TRIVIUM – In The Court Of The Dragon

Titolo: In The Court Of The Dragon
Autore: Trivium
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: NWOAHM
Anno: 2021
Etichetta: Roadrunner Records

Formazione:

Matt Heafy – voce, chitarra
Corey Beaulieu – chitarra, voce secondaria
Paolo Gregoletto – basso, voce secondaria
Alex Bent – batteria


Tracce:

1. X
2. In The Court Of The Dragon
3. Like A Sword Over Damocles
4. Feast Of Fire
5. A Crisis Of Revelation
6. The Shadow Of The Abattoir
7. No Way Back Just Through
8. Fall Into Your Hands
9. From Dawn To Decadence
10. The Phalanx


Voto del redattore HMW: 9/10
Voto dei lettori: 9.0/10
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Abituati al minimalismo delle ultime copertine, quella di In The Court Of The Dragon ritrae una scena lontana anni luce ma ricca di pathos. Che cosa ci aspettiamo da questo album dopo aver osservato questa scena? La mia curiosità, che è già alta nei confronti di ogni nuovo lavoro dei Trivium, ora è fortemente cresciuta.

Sono dieci tracce, proprio come il numero dell’album, e la prima si chiama proprio “X”. Si aprono le danze alla corte del drago: l’atmosfera è cupa e nell’ambiente regna una devozione assoluta, una luce fioca ci fa strada.

“In The Court Of The Dragon” è una creatura che si nascondeva nell’oscurità e ora ci colpisce dritti in faccia. Il sound che li contraddistingue si è evoluto, è maturato, ed è evidente che ciascun musicista ha alzato l’asticella del suo strumento. Il brano ha le sue radici nei generi più disparati del metal estremo e i cambi di rotta ci spingono da una parte all’altra lasciandoci col fiato sospeso fino all’ultima nota. Sul finale della canzone qualcosa di insolito affiora: dei sintetizzatori. Mettiamoci il cuore in pace e lasciamoci stupire per la prossima ora.

“Like A Sword Over Damocles” e i suoi cori alla “Beyond Oblivion”, di The Sin And The Sentence, lasciano poco spazio per respirare nell’arena. Un thrash/death che si apre con un ritornello melodico tipico metalcore, anche se poche band possono vantare una voce come quella di Matt Heafy, incapace di stancare o di cadere nella banalità.

Quello che appare subito evidente di questa produzione, che rasenta la perfezione, è l’equilibro tra gli strumenti: ognuno ha il proprio spazio per esprimersi senza mettere in ombra gli altri.

“Feast Of Fire”, secondo singolo pubblicato, ricorda lo stile compositivo dei brani di Vengeance Falls. Il basso è potente e la creatività di Paolo Gregoletto si fa evidente. Con questo pezzo inizia la parte centrale dell’album e la furia dei primi brani sembra temporaneamente attenuarsi.

“A Crisis Of Revelation” è una delle mie preferite di questo album. Riprende “Like Light To The Flies”, di Ascendancy, nella contrapposizione tra il riff martellante e la melodia del ritornello, ma a quasi quattro minuti si cambia ritmo per lasciare la scena ad un assolo di gruppo che lascia di stucco per la sua complessità ed epicità. Difficile stabilire a priori se Paolo scriverà o meno un assolo per l’album, ma è sempre un’emozione sentirlo e, da bassista, posso già essere soddisfatta di In The Court Of The Dragon già solo dopo l’ascolto di questo pezzo.

“The Shadow Of The Abattoir” ha un timbro oscuro come il suo titolo, l’inizio è smorbido e ci permette di apprezzare a pieno la voce pulita, dolce e corposa di Matt; abbiamo imparato a conoscerne negli anni le mille sfaccettature, ma in questa traccia possiamo apprezzarle in tutta la loro potenza ed efficacia. La sua voce ci accompagna in un viaggio che sembra essere il seguito di “Shogun”. A metà brano, il ritmo si fa incalzante tra un breakdown e l’altro, gli assoli si susseguono in un vortice che sembra essere infinito, la quiete iniziale è solo un lontano ricordo.

“No Way Back Just Through” e “From Dawn To Decadence” hanno un ritornello difficile da togliere dalla testa e un ritmo travolgente; per quanto siano forse quelli che mi hanno colpita meno, è comunque difficile non farsi prendere; le straordinarie doti di Alex Bent alla batteria permettono di non perdere l’energia neanche nelle parti più melodiche.

In “Fall Into Your Hands” le influenze progressive si fanno sempre più interessanti; gli elementi dei sintetizzatori emergono dallo sfondo e catturano subito l’attenzione. La loro presenza è evidente e si sposano con eleganza ai riff battaglieri, raggiungendo il loro apice negli ultimi secondi e segnando una tregua, come se fossimo temporaneamente usciti dai giochi.

“The Phalanx”, terzo singolo con video estratto dall’album, ha un riff dal groove ipnotizzante e che si distende in un ritornello dal sapore amaro. È la resa dei conti, la falange è pronta allo scontro finale: senza che ce ne si accorga, il ritmo è cambiato di nuovo e si preannuncia lo scontro finale, il suono del ride della batteria ricorda quello delle lance che si scontrano, la voce di Matt graffia con una forza che fa paura, passionale e drammatica. La battaglia non dà tregua e strazia fino all’esalazione dell’ultimo grido “If they should take me, then may they break me, kill me, burn me, but I’ll stay torched into the heart”…

In The Court Of The Dragon è il terzo dall’entrata in formazione di Alex Bent alla batteria e sembra che i Trivium abbiano trovato uno stile che piace a loro e al pubblico, e che ben si accorda con il carattere di alcuni dei loro album più famosi, ma non è nulla che possiamo prevedere. Quello che riescono a fare in quattro è magico, hanno il coraggio di sperimentare nuovi approcci e l’umiltà del non sentirsi mai arrivati. Sono un fuoco che arde e che non sembra intenzionato a spegnersi. Viene spontaneo chiedersi dove riusciranno ancora a spingersi, ma per il momento ascoltiamoci questo album.

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