Dexter Ward (Mark J. Dexter)

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DEXTER WARD : In The Days Of Epic Metal!

Seguo i Dexter Ward da tempi non sospetti e ne ho sempre apprezzato la musica. Non ho mai avuto l’occasione di potervi parlare delle loro release, ma il nuovo album “III” ha letteralmente cambiato le carte in tavola, spingendomi a scriverne un rece che trovate qui: un grandissimo disco, serio candidato al podio dei miei Top Album del 2020! Il passo successivo, ovviamente, è stata l’intervista con il cantante Mark J. Dexter, persona superdisponibile e di una gentilezza rara, che ha saputo emozionarmi sia dietro al microfono della band, sia con il suo progetto C.O.N.C.O.R.E.G.G.I. che con le esaurienti risposte alle mie domande! Inoltre, in fondo all’intervista trovate dei graditissimi regali ad opera di Mark e dei Dexter Ward: grazie ragazzi, vi portiamo nel cuore!

Ciao Mark e benvenuto su HeavyMetalWebzine.it, è un onore ospitarti sulle nostre webpagine! Visto quello che stiamo attraversando, vorrei chiederti come stai e come sta la tua famiglia, oltre a sapere come passi le tue giornate!

Un pò come nel film “The Cube” solo che i protagonisti almeno si spostavano di stanza! Scherzi a parte, mi ricorda un pò la mia permanenza all’Isola del Diavolo prima di riuscire a fuggire assieme a Steve McQueen! Dopo un mese di “domiciliari” comincio ad innervosirmi, ma trattandosi di una imposizione cerco i lati positivi e ce ne sono parecchi. Prima di tutto stiamo tutti bene e passo molto più tempo assieme a mia moglie e mia figlia. Inoltre nel tempo extra lavorativo (sono in “smart working” fortunatamente) mi posso finalmente rilassare (nei limiti della situazione contingente) e la giornata scorre in modo molto più “naturale” rispetto a quanto accadeva in precedenza, nel turbine della frenesia della vita urbana. Sto approfittando della “pausa” per ascoltare musica con calma, riguardare i miei film preferiti e scrivere nuova musica.

Il 13 marzo avete pubblicato “III”, il nuovo album dei Dexter Ward. A poche settimane dalla sua release ufficiale, ancora su No Remorse Records, quali reazioni ha generato nei fans? E dalla critica? Vi ritenete soddisfatti di quanto raccolto finora?

Tutte le recensioni che abbiamo letto finora sono state più che positive. Anche coloro che non amano particolarmente il nostro stile sono “costretti” ad ammettere che si tratta di un disco ben scritto e ben suonato. Inoltre abbiamo ricevuto messaggi e complimenti da nuovi fans molto giovani, sia in Europa che in altri continenti, per esempio gli Stati Uniti. Questa è una cosa molto importante perché l’heavy metal è principalmente una musica per la gioventù. Tieni presente che avremmo dovuto promuovere il disco suonando dal vivo e finora non ci è stato possibile, nonostante questo, il nome “Dexter Ward” sta girando e credo che il nuovo disco ci stia permettendo di cementare la nostra reputazione nell’ambiente dell’heavy metal underground. In definitiva, nonostante a causa dell’emergenza sanitaria i feedback siano più “virtuali” che fisici, posso dire senz’altro che “III” ci stia regalando moltissime soddisfazioni.

Personalmente trovo che “III” sia il vostro album più riuscito, potente e d’impatto come mi aspettavo dalla band ma con un po’ più di melodia e più vario rispetto al passato. Dal mio punto di vista, ne sono usciti brani ancora più coinvolgenti.. avete cambiato qualcosa nel vostro modo di scrivere musica? In che percentuale istintività e progettualità (inteso come cercare di raggiungere un obbiettivo deciso a tavolino) si fondono nelle vostre composizioni?

Nel caso di questo disco (e anche dei precedenti, a dire il vero), la componente di progettualità è stata molto ridotta. Il grosso del disco è stato scritto molto velocemente, in meno di tre mesi, dopo un periodo personale molto difficile durante il quale il futuro della band non era chiaro e avevo perso la voglia di comporre e suonare dal vivo. Non si trattava di problemi interni al gruppo, ma di una reazione a fattori esterni. Dopo la pubblicazione di “Rendezvous with Destiny” abbiamo suonato alcune date promozionali dal vivo ma non siamo riusciti a cavalcare “l’onda” a causa di vari problemi logistici e dopo un anno circa dalla pubblicazione il disco, nel quale credevamo molto, non aveva davvero “sfondato” come pensavamo sarebbe accaduto. Nell’estate 2017 sono tornato a comporre, partendo da due testi che avevo scritto nei mesi precedenti e ne sono usciti i demos di “In the Days of Epic Metal” (in versione incompleta) e “The Dragon of the Mist”. Per circa un anno e mezzo la band è rimasta ferma, tranne qualche data dal vivo. Nel frattempo io mi ero sempre più demoralizzato perchè non riuscivo più a trovare l’entusiasmo, il feeling, l’eccitazione che contraddistingueva i primi anni passati a suonare con i Battleroar, in Grecia, dove avevo trovato una scena molto viva ed ero venuto a contatto con tante persone veramente appassionate con le quali c’era comunione di gusti e di punti di vista riguardo a cosa davvero fosse l’heavy metal. All’epoca tutto era più magico e “genuino”, e con il passare degli anni mi sono trovato di fronte ad un revival spesso artefatto di certe sonorità, l’emergere di un collezionismo sempre più spinto, con edizioni limitate ormai entrate nella norma e festival underground con accesso limitato, la scomparsa dei negozi di dischi (almeno dalle mie parti), l’hype per bands come “Ghost” e “Sabaton”, un fronte di personaggi che si improvvisano cultori e giornalisti senza spesso un minimo di conoscenza e cognizione di causa, l’ascesa alla popolarità di generi che non sono nemmeno generi come ad esempio il cosiddetto “female fronted metal”, in merito al quale io ritengo che molte di queste bands (non tutte ovviamente) si dotino di belle ragazze alla voce per motivi “commerciali” e non artistici, e soprattutto la crescita anagrafica e la modifica dei ruoli, essendo passato da “vitellone” come direbbero alcuni miei colleghi spiritosi, a marito e padre di famiglia. In questo scenario mi sentivo a disagio, a tal punto da non ascoltare più heavy metal per alcuni mesi, durante i quali avevo in macchina solo albums di Jazz ed Italo Disco e Synthwave, nei quali trovavo quella spontaneità che non riuscivo più a scovare nell’heavy metal “moderno” e nei suoi fans più accaniti. A Novembre 2018 abbiamo suonato l’ultimo concerto e, una volta giù dal palco, non mi sentivo galvanizzato come accadeva alcuni anni prima. E’ stato a quel punto che ho incominciato a pensare che quello che ci occorreva era una ripartenza, una sorta di “reboot”, una versione dei Dexter Ward nuova e re-energizzata, che potesse catturare nuovamente l’energia del nostro primo disco con la “purezza” di intenti che avevamo agli esordi con i Battleroar. A fine Marzo 2019 mi sono rimesso a suonare ma senza l’intenzione di comporre per un nuovo disco, perché la band era ancora “congelata”, e ho scritto “The Eyes of Merlin” che mi ha emozionato a tal punto da decidere di ripartire e di pubblicare un terzo album. Per motivi che non so ancora spiegarmi, in rapida successione ho scritto altri cinque brani, l’ultimo dei quali è stato “Return of the Blades”, a inizio Giugno 2019. In estate abbiamo lavorato sulla pre-produzione e le registrazioni sono avvenute tra Settembre ed Ottobre. A Novembre 2019 avevamo il master pronto.

Il vostro heavy metal epico è piuttosto riconoscibile, anche grazie alle tue vocals particolari (Complimenti per la tua prova!). Ciò nonostante vi ritrovo il sapore dell’HM muscolare dei vecchi Manowar, l’epico pathos battagliero degli Holy Martyr periodo “Hellenic Warrior Spirit” ed un pizzico di Iron Maiden. Per chi non vi conosce e sta leggendo queste righe, pensi che i riferimenti che ho indicato possano essere efficaci? Ci sono altri aspetti della vostra proposta che vorresti evidenziare?

Secondo me hai colto nel segno, anche se per quanto riguarda gli Holy Martyr, che apprezzo molto, si tratta probabilmente di influenze comuni che hanno portato ad una convergenza di stile e sonorità. L’influenza preponderante a livello compositivo sono sicuramente gli Iron Maiden, i primi Manowar (fino a “Sign of the Hammer”), i Manilla Road, l’heavy metal americano di Omen, Steel Assassin e Axehammer e i Domine di Champion Eternal, uno dei più bei dischi mai incisi sul pianeta Terra. Descriverei la nostra proposta come un heavy-epic metal dinamico con un riffing che a tratti rimanda alla NWOBHM, ma fortemente influenzato dallo US Metal di metà anni 80.

Trovo particolarmente irresistibili pezzi come “In The Days Of Epic Metal” e “The Demonslayer”, epicissime, così come apprezzo “The Eyes Of Merlin” ed il singolo “Return Of The Blade”, più dirette e travolgenti. In realtà, tutto “III” presenta pezzi di alta qualità e, come dicevo prima, risulta piuttosto vario all’ascolto: qual è, oggi, l’anima metallica dei Dexter Ward? Quella più epica ed evocativa dei primi brani che ho citato o quella più d’impatto dei secondi?

Per rispondere alla domanda dobbiamo tornare indietro nel tempo, prima della formazione dei Dexter Ward, quando io e Manolis facevamo parte dei Battleroar. Specialmente nel terzo disco “To Death and Beyond” c’erano dei brani più veloci e vicini all’heavy metal tradizionale, ma con spunti epici, scritti da me e Manolis, e brani più cadenzati, drammatici ed epic tout court, scritti da Kostas. Quando abbiamo formato i Dexter Ward, la componente epica si è parzialmente affievolita, perché finalmente avevamo libertà di azione e non ci sentivamo più costretti ad essere epici a tutti i costi, sia nelle atmosfere e nello stile che nelle tematiche. “Neon Lights” contiene un solo brano “epico”, “Return of the Longships”, e il resto delle canzoni ruota intorno a tematiche e stili propri dell’heavy metal classico: la celebrazione dell’heavy metal stesso e dei suoi fans, la forza della gioventù, la guerra “moderna”, i combattimenti tra gangs rivali nelle metropoli del futuro, etc. Già nel successivo “Rendezvous with Destiny” la componente epica si era alzata nettamente con i due brani sulle Crociate “Fighting for the Cross” e “Knights of Jerusalem” e “Stone Age Warrior”. Nel nuovo disco tutti i brani sono epici, perché è lo stile che spontaneamente è uscito dalle nostre penne e dalle nostre chitarre. Musicalmente, io nasco con l’heavy metal di stampo epico, i brani lunghi a sfondo storico/letterario degli Iron Maiden, i primi Manowar, gli Omen che ho scoperto prima di moltissime altre “big bands”, i Domine, i Manilla Road, etc. Era pertanto naturale che il nuovo disco comprendesse sia brani più snelli e diretti come “Return of the Blades”, “Conan the Barbarian”, “Reign of the White Knight” e “Soldiers of Light”, quest’ultima molto influenzata dagli Omen, che pezzi più articolati e d’atmosfera come “In the Days of Epic Metal” nei quali c’è l’influenza anche di Riot e Warlord. Infine i brani “The Eyes of Merlin”, “The Dragon of the Mist” e “The Demonslayer” sono forse i più vicini a ciò che abbiamo fatto con i Battleroar, ma con uno spunto diverso, più solare, meno drammatico. Tra la luce e il caos, la fazione nella quale ci siamo schierati è chiara, come dimostra il nostro motto “Metal for the Light!” In sintesi, entrambe le anime che citavi fanno parte dei Dexter Ward, ci piace confrontarci con brani di stile diverso che però racchiudono la stessa passione, la stessa attitudine.

I testi dei brani toccano vari argomenti: ti va di parlarcene più approfonditamente?

Certo, parlerò di ciascun brano con un rapido “track by track”.

RETURN OF THE BLADES – Si tratta di una “reprise” tematica del brano “Hyrkanian Blades” che io e Manolis scrivemmo molti anni fa e fu registrato per il terzo disco dei Battleroar. E’ di ispirazione “Howardiana” e narra del ritorno dei cavalieri Hyrkaniani (“The riders in silk and steel”) per la riconquista dei regni scintillanti dell’era Hyboriana. Metaforicamente rappresenta il nostro ritorno come musicisti e come band alla voglia e all’energia degli esordi, ed è una dichiarazione di intenti per quanto seguirà nel disco, e speriamo anche negli anni!

SOLDIERS OF LIGHT – Questo brano si ricollega al filone “White Metal” che avevamo già esplorato in brani come “Youngblood”, “Evil Nightmares” e “Fighting for the Cross”. Sono un fan di bands americane come Bloodgood, Emerald, Zion e l’ho inteso come un tributo “muscolare” al filone dell’heavy metal Cristiano, che per quanto mi riguarda non è secondo a nessuno in termini di suggestioni e respiro epico/mitologico. I “Soldati della Luce” rappresentano le bands che animate da sincera passione e da amore per il prossimo, cercano di dare un messaggio positivo alla gioventù, un messaggio di luce che si schiera in totale antitesi alle cattiverie disumane che tutti i giorni i media, veri e propri agenti di corruzione, ci propongono, falsamente, come lo specchio della società odierna. In questo scenario l’heavy metal, come forza aggregatrice della gioventù, diventa una strada, un faro da seguire per un mondo migliore.

IN THE DAYS OF EPIC METAL – Questo è il brano più “autobiografico” del disco, anche se a prima vista è difficile cogliere questo risvolto. Il testo presenta raffigurazioni “classiche” dell’epic metal, il guerriero che sa che la sua fine è vicina, un ritorno dalla morte nella gloria perpetua, le valchirie e Odino, l’attraversamento dei mari di ghiaccio su un drakkar Vichingo, etc., ma in realtà è un brano scritto per rappresentare in musica le emozioni purissime, mai più vissute con la medesima intensità, che ho provato nel 2002, quando sono stato in Grecia per la prima volta ad assistere a due concerti degli Omen per i quali aprivano Crush e Battleroar (qualche mese prima di diventarne il cantante), e agli anni che sono seguiti, nei quali molti dei miei sogni sono diventati realtà. C’è anche un riferimento diretto alla mia band heavy metal greca preferita, i Raging Storm.

THE EYES OF MERLIN – Il testo di questo brano è fortemente influenzato dal film “Excalibur” nel quale la figura più carismatica e importante non è Re Artù ma Merlino, la cui potenza è molto superiore a quella dei più forti cavalieri (“Even the knights of the Round Table shiver and shake, they cannot match his might”). Nel ritornello (“Lords of the light and the legions of Chaos …”) c’è un richiamo a Manilla Road e Cirith Ungol.

CONAN THE BARBARIAN – In “Age of Chaos” dei Battleroar c’era un mio brano chiamato “Sword of Crom” che parlava della “Father’s Sword” la spada forgiata dal padre di Conan nelle sequenze iniziali del film “Conan the Barbarian”, e introduceva l’epopea del personaggio di R.E.Howard. Questo nuovo pezzo dei Dexter Ward ne riprende la tematica, sviluppando la narrazione delle imprese del Cimmero. In chiusura del pezzo, c’è una ripresa strumentale della melodia vocale del ritornello di “Sword of Crom”, cosa che avevo inteso come un palese tributo e collegamento tra le due canzoni, ma con sorpresa non ho trovato menzionata in alcuna delle recensioni, anche tra quelle scritte da fan dei Battleroar che conoscono il brano in questione.

THE DRAGON OF THE MIST – L’ispirazione iniziale per questo brano viene dal racconto “The Dragon” di Ray Bradbury, che parla di due cavalieri medioevali che si avventurano nell’oscurità della brughiera, in missione contro un terribile drago che minaccia la popolazione. Il racconto (che vi invito a leggere, si trova anche online) prende poi una piega “fantascientifica” e il brano se ne distacca, intraprendendo la narrazione della storia di un giovane, la cui famiglia è stata uccisa da un potentissimo e malvagio drago dotato di poteri magici. Divenuto cavaliere e incaricato dagli abitanti del regno di sconfiggere la bestia e ristabilire la pace, consumerà la sua vendetta e si impossesserà del cuore del drago, nel quale è custodito l’incantesimo che riporterà il regno al suo splendore originario. Un’altra influenza per questo brano è stata il film “Dragonslayer”, in italiano “Il Drago del Lago di Fuoco”, che ho visto da ragazzino.

REIGN OF THE WHITE KNIGHT – Questa è una classica storia ispirata da varie avventure che nel corso degli anni ho letto nei fumetti Savage Sword of Conan e Conan the Barbarian. Non ha come protagonista il barbaro e non si svolge nell’era Hyboriana, ma i protagonisti e l’intreccio sono gli stessi. L’arrivo di un potente stregone mette in ginocchio un regno meraviglioso e gli eserciti inviati a combatterlo vengono sterminati con facilità. Gli abitanti invocano i loro dei perchè gli mandino un salvatore, il “White Knight” del titolo, che in sella al suo stallone si dirige verso la roccaforte del negromante e ne sconfigge le armate, riesumate dalla tomba, con il potere del sole infuso nella sua spada. La storia termina con la vittoria del Cavaliere Bianco che, decapitato l’antagonista, cavalca nel tramonto mentre il popolo lo acclama e gioisce per la libertà riacquistata.

THE DEMONSLAYER – Si tratta di una storia originale che ho scritto per un pezzo che, nelle intenzioni iniziali, doveva essere un cadenzato epico in stile “Candlemass” ma si è sviluppato in modo differente in quanto nello stesso periodo stavo ascoltando molto “Hell Awaits” degli Slayer e “Out of the Abyss” dei Manilla Road. E’ la mia rielaborazione personale di un tema classico, la “guerra nei cieli” tra le forze angeliche e quelle diaboliche del sottosuolo. La prima parte del brano descrive gli oggetti magici necessari alla creazione, ad opera delle forze dell’oscurità, di un’arma potentissima, una lancia dal nome “Demonslayer”, che è senziente in quanto al suo interno custodisce l’anima di un arcangelo ribelle. La parte centrale della canzone rappresenta l’assalto al regno dei cieli da parte degli eserciti infernali e l’eroica difesa delle mura dal terrificante attacco. La sezione finale celebra la vittoria delle schiere angeliche e la distruzione della lancia che, spezzata, viene rispedita all’inferno dove è stata generata. Il pezzo si apre con una parte di basso che tributa l’inizio di “King of the Dead” dei Cirith Ungol.

Un altro punto a favore di “III” riguarda la produzione: l’album suona alle casse decisamente caldo e potente, con suoni definiti quanto basta per gustare le sfumature dei brani e l’apporto di tutti gli strumenti. Vuoi raccontarci come e dove si sono svolte le varie fasi di produzione del disco? Avete avuto qualche intoppo o tutto è filato liscio?

Questa volta è andato tutto per il meglio, senza imprevisti di sorta. Abbiamo avuto il totale controllo del processo in quanto Akis Pastras, il nostro chitarrista solista, si è occupato personalmente della registrazione degli strumenti ad Atene, della produzione e del missaggio. I ragazzi, che vivono tutti ad Atene, hanno registrato nell’home studio di Akis. Le registrazioni delle parti di batteria, seguite sempre da Akis, sono state effettuate ad Atene in un altro studio. Io ho inciso tutte le parti vocali qui in Italia. Akis peraltro, in veste di ingegnere del suono e di produttore, aveva registrato il debutto dei Battleroar nel lontano 2002 nel suo studio “Versus” a Kallithea (Atene). Il suono del nuovo disco non è “moderno” e pulito come il precedente, ma cattura l’essenza “verace” della band preservandone le dinamiche. Il mastering per le versioni CD e vinile è stato poi realizzato da Bart Gabriel, e benchè io sia soddisfattissimo della versione CD, devo aggiungere che specialmente la versione in vinile suona veramente bene. Non cambierei alcun dettaglio dei suoni o delle performances in questo disco, è decisamente la nostra opera migliore.

L’album si intitola “III” ed è il vostro terzo album. Ci sono altri significati dietro alla scelta del titolo?

Per questo disco eravamo così convinti della qualità delle canzoni, che abbiamo deciso che a parlare dovesse essere principalmente la musica. Per questo motivo abbiamo scelto “III”, un titolo solenne, grazie anche ai numeri romani, sintetico e simbolico. Tre sono le croci sul Golgota, rappresentate anche dalle spade in primo piano sulla copertina, tre sono gli elementi della Trinità in senso religioso, e ricordo di aver letto una cosa che mi è rimasta impressa, cioè che le operazioni magiche richiedono la presenza di tre agenti. Avevamo considerato l’utilizzo di un titolo più accattivante, come “Return of the Blades” ma la menzione di un “ritorno” presupponeva che si trattasse di un disco collocato più o meno precisamente nel tempo, mentre il nostro intento era quello di creare un album svincolato da riferimenti temporali o spaziali, dai contorni indefiniti, che emerge dalle nebbie del tempo, in quanto questa è la caratteristica che contraddistingue alcuni dei nostri capolavori preferiti, come ad esempio “Battle Cry”, “Open the Gates”, “Noble Savage”, etc.

Avete anche cambiato il logo della band, decisamente battagliero oltre che molto più personale: una scelta per indicare a chi vi segue qualche cambiamento nella direzione della vostra musica? Chi ha realizzato il logo? Rimanendo in tema di grafica, vuoi parlarci dell’artwork dell’album?

Durante la scrittura dei pezzi, una volta presa la decisione di registrare un terzo disco, abbiamo deciso di cambiare il nostro logo in quanto ritenevamo che quello utilizzato per le nostre release precedenti fosse troppo anonimo, privo di personalità. Al tempo (nel 2010) non ci dedicammo molta attenzione, in quanto eravamo molto eccitati dal fatto di ripartire con una nuova band, e la nostra attenzione era più rivolta alla musica che agli aspetti “accessori”. Con il senno di poi ritengo che avremmo dovuto essere più lungimiranti, ma all’epoca ci parve che un logo semplice ma funzionale avrebbe fatto bene il suo lavoro. La scelta si inseriva in un’ottica “senza fronzoli” in quanto venivamo da una band con due chitarre ed un violino elettrico e volevamo ripartire in modo molto più “ruspante”, più heavy metal rock! Così, una mattina, mi sono seduto in cucina, ho preso un foglio di carta colorata, già usato da mia figlia per fare i suoi disegni e lavoretti, e su un lato “libero” ho cominciato a schizzare a matita in a mano libera, in modo molto approssimativo, un logo che conteneva gli spunti principali che poi sono stati utilizzati per la versione definitiva, disegnata da Alexandros Vasilopoulos, un bravissimo artista greco, chitarrista della band Airged L’amh nella quale militava il nostro bassista John Luna Tsimas. Tra le altre sue opere, Alexandros è stato autore anche della copertina del primo disco dei Battleroar. Desideravamo un logo dalla forte presenza, che raccontasse una storia e che avesse una sua identità e coerenza con la forza e le tematiche dei nuovi brani. Il nuovo logo è stato molto gradito al pubblico, e funziona molto bene sulle magliette e in generale sul merchandise (patches, spille, etc.). Sono a tal punto soddisfatto del logo che mi sento di dire che, anche se avessimo avuto una copertina nera con il logo colorato al centro, il disco avrebbe comunque fatto una bella figura! Per quanto riguarda la copertina, le cose sono andate più o meno come per il logo. Avevo un’idea degli elementi principali da raffigurare e li ho schizzati in modo molto rozzo su un pezzo di carta: in primo piano tre spade piantate nel terreno, con piante e fiori che nel tempo erano cresciute loro intorno, e in secondo piano un drago che con gli artigli squarciava le torri di un castello e sputava fuoco sulle spade con l’intenzione di distruggerle, ma queste ultime resistevano alle fiamme in quanto circondate da una barriera magica. Abbiamo mandato anche questo disegno ad Alexandros e in breve tempo ha realizzato la meravigliosa copertina, che per quanto mi riguarda è la più bella che abbiamo mai avuto, e soprattutto è realizzata in maniera “tradizionale”, dipinta senza l’ausilio del computer. Anche il logo, che è stato colorato successivamente in maniera digitale, nell’originale realizzato a mano da Alexandros è in bianco e nero con bellissime sfumature di grigio.

Avete annunciato alcune date dal vivo, ma la situazione Coronavirus pone un grande punto di domanda sulle attività live estive. Con questo stop assolutamente necessario, come pensate di supportare un grande disco come quello che avete realizzato?

A meno di eventi “miracolosi” credo che se ne riparlerà in autunno. La situazione è così instabile che fare piani oggi avrebbe poco senso. Da un certo punto di vista potremmo trasformare un imprevisto in una opportunità, dal momento che noi avremo più tempo per preparare un “killer show” studiando meglio i dettagli del concerto, la scaletta, il nostro “look” sul palco, e Ottobre o Novembre ci vedranno carichi a mille davanti ad un pubblico in astinenza da heavy metal! O forse non andrà così e suoneremo alla “Live in Chernobyl” con tanto di casco e tuta completa davanti ad una parete di plexiglass! Comunque vada, l’heavy metal troverà un modo per trionfare e sono convinto che suoneremo i nostri migliori show. Siamo fermi da Novembre 2018, non mi bastano le dita di due mani per contare tutti i mesi che sono passati. Uno dei miei più grandi desideri è riuscire a suonare ancora in Italia e, anche se non c’è ancora nulla di programmato, faremo il possibile per riuscirci quest’anno o nei primi mesi dell’anno prossimo.

Vorrei chiederti qualcosa in merito al tuo progetto C.O.N.C.O.R.E.G.G.I.: l’anno scorso hai pubblicato due brani, “Atlantide” e “Sogno d’Acciaio”, che mi fecero venire la pelle d’oca emozionandomi profondamente! Quando è nata l’idea e cosa provi a cantare heavy metal nella tua lingua? Sei stato aiutato da qualche altro musicista? Darai un seguito più sostanzioso ai due brani?

L’ispirazione principale è venuta dalla mia passione per la band di progressive rock “Le Orme”, che vengono da Marghera, la città dove sono nato. Il canto in italiano di Aldo Tagliapietra mi ha sempre affascinato moltissimo e la scelta delle parole, la poesia nei testi, difficilmente sarebbe potuta venire tradotta in inglese. Ci avevano effettivamente provato, con la versione in inglese di “Felona e Sorona” con risultati secondo me non paragonabili all’originale. Ovviamente vale lo stesso principio anche per la produzione poetica e i testi che nascono in inglese o in qualsiasi altra lingua e vengono poi tradotti. Ci sono dei suoni, delle sillabazioni in italiano che di solito si fa fatica ad adattare in modo “convincente” al rock o all’heavy metal classico, ma quando ci si riesce l’effetto è veramente trascinante, indipendentemente dalla nazionalità dell’ascoltatore. La seconda e ugualmente importante influenza è stata la “Strana Officina”, una band che veramente non ha eguali in termini di “purezza” e contenuto artistico nella scena heavy metal del nostro paese (e anche a livello internazionale). La terza influenza sono stati i pezzi in italiano degli “Axevyper”, purtroppo scioltisi che per me rimangono uno dei più grandi gruppi europei di heavy metal “tradizionale” degli ultimi 20 anni. Non sono mai stato un fan dei “cantautori” impegnati, in casa mia non si ascoltavano. C’era invece sempre sul giradischi di mio padre la musica italiana (e americana) degli anni 50-60. Questo è sicuramente uno dei motivi per cui ho voluto provare a cantare in italiano. Il risultato mi ha soddisfatto molto, credo che si tratti delle mie performances più espressive anche perchè “senza filtro”, vanno dirette dal sentimento al suono. I brani sono stati composti e suonati interamente da me, tranne le linee di batteria che ho programmato. Entrambe le canzoni sono a sfondo “marittimo”, che mi è molto caro. Il primo brano “Sogno d’Acciaio” ha come tema la città di Venezia e la sua gloria cristallizzata nel passato, nella cui memoria diventa la capitale di tutto ciò che è magico ed esotico visti i suoi legami con l’Oriente. “Atlantide” invece narra la storia di un vecchio marinaio che per tutta la sua vita ha inseguito il sogno di raggiungere la perduta Atlantide e finalmente la trova; ne percorre i viali ornati da alghe e coralli, ne visita i templi perduti e decide di rimanere, reso immortale dall’incanto del continente sommerso, in un mondo di splendore antico dove il tempo non ha alcuna importanza e tutto ciò che veramente vale è la forza con la quale si mantengono in vita i propri sogni. Per il momento non ho pianificato un proseguimento a questo progetto, ma mi piacerebbe in futuro realizzare altri brani per un possibile EP.

Non penso di sbagliare affermando che c’è un legame speciale tra il popolo italiano e quello greco: personalmente mi sono sempre sentito a casa ogni volta che sono tornato in terra ellenica, ho alcuni buonissimi amici ad Atene ed il tuo legame con la Grecia è ancora più forte.. quali pensi siano i fattori che avvicinano così tanto Italia e Grecia?

Credo che, specialmente per quanto riguarda gli abitanti della Grecia meridionale, siano caratteristici una grande ospitalità e un forte calore umano. Ho incontrato peraltro moltissimi giovani che hanno studiato in Italia o comunque parlano bene l’italiano e amano il nostro paese, le sue bellezze artistiche, la sua cucina (anche se per quanto mi riguarda la cucina greca è la migliore che io abbia mai provato). Si dice infatti in Grecia “una faccia, una razza” e ho sempre pensato che questo detto corrisponda a verità. Sono sposato con una donna greca, i miei migliori amici sono greci e per me è una seconda patria. Mi è stato chiesto in una intervista se, dal momento che io sono italiano, mi dia fastidio che i Dexter Ward vengano considerati un gruppo greco e io ho risposto che questo per me è un complimento e che mi rende fiero. Naturalmente ci sono differenze anche importanti tra i due popoli. I Greci secondo me, a differenza degli italiani, rispettano moltissimo e vanno fieri delle proprie tradizioni, e al contempo sono aperti verso le innovazioni, mentre spesso in Italia c’è una sorta di “snobismo” nei confronti delle nostre tradizioni e al contempo una omologazione spinta verso quelle che sono le influenze di usanze o mode che arrivano dagli Stati Uniti o da altri paesi, uno “scimmiottamento”, una esterofilia che è presente in parte anche in Grecia ma che lì non va mai a detrimento dei “pilastri” della storia e della tradizione locale.

Mark, so che sei un grande esperto di heavy metal per cui, prima di salutarci, vorrei chiederti dei “consigli per gli ascolti”: visto che siamo tenuti a rimanere nelle nostre case, consigliaci cinque album da scoprire o riscoprire.. “III” dei Dexter Ward lo consiglio io, quindi non vale!

D’accordo, citerò cinque albums, tre italiani che quasi sicuramente i lettori già conosceranno, e due greci che secondo me meriterebbero maggiore popolarità. Cominciamo.

ASSEDIUM – “Fighting for the Flame” – ​Il secondo e ultimo disco di quella che per me è stata la migliore heavy-epic metal band italiana “moderna”, dalle cui ceneri sono poi nati gli Axevyper che tuttavia non ne hanno ripreso lo stile. Questo album aveva veramente tutto: la fantasia compositiva, testi magnifici, una notevole perizia tecnica e tanta voglia, tanto cuore. Abbiamo avuto la fortuna di suonare insieme al primo Play It Loud festival ed è stata una esperienza indimenticabile.

AXEVYPER – “Axevyper” – ​Il primo full lenght degli Axevyper di Guido e Luca (e Andrea, Damiano e il Butch) dopo lo split degli Assedium. Una scheggia impazzita di attitudine tuttora impareggiabile, un calderone di influenze mescolate con enorme maestria per un risultato molto personale. Uno dei dischi più belli e significativi dell’heavy metal classico tricolore.

CENTVRION – “Arise of the Empire” – ​Un fulmine a ciel sereno. Un disco terremotante, che metteva a letto col latte caldo e il gatto sulle ginocchia sia i Judas Priest di “Jugulator” che i Primal Fear del primo album. Chitarre affilate come rasoi e un cantante istrionico e indomabile. Chiunque non ami questo disco evidentemente non l’ha mai ascoltato. “Snow Covers Imperial Alps” capolavoro irraggiungibile (insieme a tutte le altre).

EMBRACE FIRE – “Savage” – ​Un quartetto di Atene non più attivo, capitanato dal chitarrista Kostas Krasonis (oggi attivo con la sua nuova band “Darklon”) che nel 2006 ha fatto uscire questo autentico capolavoro di heavy metal classico di stampo americano che unisce la velocità e l’irruenza dei primi Exciter con l’epicità degli Omen e dei primi Manowar e l’intransigenza metallica dei Ruthless di “Metal without Mercy” e “Discipline of Steel”. Ogni pezzo è un anthem a sé stante. I live shows erano a dir poco incendiari, uno dei più grandi gruppi greci di tutti i tempi. Fate vostro questo disco e non ve ne pentirete. E se ascoltando “Thunderous Roar” non vi scappa una lacrima non siete dei metallari romantici con gli anni 80 nel cuore.

BLOODSTAINED – “Greetings from Hell” – ​Una band tanto incredibile quanto sottovalutata, i Bloodstained vedevano alla batteria Aggelos Tsoukalas (batterista dei Dexter Ward nell’EP “Antarctic Dream”) e nel 2004 pubblicavano “Greetings from Hell”. Mi ricordo che quando lo ascoltai per la prima volta, a causa di un amico ad Atene, credetti che si trattasse del nuovo favoloso album dei Jag Panzer che finalmente si erano decisi a dare un seguito “vero” ad “Ample Destruction” modernizzandolo però a livello sonoro con le migliori e più vincenti soluzioni di dischi come “The Fourth Judgement” ed “Age of Mastery”. La band è una autentica macchina da guerra, compatta e molto tecnica. Gli assi nella manica sono sicuramente il chitarrista e il cantante vero e proprio epigono di Harry Conklin. All’epoca suonammo insieme e mi ricordo che erano veramente simpatici oltre che artisticamente fenomenali. Cercate il CD!

Ok Mark, siamo arrivati alla fine della nostra breve intervista. Come di consueto, le ultime parole sono tue, chiudi come meglio credi questa intervista! Da parte mia ti ringrazio di cuore per l’ottimo album dei Dexter Ward, per la tua amicizia e per la disponibilità!

Luca, sono io naturalmente a dover ringraziare te ed Heavy Metal Webzine. Non ho molto da aggiungere, se non che ti mando i saluti, la stima e la gratitudine di tutti i membri dei Dexter Ward, e anche se siamo lontani e separati, ciascuno ha pensato di inviare il suo messaggio per te e per i lettori. Ti mando anche una piccola “esclusiva”. Non è nulla di eclantante ma per me ha un forte valore affettivo. Si tratta del testo originale che avevo scritto per “In the Days of Epic Metal”. Ne ho scritto successivamente una versione completamente diversa, intorno alla quale poi è stata sviluppata la musica del brano. Mi auguro che ti possa far piacere. Ti mando anche i due schizzi originali per il logo e per la copertina, dei quali ti parlavo nell’intervista.

A presto e i più calorosi saluti!

Mark J. Dexter

Ecco il testo originale di “In the Days of Epic Metal”:

Lo schizzo originale del nuovo logo della band:

Lo schizzo originale della copertina di “III”:

Il messaggio di Mark J. Dexter:

Il messaggio di Manolis Karazeris:

Il messaggio di Akis Pastras:

Il messaggio di John Luna Tsimas:

Il messaggio di Stelios Darakis:

2 commenti su “Dexter Ward (Mark J. Dexter)”

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