LUSTRE – A Thirst For Summer Rain

Titolo: A Thirst For Summer Rain
Autore: Lustre
Nazione: Svezia
Genere: Atmospheric Black Metal
Anno: 2022
Etichetta: Nordvis Production

Formazione:

Nachtzeit: tutti gli strumenti


Tracce:
  1. Quiescence     08:39
  2. Faith                08:12
  3. Thirst              08:26
  4. Alleviation      08:17

Voto del redattore HMW: 4,5/10
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Ad agosto di quest’anno (per Nordvis Production) i (il) Lustre sono usciti con il loro ottavo disco sulla lunga distanza (non contando split ed EP) e ammetto che siano uno di quei gruppi cui ho sempre dato un ascolto distratto.
In quest’ultimo periodo però la proposta dei nostri, che è il più classico degli atmospheric black metal, mi ha stuzzicato. Complice anche una copertina che stona con la classica iconografia depressiva e nera come la pece. Con un bel dipinto e un getto di pioggia incombente (ma benevolo) sulla terra assetata, che sembra quasi dare una sorta di speranza.

Con queste premesse, ho ascoltato più e più volte questo A Thirst For Summer Rain che, di fatto, consta di (ben!) quattro pezzi da otto minuti e rotti l’uno.

Anche in questo caso potrei contravvenire ai miei principi e fare una recensione track by track, ma francamente non se ne avverte l’esigenza.

Purtroppo, nonostante fossi partito molto ben disposto e con aspettative notevoli, dopo aver ascoltato il primo brano potrei tranquillamente passare oltre.

“Quiescence” è un pezzo che basa tutto il suo sviluppo su due giri portanti, entrambi di tastiera, ripetuti all’infinito. Per quattro minuti il primo e per poco meno il secondo, dato che il finale si perde nel silenzio. Il tutto contornato da una batteria che definire scolastica è poco e da chitarre che fungono da mero tappeto di accompagnamento. Due pezzi su quattro hanno anche delle voci, in scream, che sono talmente indietro nel mix da sentirsi a malapena quando ci sono. Del testo non posso dirvi alcunché.
E fondamentalmente questo è quanto.
Pur facendo qualche piccolo accorgimento a livello di arrangiamenti nel corso dei singoli brani, gli elementi riportati sopra sono quelli impiegati con, direi, poca fantasia per tutta la durata del lavoro. A stampino, per le tre tracce successive.

Per carità, le sonorità e le melodie che ne escono sono anche carine. Sognanti, fanno pensare a paesaggi incontaminati, stile Nuova Zelanda, dove poter cavalcare il proprio destriero (o qualche mitico animale alato) e farsi baciare dal vento. Ma c’è veramente poco altro.

A livello compositivo, di arrangiamenti, di soluzioni melodiche e quant’altro, è un disco decisamente povero e che ha il suo punto forte nelle atmosfere che crea.
Dal mio personale punto di vista, un po’ pochino da un artista che è giunto all’ottavo album in carriera e che si è comunque creato un nome nella scena mondiale.

Se solo penso che poche settimane fa ho recensito l’ultimo dei Woods Of Desolation, direi che il confronto è impari.
Qui trovo solo qualche giro di tastiera mutuato dai Summoning, ma scevro della vena malefica di questi ultimi, e un incedere pachidermico e costellato da melodie eteree. Troppo poco. Davvero troppo poco. La noia prende il sopravvento abbastanza rapidamente.

Ricordando che non ho elementi per valutare questo lavoro in relazione ai precedenti e limitandomi a questa uscita, è una bocciatura senza sconti.

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