ALICE COOPER – Una Festa Diversa Dal Solito

Alice Cooper
Titolo: ALICE COOPER (UNA FESTA DIVERSA DAL SOLITO)
Autore: Dwight Fry
Genere: Speciale
Anno: 2022
Voto dei lettori: 7.6/10
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Speciale redatto da Dwight Fry

Capita spesso, ormai, di leggere qualche speciale su questo o quel musicista, questo o quel gruppo, in cui si sottolineano le canzoni più importanti della relativa discografia.

Di rado invece si parla delle canzoni peggiori. Il motivo è piuttosto facile da cogliere ma, se c’è un artista col quale tutto ciò avrebbe un senso, quello è Alice Cooper. Dalla fine degli anni ’60, infatti, il nostro porta avanti una sorta di “etica del contrario” che vede il brutto diventare bello, il kitsch mutare in raffinatezza, il macabro flirtare con la poesia e via dicendo.

Visto che oggi zio Alice compie settantaquattro anni, allora che ne dite di festeggiarlo in modo diverso ma coerente con la sua storia e la sua filosofia?

 

 

PARTE 1

Ho selezionato dieci canzoni, elencate per anno, che ritengo poco riuscite all’interno dell’enorme numero di album pubblicati dal padrino dello shock rock. Ovviamente parliamo di scelte personali e contingenti: non escludo che a qualcuno di voi uno dei seguenti brani possa perfino piacere. Massimo rispetto, ma non sarò io a dirvi che avete buon gusto in fatto di musica!

Cominciamo.

 

You Gotta Dance (da “Goes To Hell”, 1976)
L’intento satirico è palese, dal momento che in questo brano Alice immagina che il suo personaggio prediletto (Steven) si ritrovi in un luogo nel quale venga costretto a ballare la disco-dance che impazzava all’epoca, solo che usare l’alfabeto musicale dei tizi che dovresti prendere in giro non sempre funziona, anzi. Trovo questa canzone insopportabile, specie i coretti.

 

(No More) Love At Your Convenience (da “Lace And Whiskey”, 1977)
Alice ci riprova, con questa storia della musica dance da parodiare, e fa un altro buco nell’acqua. Perfino più irritante di ‘You Gotta Dance’.

 

Millie And Billie (da “From The Inside”, 1978)

Se avete la glicemia alta e come me non sopportate i duetti pop tra voce maschile e voce femminile, non ascoltate questa lagna, probabilmente la ballata più melensa (ma qualcuno la definisce “toccante”) mai realizzata dal nostro. Se invece avviate il pezzo, tenete a portata di mano l’insulina.

 

Because (dalla colonna sonora del film “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, 1978)

Altra lagna di proporzioni bibliche, cover di un brano dei Beatles che Alice cantò coi Bee Gees (sì, proprio loro) per la trasposizione cinematografica del musical “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band On The Road” di quattro anni prima, ispirato all’album omonimo dei Beatles. In difesa di Alice, posso dire che anche la versione originale fa scendere il latte alle ginocchia. Che senso ha avuto riproporla tale e quale? E poi la voce di Alice non c’entra nulla con quelle, aggraziate, dei Beatles, infatti questa rilettura non piace né ai fan dei baronetti inglesi né a quelli dello psicopatico di Detroit.

 

You Want It, You Got It (da “Special Forces”, 1981)

“Special Forces” è uno dei lavori peggiori di Alice Cooper, quindi è piuttosto semplice individuare almeno un brano da worst of. Questo pezzo pieno di sintetizzatori sottolinea quanto sia invecchiato male l’album, a differenza del precedente e più efficace “Flush The Fashion”.

 

Dyslexia (da “DaDa”, 1983)
Unico pezzo davvero brutto di un album altrimenti eccellente, tra i migliori nella lunga carriera del nostro. Il pezzo è un rovinoso esperimento pop-wave, quasi senza chitarre, sostanzialmente uno scarto degli album precedenti. Male soprattutto il ritornello, che si limita a ripetere noiosamente il titolo (composto da una sola parola, per giunta). Avrebbe sfigurato anche su “Special Forces”.

 

Hands Of Death (da “Songs In The Key Of X: music from and inspired by the X-Files”, 1996)

La svolta industriale di Alice Cooper inizia qui. Colpa dell’allievo Rob Zombie, il quale, nel contesto di una compilation ispirata alla serie TV “X-Files”, coinvolge il maestro nei suoi deliri cibernetici. Non c’entra nulla con lo stile di Alice, è priva di melodie vincenti, e di rock ‘n’ roll neppure a parlarne. E pensare che i due hanno ricevuto una nomina ai Grammy Award, per ‘sta roba.

 

Stand (da “Dirty Diamonds”, 2005)

Orrido brano inserito come extra nell’album in oggetto: era meglio lasciarlo fuori, o relegarlo a lato B di qualche singolo. Qui Alice duetta con un rapper di nome Xzibit e basterebbero i primi quindici secondi (in cui il rapper in questione ci ammorba coi suoi yeah e c’mon) per schiacciare il tasto “stop” e mettere fino all’ascolto di un album che, arrivati fin lì, ha già detto tutto quello che c’è da dire.

 

Mankind (dalla colonna sonora mai pubblicata del film “Bloodrayne”, 2005)

Che pastrocchio! Ad Alice viene chiesto di comporre un brano per un filmaccio horror e ne vien fuori questa cosa qua, industrialoide, danzereccia e noiosa.

 

What Baby Wants (da “Welcome 2 My Nightmare”, 2011)

Alice duetta con la stellina del pop Kesha e realizza una robetta pop-rock assolutamente trascurabile, se non irritante per la sua sfacciata impronta commerciale. È possibile piacere alle ragazzine e contemporaneamente alla vecchia guardia di un musicista ultrasessantenne? Forse, ma non con canzoni del genere. Quegli uh-uh mi fanno venire l’orticaria, il ritornello getta sale su una ferita già aperta.

 

PARTE 2

 

Ovviamente non posso chiudere questo speciale con parole di biasimo nei confronti del Re dello shock rock… e allora ecco dieci canzoni (minori) del Maestro che non sono presenti ufficialmente nelle scalette finali dei suoi album e la cui conoscenza è… beh, non essenziale, ma sono tutti bei pezzi e qualche piccola perla c’è. Non è stato facile sceglierle, l’offerta di scarti e brani esclusivi è parecchio ampia quando si parla di Alice Cooper e so già che alcuni titoli non diranno nulla – o quasi – anche a chi conosce discretamente l’artista di Detroit. Ma il mio nomignolo è “Dwight Fry”, per cui devo dimostrarmi all’altezza.

Il numero 10 ricorre pure in questo caso perché 10 è il voto che merita globalmente la carriera di Alice, e così la sua dedizione alla causa del rock ‘n’ roll, genere musicale e stile di vita che lui ha sempre difeso dai piagnistei di chi lo dà per morto (ciao, Gene) un giorno sì e un giorno no, forse perché stanco di suonarlo e ascoltarlo.

E ora (ri)cominciamo:

 

Nobody Likes Me (singolo, 1971)

Venne lanciato nel ’71 in formato flexi-disc (la versione povera dei vinili, leggete QUI) e poi abbandonato. Nel 1999 la raccolta “The Life And Crimes Of Alice Cooper” ce l’ha restituito in una versione demo che si sente meglio dell’originale. Il genere? Un incrocio tra rock e polka, quelle cose strane che riescono bene solo a Alice Cooper. Groucho Marx adorava questo brano, e io pure.

 

Slick Black Limousine (da “Billion Dollar Babies”, 1973)

Una presa in giro dell’hillbilly americano, condotta a suon di rock ‘n’ roll in stile anni ’50, con Alice che imita palesemente Elvis a inizio brano. Si trascina un po’ troppo (poteva durare un minuto in meno) ma resta un bel pezzo, lo trovate nella edizione deluxe di “Billion Dollar Babies” del 2001. Ah, esiste una versione di questo brano intitolata “Coal Black Model T”, che differisce giusto per qualche dettaglio; in sostanza parliamo della stessa canzone.

 

Space Pirates (dall’album “Flash Fearless Versus The Zorg Women, Parts 5 & 6”, 1975)

Questa canzone è apparsa originariamente in un lavoro di “Autori Vari”, una specie di colonna sonora fumettosa alla “Ziltoid”. In questo pezzo ci sono due The Who: John Entwistle al basso (si sente) e Keith Moon che bercia frasi a caso nei panni del pirata Long John Silver. Una follia, ovviamente, ma il risultato è un bel rock alla Rolling Stones con atmosfere western, e quel piano honky-tonky è la ciliegina sulla torta.

 

I’m Flash (dall’album “Flash Fearless Versus The Zorg Women, Parts 5 & 6”, 1975)

Come sopra. Anche qui c’è Entwistle (ma non Moon) e anche qui c’è del sano rock ‘n’ roll in pieno stile seventies. Allegra e scanzonata, mi piace anche più di “Space Pirates”. Eccellente la prestazione al microfono di Alice: che voce!

 

Hard Rock Summer (dalla colonna sonora di “Venerdì 13 parte VI”, 1986)

Hard rock scanzonato, semplice semplice ma allegro. Il ritornello ti entra subito in testa e finisci per canticchiarlo già al primo ascolto. Un po’ di leggerezza anni Ottanta ci vuole, di tanto in tanto.

 

I Got A Line On You (dalla colonna sonora del film “Aquile D’Attacco”, 1988)

Gran bel rifacimento di un pezzo degli Spirit risalente al 1969 ma che il gruppo stessa proponeva in versione hard rock già a metà anni Ottanta. Alice aggiunge qualche coretto di gran presa e un approccio che da un lato prolunga le sonorità di “Constrictor” e dall’altro anticipa quelle di “Dirty Diamonds”.

 

Chemical Reaction (outtake di “Hey Stoopid”, 1992)

Grintoso pezzo hard rock che non trovò posto in un album, effettivamente pieno di belle canzoni, come “Hey Stoopid”. Eppure non avrebbe sfigurato. Qui siamo dalle parti dell’hair metal fatto come Dio comanda, con un gran ritornello e una catasta di riff.

 

King Herod’s Song (dalla nuova colonna sonora di “Jesus Christ Superstar”, 1996)

Nel ’96 Alice registra questa cover per la nuova versione teatrale (inglese) del musical in oggetto. E ovviamente fa un lavoro eccellente, del resto col musical e il cabaret lui ha sempre flirtato, e anche coi musicisti che hanno reso celebri certe produzioni di genere (Liza Minnelli in ‘Teenage Lament 74’… ricordate?)

 

A Bad Situation (da “Welcome 2 My Nightmare”, 2011)

Simpatico pezzo rock ‘n’ roll che all’epoca venne riservato alla cosiddetta “iTunes edition” (bella cagata premiare chi compra musica liquida…). Nulla di trascendentale, però intrattiene. Carino anche il video, realizzato, se ho capito bene, da Chuck Garric.

 

Under The Bed (da “Welcome 2 My Nightmare”, 2011)

Una specie di semi-ballad presente nella deluxe edition dell’album in oggetto, con chiari riferimenti alla storica ‘The Black Widow’ sul finale. Pezzo di qualità. Assurdo che abbiano preferito una ‘What Baby Wants’ a questa piccola perla oscura.

 

Tra i pezzi poco noti ho evitato di inserire canzoni come “Call It Evil” (ottimo brano rock-blues del ’71) o “All Strapped Up” (follia da cabaret eseguita solo dal vivo a fine anni ’70), che non sono mai state registrate professionalmente e quindi si sentono malissimo. Se siete curiosi, però, fino a qualche tempo fa si trovavano su YouTube e forse potete recuperarle lì. Non ho trovato invece “Look At You Over There, Ripping The Sawdust From My Teddybear” (pezzo escluso all’ultimo momento da “Special Forces”), se non in un video generalista, e a malincuore ho dovuto escluderla.

Infine, so che non leggerà mai questo articolo ma al vecchio Alice voglio augurare tutta la salute necessaria ad allietarci professionalmente nei prossimi cent’anni. Del resto, pare (la notizia è di pochi giorni fa) che stia lavorando su due album contemporaneamente.

Buon compleanno, vecchia strega!

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