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Una delle sensazioni che reputo più appaganti quando vengo posto di fronte a dei prodotti musicali partoriti dalla mente collettiva di un complesso musicale, è quella della realizzazione che la pubblicazione di un disco non è solo una mera urgenza espressiva o commerciale, ma molto spesso è il naturale evolversi e compiersi di un percorso concettuale e stilistico che rifiuta di fermarsi all’opera prima e fissarla come metro di paragone per il divenire.
Il trio romano de “Il Giardino degli Specchi”, nome fortemente evocativo, è uno di quei progetti che nasce per comunicare qualcosa e rendersi portatore di emozioni intense o flebili, spumeggianti o mansuete in base al singolo eterno attimo che esse si trovano davanti e per farlo sceglie il modo meno intuitivo ovvero l’assenza di parole.
“Monstrum” è il secondogenito di questa particolare formazione, seguito del bel disco del 2018 “Oltremare” ben valutato dalla critica nazionale ed internazionale come fulgido esempio nostrano di creatura Post – Rock/Progressive. Le differenze sono parecchie dato che in questi 4 anni che hanno intervallato le uscite discografiche vi è stato un cambio alla batteria con Luca Tiraterra (Dreariness) subentrato alle pelli e, soprattutto, con un sostanziale cambio di rotta stilistico per quanto concerne le 9 canzoni di “Monstrum”; con il primo album Valerio Marcellino e Marco Andrea Lippa, fondatori nel 2015 del progetto, spaziavano su atmosfere eteree ed evocative incentrate su un certo intimismo di fondo. Ora tutto questo viene lentamentemeno lungo il volgere della scaletta.
Se con l’iniziale “Le Parole Mai Dette” e la seguente “Distanze” veleggiamo ancora sulle dolci melodie disegnate dalle chitarre e supportate da qualche sprazzo di synth, già con “Prypiat” e “Orso Nero” possiamo comprendere come la strada si stia dissestando e volga ad una metamorfosi che si palesa finalmente con l’avvento di “Kaiju” e il suo incedere di chitarra e sintetizzatore veloce e quasi ossessivo il quale, dopo una sezione centrale più lenta ma comunque tesa, esplode fragorosamente in un blastbeat vorticoso. Si comprende il motivo perciò della scelta del nuovo batterista che nella sua altra band è solito incorniciare gli strumenti a corde con pattern furiosi e complessi.
“Supernova” è uno dei brani più riusciti della scaletta e inzia proprio con un riff di batteria sul quale viene posto il tema del brano e conseguente sviluppo. Gli episodi “You Have Come A long Way” e “05/09” ci accolgono con la stessa forza di quell’ultimo istante che esiste prima che la nave salpi e che il treno fischi, quell’infinito intervallo nel quale ci chiediamo se ciò che stiamo facendo sia giusto e se la meta che ci siamo posti sia davvero la rappresentazione dei nostri desideri. Poi la banchina si allontana e diventa inutile continuare a rifletterci…. Meglio abbandonarsi alla conclusiva “Longinus” e attendere che la sua forza invada i sensi, trasformandosi totalmente in qualcosa che ricorda il rock più duro e quindi un orizzonte, ora valicato.
Vorrei porre particolare attenzione sull’elemento che mi ha spinto a immaginare una certa continuità “spirituale” tra i due album del gruppo: la copertina. Su “Oltremare” campeggia la possente immagine di un promontorio in lontananza sul quale si erge una struttura che, a giudicare dall’ambientazione sottostante, potrebbe essere un faro. In mezzo alle dune si scorge una figura antropomorfa intenta a dirigersi proprio verso quello che abbiamo presunto essere un faro. Invece, sulla bella copertina di “monstrum” vediamo un’altra figura che si avvicina ad una soglia illuminata mentre mani fantasmagoriche cercano di attrarla a sé. Che forse lo stremato viaggiatore di “oltremare” abbia raggiunto la sua meta? E ora il “Mostro”, audace e caparbio che è in lui, dove vuole accedere? Cosa si nasconde dietro quella porta così luminosa? Lo scopriremo forse con il prossimo album? Domande, troppe domande. Eppure, almeno una risposta Il Giardino degli Specchi è stato capace di darcela: si può comunicare l’immensità del sentire, senza necessità di usare parole. Splendido.



