OCEANA – The Pattern

Oceana
Titolo: The Pattern
Autore: Oceana
Genere: Death / Doom Metal
Anno: 2021
Voto: 6,5

Visualizzazioni post:199

La prima domanda che mi sono posto quando ho visto le prime news sugli Oceana è stata “Toh, Pagliuso torna sulle scene con una nuova band?”.

E invece ho scoperto (con estremo raccapriccio per la mia ignoranza in merito) che gli Oceana sono nati nel lontano 1996 e che, dopo un promo e un EP, Massimiliano viene reclutato nelle fila dei Novembre dove, da quattro lustri, ha mostrato capacità chitarristiche e gusto notevoli.

Ammetto, da grande fan dei Novembre, che le aspettative attorno a questo lavoro erano tantissime e molto è stato fatto anche da parte delle agenzie di stampa nell’alimentare un hype estremo, per cui l’approccio a questo album, credo che sia stato qualcosa di strano per molti.

Per descrivere questo album credo sia interessante partire dalle conclusioni.

In questo lavoro abbiamo riscontrato fondamentalmente una pecca e un difetto, e da qui dobbiamo muoverci per descriverne pregi e imperfezioni.

La pecca : Massimiliano Pagliuso non è un cantante, ma un ottimo chitarrista e questo si sente. L’impressione, nello scivolare dei pezzi, è che ci sia un impegno e una passione notevole nel ricoprire questo ruolo, anche tantissima adattabilità a molte sfaccettature di cantato. Ma si sente anche la difficoltà nel rendere alcune parti. Il risultato è che ad alcuni pezzi si è resa meno giustizia di quello che si sarebbe potuto fare ingaggiando un cantante, calato nel suo ruolo.

Il difetto : il songwriting dell’album è estremamente eterogeneo e, addirittura, si ha l’impressione in alcuni momenti che ci abbiano lavorato più mani, tanta è la variabilità all’interno di una singola canzone. Ma così non è, e ne escono dei pezzi nei quali si perde la bussola così da trovarsi in un punto che non si era immaginato inizialmente. Per chi scrive, è importante che una “canzone” abbia una sua logica e ogni tanto, per quanto ci siano dei ritornelli molto impattanti, molti passaggi risultano scollegati.

Detto questo, ci sono, naturalmente anche dei pregi.

Il lavoro è suonato in maniera impeccabile, arrangiato divinamente a tutti i livelli (voci comprese), passaggi armonici e melodici di spessore notevole, alcuni assoli pregevoli (se non memorabili in un paio di occasioni) e non si rilevano riempitivi in scaletta. Tutto l’album è suonato con molta passione e si sente che chi l’ha composto e suonato ci ha messo tutto sé stesso per realizzare l’opera incompiuta di giovinezza.

Si, perché bisogna notare che la prima parte della scaletta, le prime 4 canzoni, erano già parte dell’omonimo EP del 1996 (che il sottoscritto non ha mai sentito nella versione del vecchio millennio). Ed è inevitabile, e anche interessante, sentire quanto dei Novembre, Pagliuso avesse già nelle sue “corde” ancora prima di unirsi a loro. Pur riscontrando episodi che possono suonare un po’ acerbi o scolastici (“Tragicomic Reality” è un esempio calzante), le prime tracce sono l’apertura ideale per questo viaggio in un sentiero che è iniziato molti anni fa.
E’ nella parte centrale della scaletta che troviamo un lotto di pezzi più moderni, più studiati e maturi, dove il difetto di cui si parlava sopra risulta meno evidente e le canzoni scorrono sognanti e melodiche, facendoci guidare in mondi lontani e subacquei, ispirati anche dalla bellissima copertina di Travis Smith (Death, Novembre, Amorphis, Opeth e mille altri). In questa sequenza di tracce troviamo più compiutezza e più mestiere; le “sbrodolate compositive” si limitano ad alcuni passaggi che però non vanno comunque a inficiare un lavoro sia tecnico che di arrangiamento notevoli.

L’album si chiude con una suite di 10 minuti circa, il pezzo più commerciale del lotto e una cover.

La prima (uscita come singolo lyric video) è un pezzo ambizioso e che riassume perfettamente quanto descritto fino ad ora : un attacco degno di un pezzo di Devin Townsend, passaggi sublimi intervallati a sfuriate death metal (ad essere sinceri meno incisive di quello che le intenzioni presumessero), aperture melodiche, arpeggi sognanti e una evidente citazione (voluta?) agli albori dei Novembre nel testo (“I wish I could dream of you”). Ma a fine canzone l’ascoltatore avrà probabilmente dimenticato da dove è partito, poiché pochissimo di quanto ascoltato nei primi minuti si ripeterà nel corso della traccia.

“You don’t know” chiude la tracklist in maniera, anche, inaspettata, con un lascito molto catchy e quasi gothic in alcuni momenti.

Della cover credo siano inutili presentazioni, tutti conoscono “The Unforgiven” dei Metallica e, a parere di chi scrive, è soltanto un gioco che si è voluto fare nella sessione di registrazione dell’album. E’ una riproposizione nello stile “Oceanico” di un pezzo che è nell’immaginario e nei cuori del mondo metal da anni.

In conclusione, l’album, pur soffrendo di alcuni difetti, è comunque il risultato di un notevole lavoro, trasversale di alcuni decenni (impossibile dire quanti di questi riff siano stati scritti ora o tirati fuori dal cassetto segreto di Pagliuso), una summa di passione e classe di musicisti navigati e talentuosi. Nonostante tutto mi sento di consigliarne l’acquisto, ma soltanto se si è avvezzi alle sonorità doom sognanti dei Novembre e del particolarissimo stile che i romani sono riusciti a coniugare in questi anni. Sperando di non dover attendere altri 25 anni per il seguito…

A chi si aspetta un disco prog o death metal dico di fare attenzione.

Tracce:
01. Hiding Lies
02. Fall To Silence
03. Violet
04. Tragicomic Reality
05. A Friend
06. Carousel
07. A Lament
08. Spoiled
09. Atlantidea Suite Part 1
10. The Unforgiven
11. You Don’t Know

Formazione:
Massimiliano Pagliuso – Voce, chitarre, basso, tastiere
Gianpaolo Caprino – Chitarre
Alessandro “Sancho” Marconcini – Batteria

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