SWALLOW THE SUN – Moonflowers

Titolo: Moonflowers
Autore: Swallow The Sun
Nazione: Finlandia
Genere: Death Doom Metal
Anno: 2021
Etichetta: Century Media

Formazione:

Jaani Peuhu: cori
Juha Raivio: chitarra, tastiera
Matti Honkonen: basso
Mikko Kotamäki: voce
Juuso Raatikainen: batteria
Juho Räihä: chitarra


Tracce:
  1. Moonflowers Bloom In Misery       06:19
  2. Enemy                                                  05:39
  3. Woven Into Sorrow                           07:46
  4. Keep Your Heart Safe From Me      07:47
  5. All Hallow’s Grieve                            05:37
  6. The Void                                               05:39
  7. The Fight Of Your Life                      07:13
  8. This House Has No Home               06:40

Voto del redattore HMW: 6/10
Voto dei lettori: 7.0/10
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Il male di vivere.

Questo è sempre stato il tocco in più degli Swallow The Sun. Ancor più di altri, i finlandesi sono sempre stati più bravi a mettere in musica un malessere genuino, velato di quella delicatezza che si miscela a rabbia e a vero e crudo rivolgimento di budella, molto più toccante di altri.

Dovessi compararli con i maestri My Dying Bride, i nostri hanno sempre avuto uno stile più empatico e meno teatrale, meno da tragedia greca e aristocratica per intenderci (che non è una critica, ci mancherebbe, adoro gli inglesi, forse più di loro), e l’hanno sempre fatto con una certa naturalezza e con una vena comunicativa più umana. In fondo, non serviva calarsi nella realtà truce che dipingono, ma era sufficiente ascoltare le loro canzoni per immedesimarvisi. Con gli inglesi invece è sempre servita una certa dose di astrazione. Almeno per quanto mi riguarda.

Ed è pur vero che, probabilmente, gli ultimi lavori sono stati permeati profondamente dalla tragedia che ha colpito il mastermind Juha Raivio. La morte della compagna Aleah è stato sicuramente un evento che ha segnato in maniera indelebile il chitarrista e compositore, al punto da rendere ancor più preminente e importante questa sua capacità di raggiungere l’intimo di ogni persona con il proprio malessere e le proprie sofferenze.

Questo si è concretizzato con due lavori che hanno ricevuto i favori della critica e sono stati capaci di dare sfogo all’urgenza compositiva e di medicazione dell’io che Juha ha avuto in quel periodo.

Così l’opera prima di Hallatar (semplicemente un capolavoro dall’inizio alla fine) e il precedente lavoro degli Swallow The Sun (praticamente un altro capolavoro sotto quasi tutti gli aspetti), hanno avuto un ruolo centrale nell’evoluzione di ciò che ci viene proposto.

Con When A Shadow Is Forced Into The Light si era già virato verso una versione più pop del suono, in cui le tastiere prendevano un ruolo centrale e portante nelle composizioni, in cui le sfuriate metal erano a supporto di una continua ricerca di emozioni e di atmosfere velate (il “singolo” Lumina Aurea era un’estremizzazione di questo concetto), in cui le strutture, pur dilatate e derivate dal funeral doom in molti momenti, avevano comunque una buona dose di forma canzone e in cui si cercava sempre e comunque di dare dei punti di riferimento certi all’ascoltatore. Quasi ad emanciparsi da una deriva, a mio parere evidente in questi anni, di cercare di variare nella composizione sfociando nel perdersi via.

Ebbene, tutto ciò sembra ripreso paro paro anche per questo Moonflowers.

Per carità, lungi da me dirvi che quest’album è brutto o che non vale la pena di ascoltarlo, ma, per onestà intellettuale, non posso nascondere che sono rimasto piuttosto interdetto durante lo scorrere delle tracce. Sembra quasi che questo lavoro sia uscito dalla stessa sessione di registrazioni del precedente, con gli stessi suoni, con la stessa tastiera acuminata e preponderante, con le stesse melodie, nelle stesse tonalità, con le stesse logiche di scrittura, con gli stessi accorgimenti compositivi, la strofa molto lenta e “vuota” e i ritornelli melodicissimi e le parti tirate e violente al posto dove devono stare.

Il malessere e la triste avanzata della vita che volevano comunicarci, questa volta, è meno pesante, meno incombente, meno struggente, quasi che il tempo che passa avesse in qualche modo lenito le ferite e avesse portato forse ad un momento di apatia e di calma piatta. È come se qualche idea in più fosse venuta a mancare e vi si fosse sopperito con una dose di mestiere, mascherata dietro alle innate capacità di Juha e al suo immenso talento.

Ma, onestamente, qualcosina manca.

Mi manca la freschezza, mi manca la novità, quasi che il malessere che si vuole trasmettere fosse sempre lo stesso di prima e, da ascoltatore, l’ho già immagazzinato, l’ho già fatto mio, l’ho già sentito e, se devo cercare di utilizzare l’arte altrui per affogare il mio personalissimo malessere, trovo che l’acqua in cui mi immergo sia meno calda (o fredda a seconda di come lo si legga) rispetto a quella in cui avevo fatto il bagno precedente.

Immagino che sia comunque un lavoro molto personale e che, sempre in questo livello molto personale, debba ricercarsi la capacità di apprezzare o meno un disco come questo.

La musica è sicuramente di livello, la produzione è sempre impeccabile e le prove dei vari strumentisti sono assolutamente perfette, quindi nulla da eccepire, ma i pezzi mi hanno colpito meno di quanto mi aspettassi.

Un giudizio imparziale credo sia difficile da dare, poiché non si può valutare il lavoro solo ed esclusivamente tramite parametri oggettivi ma va tutto confrontato coi sentimenti che questi suscitano. Che poi, direte voi, è un po’ il punto focale di ascoltare della musica che ci piace. Ebbene questa volta sono in difficoltà.

Sicuramente più che sufficiente, ma non ha colto nel segno.

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