I, PARIAH – Dystopian Visions

Titolo: Dystopian Visions
Autore: I, Pariah
Nazione: Stati Uniti D'America (Arizona)
Genere: Melodic Deathcore
Anno: 2021
Etichetta: Pariah records

Formazione:

Steve Poff: Voce
Garrin Beaudoin: Chitarra
Leonidas Mcnichol: Chitarra
Adam Curry: Basso
Josh Musick: Batteria


Tracce:

01. Criminal
02. Oblivion
03. Denier
04. Shrine
05. Vulture Mine
06. New Dawn
07. Crown of Creation
08. Dystopian Visions
Durata Totale: 32:55


Voto del redattore HMW: 8
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Melodic Deathcore.

C’è ancora qualcuno connesso? Si? Beh, allora posso procedere.

Dal cuore caldo degli States, giungono con il loro carico di distopiche visioni gli I, Pariah, debuttando (eliminiamo dal conteggio un paio di EP e alcuni singoli) alla grande sul mercato metallico internazionale con un’opera prima di spessore, perfettamente in grado di lasciarsi ascoltare e, anzi, di lasciarsi apprezzare con il volgere degli ascolti. O rivolgere del nastro, per i più analogici.

I ragazzi di Phoenix ci trasportano in un mondo marcio, corrotto, dove l’ingiustizia regna sovrana e chi detiene i mezzi ed il potere di adoperarli, lo fa a scopi ignobili. Il nostro mondo.

L’arpeggio diminuito iniziale di “Criminal” apre la strada a poco più di mezz’ora di aggressione sonora in cui alcune peculiarità riflettono la maestria dei Nostri: Le sette corde di Garrin Beaudoin e Leonidas Mcnichol si intrecciano e vanno a comporre un’ottima commistione di pesantezza e melodia, soprattutto in “Vulture Mine”, “New Dawn” e “Denier”; Il lavoro della sessione ritmica di Josh Musick è superbo e, così come il Cantante Steve Poff, a suo agio sia con il growl che con lo scream, parrebbe adottare influenze dalle lezioni dei Lamb of God in quanto a groove ed energia. Non possono ovviamente mancare i breakdown, dosati però con cognizione di causa e non forzati come spesso capita in molte canzoni deathcore e metalcore.

Oltre all’oggettiva capacità di sviluppare composizioni avvincenti dotate di buoni ritornelli, Lascia stupìti come un gruppo all’esordio decida di porre in scaletta non uno ma ben due brani strumentali ovvero “Shrine”, ottimo intermezzo con chitarra acustica e classica e “Crown of Creation”, più sui lidi canonici della proposta di questo genere, utili a creare degli ipotetici momenti di pausa, senza comunque rovinare o snaturare l’essenza del disco. La collaborazione con Andy Thomas dei Black Crown Initate arricchisce la titletrack “Dystopian Visions”, posta in chiusura di un album convincente e ottimamente prodotto in autonomia.

Consigliato per chi sia avvezzo a tali sonorità ma anche e soprattutto a chi voglia espandere i propri orizzonti di ascolto.

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