VOLBEAT – Servant Of The Mind

Titolo: Servant Of The Mind
Autore: Volbeat
Nazione: Danimarca
Genere: Heavy Metal / Rock
Anno: 2021
Etichetta: Vertigo Records / Universal

Formazione:

Jon Larsen: batteria
Michael Poulsen: chitarra e voce
Rob Caggiano: chitarra
Kaspar Boye Larsen: basso


Tracce:
  1. Temple Of Ekur
  2. Wait A Minute My Girl
  3. The Sacred Stones
  4. Shotgun Blues
  5. The Devil Rages On
  6. Say No More
  7. Heaven’s Descent
  8. Dagen Før
  9. The Passenger
  10. Step Into Light
  11. Becoming
  12. Mindlock
  13. Lasse’s Birgitta

Voto del redattore HMW: 6,5/10
Voto dei lettori: 7.8/10
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Quando sta per uscire un disco e il gruppo è molto famoso (ma ormai anche se non si è nessuno), si tende a creare hype. Un casino di hype.

Si buttano là le edizioni, si svelano copertine a pezzettini, si cominciano a fare anticipazioni con dieci secondi di una canzone a caso e con un’intervista in cui il cantante di turno ci dirà che il disco è il migliore mai prodotto fino ad allora (se non il più pesante o che ricorda quello vecchio che piace tanto ai fan).

Beh, magari senza ‘sti eccessi, ma i Volbeat, anche per volere della loro casa discografica, hanno fatto tutto ciò. Rilasciando anche qualche bel video di un paio di canzoni.

Trovo queste cose sempre un po’ fastidiose, perché, come succede con i provini di un film, ti ritrovi ad aver già capito che aria tira e dove va a parare la pellicola, per cui forse di spendere i soldi al cinema non ne vale poi tanto la pena. Mentre delle volte il prezzo del biglietto, anche per uno spettacolo sbagliato, ha il suo perché. Quindi cerco di tenermi a distanza da tutto fintanto che non ho la mia copia tra le mani.

Giunto a questo agognato momento, posso finalmente immergermi nell’ascolto e dare un senso ad un lavoro che, per me, deve ancora seguire il senso che ha: ascoltarlo dall’inizio alla fine e nell’ordine in cui l’artista ha messo lì i pezzi. Perché c’è un senso. Poi la tua scaletta te la fai dopo se vuoi, ma prima vai dietro al lavoro dell’artista. No?

Se non siete riusciti a resistere alle anticipazioni, alla fine avrete sentito già cinque canzoni su tredici e avrete già capito quello che vi serve.

Beh, l’approccio è molto piacevole.

D’altra parte dai Volbeat uno sa cosa deve aspettarsi, più o meno. Il nome e la ricetta sono ormai un marchio di fabbrica e nessuno si aspetta di rimanere stupito da ciò che uscirà dal lettore.

L’inizio è decisamente riuscito, più di quanto fatto dal precedente Rewind, Replay, Rebound, che invece proponeva un primo pezzo un po’ “leggerino”. Qui invece si parte subito bene, con un trittico che porta il biglietto da visita tipico loro: melodia a palate, senza disdegnare la vena metallica (in tutti i sensi) o le atmosfere più cupe.

Il disco è buono. È quanto di meglio i Volbeat potessero sfornare dopo lo sciagurato 2020. Singoloni (“Wait A Minute My Girl” o “Dagen Før”), canzoni retrò (“The Devil Rages On”), citazioni dei Metallica (“Shotgun Blues”), pezzo tirato (“The Passenger”), mid tempo strani (“Step Into Light”), un paio di riempitivi passabili (“Mindlock”, “Say No More”), un tributo al compianto L.G. Petrov e un bel finalone.

Il tarlo che mi attanaglia già da diverso tempo però è un altro.

Il 2020 è stato un anno che ha visto tutti chiusi in casa e con un sacco di tempo libero, specialmente chi è un musicista famoso. Tutti hanno fatto una miriade di attività per riempire questo vuoto e queste giornate infinite di fermo e, nel frattempo, scrivere nuovo materiale era quanto di più naturale possibile.

Peccato che, tra la saturazione del mercato che stiamo vivendo negli ultimi anni, tra il fatto che il periodo (per quanto pieno di tempo libero) non è stato dei più semplici o gradevoli e, in ultimo, che si voglia sempre e per forza stare sulla cresta dell’onda, e dunque pubblicare diventa quasi una necessità, alla fine, tra lavori dal vivo e inediti, sul mercato si sia riversato un mare di materiale e non sempre il risultato finale sia stato dei migliori.

Lungi da me dirvi che questo album è brutto, però, come mi è già capitato di dire anche su queste pagine, forse un minimo di tempo per riflettere e per filtrare ciò che si è fatto sarebbe stato utile.

Servant Of The Mind è un album che nulla aggiunge alla carriera dei nostri, sempre valido ma sempre con le stesse soluzioni e quasi tornando indietro agli stilemi compositivi di qualche anno fa. Quasi senza osare, ma anzi esagerando con una scaletta ben più che piena di idee interessanti, ma già sentite (questo giro il caro Rob Caggiano non ci ha deliziati con degli assoli incredibili come nel precedente lavoro).

Ok, direte voi, “c’è gente che c’ha fatto delle carriere intere senza muoversi di una virgola dal loro orticello”. E ci mancherebbe. Ben vengano.

Ma in fondo, visto quanto ho amato i precedenti lavori sin dal primissimo momento, mi aspettavo qualcosa di più da Michael Poulsen e soci.

Promossi con riserva (e per credito ricevuto).

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