SHAPE OF DESPAIR – Return To The Void

Titolo: Return To The Void
Autore: Shape Of Despair
Nazione: Finlandia
Genere: Funeral Doom
Anno: 2022
Etichetta: Season Of Mist

Formazione:

Tomi Ullgrén: chitarra
Jarno Salomaa: chitarra, tastiere
Natalie Koskinen: voce
Samu Ruotsalainen: batteria
Sami Uusitalo: basso
Henri Koivula: voce


Tracce:

Return To The Void             09:14
Dissolution                            08:59
Solitary Downfall                 11:06
Reflection In Slow Time    08:08
Forfeit                                    08:00
The Inner Desolation          04:33


Voto del redattore HMW: 9/10
Voto dei lettori: 7.8/10
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Con un po’ di ritardo su queste pagine, diamo di conto dell’ultima fatica dei finlandesi Shape Of Despair. Una magnifica fatica.

Il mio primo contatto con questo gruppo risale al 2000, all’epoca dell’uscita del loro secondo lavoro, Angels Of Distress, e il motivo principale fu che colui che prestava la propria ugola era un tal Pasi Koskinen (in quel periodo anche partecipe della fase evolutiva che portò gli Amorphis a diventare ciò che sono oggi, ma questa è un’altra storia).

Ebbene, un disco oggettivamente pesante e monolitico che, per un imberbe ragazzino che scopre i piaceri del metal tutto, potrebbe essere di difficile digestione ma che, incredibilmente, ne catturò fin da subito l’interesse (motivi che non analizzeremo qui).

Fu coi successivi Illusion’s Play (2004) e il lungamente atteso Monotony Fields (2015) che i nostri completarono l’opera di forgiatura del loro stile estremamente personale, in cui, oltre ai canonici tempi ultra-dilatati tipici del funeral doom, sono stati inseriti e mescolati sapientemente melodie e un lavoro sulle tastiere enorme (a dire il vero già presenti prima, ma qui raggiungono pieno compimento).

Questo ha fatto sì che il gruppo fosse riconoscibile anche dopo dieci secondi di canzone e questa è una qualità assolutamente inusuale in un genere come questo, dove invece il fatto di ridurre all’osso i BPM è considerato come elemento sufficientemente qualificante per potersi districare nella giungla di offerta odierna.

E così, con questi presupposti e dopo sette anni di lunga attesa dal già citato (e ottimo) Monotony Fields, editi per la Season of Mist gli Shape Of Despair ritornano, sfoggiando il loro bellissimo e spigoloso logo su una delle copertine più belle e oppressive degli ultimi anni. L’opera di Mariusz Krystew (già autore delle loro e altre copertine) ricorda per certi versi il tema di un certo Blackwater Park, ma lo interpreta con la forza del dipinto sui toni del grigio e del nero, con dei tratti di rosso. Struggente e comunicativa.

Buon biglietto da visita. Specialmente se lo è per un prodotto musicale così valido e profondo.

Molto più di altre realtà (sia in ambito funeral sia genericamente in ambito death doom molto cadenzato) i nostri, sin dalla prima traccia, sono in grado di rendere fruibile il profondo buco nero, il vuoto nell’anima di chi scrive queste canzoni, facendo trasparire tutte le sfumature di grigio e nero che lo compongono, tutto il malessere e l’estrema difficoltà nel conviverci.

La traccia d’apertura vale da sola il prezzo del biglietto, capace di tessere sin da subito le fila delle sei canzoni che ci accompagneranno per la prossima ora, rendendo immediati e facilmente interpretabili i sentimenti di cui sopra, anche per chi non fosse avvezzo a tali contorni musicali.

È questa, a mio avviso, la caratteristica principale degli Shape Of Despair. Ascoltandolo e riascoltandolo, questo Return To The Void ha quasi le sembianze di un disco metal più banale, ma calato in una realtà triste, soffocante e nebbiosa (come la copertina). Il ventaglio di emozioni che questo album suscita è molto variegato, pur rimanendo omogeneo nelle sue fattezze. Il finale di “Forfeit” ne è un esempio calzante, dove troviamo una parte (invero parecchio dilatata e che definire finale è eufemistico) con un riff e un incedere molto aggressivi che, nonostante i pochi BPM, trasmette una cattiveria quasi assimilabile al death metal, grazie anche a un cantato in scream inedito fino a quel momento.

Credo che sia superfluo soffermarsi sulle singole tracce, anche perché penso che molto del bello di questo lavoro risieda proprio nella sua capacità di trasportare l’ascoltatore in un viaggio molto lungo e lento all’interno delle proprie sofferenze, alle volte per approfondirle, alle volte per coccolarlo nella convivenza con esse.

Ed è un viaggio estremamente personale, faticoso magari, ma certamente fruttuoso e affascinante.

Le poche parole a corredo di questo dipinto musicale sono pillole poetiche che accompagneranno il vostro vagare.

Consiglio un ascolto intimo, di notte, nel buio della vostra stanza e con una piccola fonte di luce, come una flebile torcia ad illuminare il vostro viaggio.

Imperdibile.

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