CARNIFEX – Graveside Confessions

Titolo: Graveside Confession
Autore: Carnifex
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Deathcore
Anno: 2021
Etichetta: Nuclear Blast

Formazione:

Shawn Cameron – Batteria, tastiere
Scott Lewis – Voce
Fred Calderon – Basso
Cory Arford – Chitarre


Tracce:

1 – Graveside confessions
2 – Pray for peace
3 – Seven souls
4 – Cursed
5 – Carry us away
6 – Talk to the dead
7 – January nights
8 – Cemetery wander
9 – Countess of perpetual torment
10 – Dead bodies everywhere
11 – Cold dead summer
12 – Alive for the last time
13 – Collaborating like killers (Graveside Edition)
14 – My heart in atrophy (Graveside Edition)
15 – Slit wrist savior (Graveside Edition)


Voto del redattore HMW: 6/10
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Si chiama “Graveside Confessions” il nuovo album degli americani Carnifex, in uscita a settembre sotto Nuclear Blast.
Premettendo che non conoscevo la band, mi sono apprestato a farmi un minimo di cultura scoprendo che il quartetto originario di San Diego, in California, è pioniere insieme a gente come All Shall Perish e Whitechapel (per citarne solamente due) di quella ventata di deathcore che dagli Stati Uniti arrivò in Europa grazie anche agli allora nuovi social network.

Questo nuovo lavoro del gruppo capitanato dal vocalist Scott Ian Lewis prosegue il discorso artistico intrapreso nel 2019 con World War X e introduce degli elementi mutuati dal black metal su un’architettura prettamente death moderna.

Senza fronzoli la title track regala un attacco devastante in cui il batterista Shawn Cameron dà sfoggio della sua velocità nei blastbeat; poi si instaura subito la parte black metal, con le chitarre di Cory Alford in tremolo picking a creare sonorità care a Dark Funeral e affini e a spezzare così la brutalità ritmica che il deathcore richiede. Stesso discorso applicabile a “Pray For Peace”, in cui il cantato in growl gutturale si alterna ad uno scream grattato e malvagio. Presenti anche alcune parti di tastiere, con dei synth di supporto alla sezione ritmica che aiutano a creare atmosfere sulfuree e a variare il sound. “Seven Souls” rimanda, proprio grazie all’uso delle tastiere, ad alcuni passaggi dei Borknagar dell’era di Empiricism, mentre nelle parti death la struttura resta ancorata alla modernità.

L’album si sviluppa su questi piani incrociati, miscelando death moderno e black metal. A volte l’uno ingloba pesantemente l’altro e viceversa: si prenda “Talk To The Dead” in cui le parti di pianoforte richiamano a gran voce i Dimmu Borgir (con Mustis, ovviamente).

“January Nights” è un breve intermezzo strumentale di “atmosferic death black metal” che spezza proprio nella sua parte centrale la violenza del disco.

La produzione è stata curata dal batterista e la band ha registrato quasi del tutto in autonomia, aiutati da Mick Kenney per la fase di mixaggio e masterizzazione. Il risultato non è affatto male, anche se a mio giudizio spesso le harsh vocal di Lewis sono impastate e si fatica a distinguere la sua performance. In chiusura sono presenti anche tre brani provenienti dal primissimo album “Dead In My Arms” riregistrati come bonus track per festeggiare i quinidici anni di carriera.

Sono convinto che i fan dei Carnifex troveranno pane per i loro denti con questo brutale attacco sonoro, ma un orecchio meno allenato potrebbe fare fatica a digerire il continuo cambio di stile fra il classico black metal e il deathcore moderno, sebbene i quattro si impegnino ad amalgamare queste realtà al meglio delle loro possibilità.

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