è un lavoro ineccepibile: la spettacolare produzione, senza trucchi, sempre intelligentemente affidata allo Studio 73 di Ravenna e alle magiche mani di Riccardo Pasini (quasi un quinto membro del gruppo ormai) coglie in pieno la dimensione immaginifica di questo progetto, il riverbero da concerto che avvolge e ingloba l’ascoltatore durante questo naufragio in un mare in tempesta è una gioia per le orecchie mentre il cervello viene annichilito da tutto il resto.
Il fatto che già dal primo album il gruppo abbia suscitato la curiosità di Luc Levay tanto da invitarli ad aprire per i suoi Gorguts nel loro Tour americano del 2013 – esperienza che sarà ripetuta anche in Europa qualche anno dopo – la dice lunga sulla caratura del quartetto.
“Immoto”, a mio avviso, risente tanto del tempo passato sui palchi, questo disco ha avuto bisogno di una gestazione ben più lunga dei primi due lavori, durante il quale si è registrato anche l’avvicendamento alla batteria tra Mauro Bolognini, autore comunque di prove spettacolari nei precedenti album e Giulio Galati, il fenomeno delle pelli già in forze negli Hideous Divinity, Onryo (teneteli d’occhio!) e tantissimi altri progetti, che è sicuramente il valore aggiunto che spinge la sezione ritmica a livelli stratosferici.
Va bene, non ho citato brani, generi, non ho fatto accostamenti con questo o quel gruppo, ma qui ci troviamo di fronte ad un’opera che sfugge in continuazione a qualsiasi paragone se non all’autocitazione, di grande spessore, è un disco che può far male fisicamente, un viaggio in un abisso dal quale però si può tornare, con qualche ferita, ma si può tornare. Niente mezze misure.

Tracce:

1. Sisyphos
2. L’Arca
3. Immoto
4. Semicerchi
5. La Casa del Diavolo
6. Irradia
7. La Fuga

Formazione:

Sean Worrell – Voce, chitarra
Giulio Galati – batteria e percussioni
Andrea Burgio – basso
Francesco D’Adamo – chitarra

www.nerodimarte.com
www.facebook.com/nerodimarte

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