RAVENLIGHT – Immemorial

Titolo: Immemorial
Autore: Ravenlight
Nazione: Irlanda Del Nord
Genere: Symphonic Metal
Anno: 2023
Etichetta: Distortion Project Records

Formazione:

Rebecca Feeney – Voce
John Connor – Chitarre, Tastiere
Michał Bugajski – Batteria
Dean Ashall-Kane – Basso


Tracce:

1. Masque Of Red Death
2. Reflections
3. The Painters Dream
4. Spirit Of Life
5. Paper Ships
6. Rain
7. The Spiral
8. Left Behind
9. The Maze
10. Springtime Lament


Voto del redattore HMW: 5,5/10
Voto dei lettori: 9.0/10
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Il power metal, come moltissimi altri generi musicali, è predisposto a tutta una serie di possibili derivazioni sonore. Da quella più sinfonica, talvolta anche cupa, a quella più energica.
Non esistono vere e proprie regole sebbene nel giudicare un’opera spesso si parli di “coerenza” e di “gusto”, due aspetti sicuramente soggettivi ma che alla fine fanno la differenza tra un prodotto che si riascolta con piacere rispetto ad uno meno capace di esaltare l’ascoltatore. Nel caso di Immemorial, l’ultima fatica dei Ravenlight, ci troviamo di fronte alla ricerca del difficile compromesso tra la vocalità delicata, in realtà mai davvero potente e decisa, ed una parte strumentale invece maggiormente incisiva.

Il disco si apre con brani energici sebbene non particolarmente originali, come “Masque Of Red Death” e “Reflections”.
In “Spirit Of Life” la sezione ritmica guidata da Michał Bugajski dona quel leggero controtempo a rendere il brano più interessante: una minima variazione al consueto 4/4 che contribuisce a rendere il brano meno prevedibile. Una soluzione molto intelligente che sarà infatti adottata anche nella successiva “Paper Ships”. Delle successive composizioni possiamo apprezzare l’uso delle tastiere di John Connor (anche chitarrista) su “Rain” e “Left Behind”, che rappresenta probabilmente la canzone meglio riuscita dell’intero album.

Sui brani finali ci rendiamo conto che, sebbene l’intera opera sia caratterizzata da soluzioni sinfoniche decise e sufficientemente incisive, la soave vocalità della cantante Rebecca Feeney contribuisce ad ammorbidire il suono generale delle composizioni che, in effetti, in alcuni casi perdono un po’ del mordente che le contraddistingueva. Si tratta senz’altro di una scelta, non meno opinabile di altre, ma senza troppi dubbi è possibile affermare che al temine dell’ultima “Springtime Lament”, pur coerente e godibile, è oramai chiaro che all’opera manca qualcosa per un vero e proprio salto di qualità.

I testi sono comunque scritti bene e ben si legano con le linee melodiche realizzate nei brani, ma non entusiasmano mai particolarmente e forse è proprio questo ad essere al centro di tutto. Nessun picco qualitativo e anche dopo successivi ascolti purtroppo il disco non sorprende né colpisce l’ascoltatore a sufficienza.

Fermo restando la soggettività delle opinioni di chi ascolterà questa opera, mi sento di aggiungere che questa probabilmente riscuoterà maggiore successo presso gli amanti di un certo tipo di metal più sinfonico ed evidentemente edulcorato e misurato, rispetto a coloro che desiderano essere aggrediti dall’energia di un suono distorto, estremo e maggiormente deciso.

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