RUNNING WILD – Blood On Blood

Titolo: Blood on Blood
Autore: Running Wild
Nazione: Germania
Genere: Heavy Metal
Anno: 2021
Etichetta: SPV Steamhammer

Formazione:

Rock ‘n’ Rolf    Vocals, Guitars, Bass

Peter Jordan   Guitars

Ole Hempelmann       Bass

Michael Wolpers        Drums


Tracce:
  1. Blood on Blood 04:07
  2. Wings of Fire 03:57
  3. Say Your Prayers 05:14
  4. Diamonds & Pearls 04:44
  5. Wild & Free 05:28
  6. Crossing the Blades 06:00
  7. One Night, One Day 04:59
  8. The Shellback 06:11
  9. Wild, Wild Nights 04:30
  10. The Iron Times (1618-1648) 10:29

Voto del redattore HMW: 6,5/10
Voto dei lettori: 3.0/10
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Visualizzazioni post:199

The Pirates are back!!! Urli di giubilo e calici al cielo!!!

No, aspetta… praticamente i Running Wild non se ne sono mai andati. O meglio, si sono sciolti nel 2009 e poi reunion nel 2011. Ma poi “reunion” di chi? Questa band è formalmente una band, ma tecnicamente è Mr. Rock n’ Rolf che se la suona (prima) e se la canta (poi).

Solamente che dopo The Brotherhood, del 2002, (e già sono di manica larga, perché per il sottoscritto la cosa era già bella che putrescente nel 1998 dopo The Rivalry) il nostro ha prodotto una serie di album uno più insipido e inutile dell’altro.

È veramente brutto dirlo ed è pure triste, soprattutto se sei uno che i dischi con quel monicker li ha amati e li ha ascoltati con grande gioia e piacere. Ma bisogna anche essere obiettivi e ammettere che esiste la possibilità che qualcuno dei tuoi artisti preferiti (o banalmente che ti piacciono) possa anche arrivare ad un punto in cui gli si friggono le idee una sull’altra nel cervello e sforni qualcosa che non è del tutto gradita al te stesso fruitore. È per questo che sconsiglio sempre di tatuarseli addosso, per quanto amati.

Poi, per molti motivi, si può anche pensare che si apprezzino anche ciofeche come Resilient o che si cerchi di dare un senso e un posto nel mondo a album come Shadowmaker (che già solo per le copertine andrebbero banditi a vita). Ma qui entriamo nei puri gusti personali.

Quindi mi trovo ad ascoltare l’ultima fatica del Sig. Kasparek che, giunto alla sessantina, non accenna a voler seppellire l’ascia di guerra e continua imperterrito a far sì che la nera bandiera del Jolly Roger garrisca al vento.

L’approccio è con “Blood On Blood”, che in sé non suona nemmeno malaccio. Ha il suo bel riff che gronda pirateria da tutti i pori, il timbro della voce è sempre lui, sempre in forma, il ritornello è pure degno di stare in un disco che porta questo nome, l’assolo altrettanto. Pezzo abbastanza convincente

La scaletta scorre poi molto bene, omogenea, alle volte più cantereccia, alle volte più riflessiva. Tra un mid tempo e l’altro, passando per le già rilasciate “Diamonds & Pearls” (carina) e “The Shellback” (più epica, e pure più credibile della precedente), arriviamo a divertirci con “Wild & Free”, che io avrei preso come singolo, sicuramente più funzionale delle due precedenti, o “Crossing The Blades” che porta con sé un giro decisamente stiloso e piacevole, anche se tende a non decollare mai del tutto e a sgonfiarsi con l’andare della traccia. Non manca il lentone più leggero e sognante (“One Night, One Day”) e la rockeggiante “Wild, Wild Nights” ti fa scapocciare un po’, giusto nell’attesa della suite finale.

“The Iron Times” inizia nel migliore dei modi: epicità a mille e melodie in pieno stile piratesco, però, come si suol dire, “tutto a posto, niente in ordine”. Questa canzone è perfettamente il riassunto del disco.

Per tornare indietro (tanto, ma non troppo), questo pezzo mi ha ricordato un po’ “Return Of The Dragon”, che era uno dei migliori a mio parere del già citato The Rivalry: rock, piratoso, aggressivo, pungente, con belle melodie, energico, metallico, pieno di grog e di spruzzi di acqua salata.

Qui invece, dopo un inizio molto promettente, tutto si spegne nell’ennesimo mid tempo dell’album, l’ennesima traccia dove sembra che i cavalli del motore siano un po’ bolsi e la velocità e la convinzione sembra non si riescano a scaricare a terra.

Forse in questo avrebbe aiutato avere una produzione degna di tale nome e magari un gruppo vero. Sì, perché si sente tremendamente la mancanza di un batterista vero, che faccia dei fill veri e magari variegati, di un bassista che ci metta del suo e di un produttore che porti all’album dei suoni validi e potenti. Bisogna dire invece che Rolf è ben coadiuvato alla sei corde dal suo scudiero, in quanto gli assoli son invece molto potenti.

Alla fine è un album più che dignitoso, più che sufficiente dal punto di vista dei canoni (o cannoni?) e quindi non si può certo dire che il vecchio, caro Rolf si sia ulteriormente sbagliato a non andare in pensione, però manca qualcosa. O forse non manca niente, nel senso che questi sono artisti, ma prima ancora uomini e non si può certo pretendere che esca un nuovo Port Royal o un nuovo Blazon Stone, giusto per citarne un paio, e di far scrivere pareri entusiasti a recensori di tutto il mondo.

E quindi ben vengano album tutto sommato onesti, magari con tanto mestiere, ma fatti col cuore e frutto della passione di un artista che, nonostante tutto, vuole continuare a nutrire la sua creatura e a solcare i mari del metal, possibilmente dando a tutti la possibilità di cantare insieme un nuovo ritornello insieme a quelli storici.

Crossing the blades!

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