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Mi duole pubblicare solamente ora – a più di due mesi e mezzo dalla sua uscita – la recensione di ‘Diversum’, il terzo studio album dalla riesumazione degli In The Woods… (il sesto complessivo). Dal punto di vista musicale, quello ri-cominciato nel 2014 è a tutti gli effetti un nuovo corso per il gruppo norvegese, anche se il reunion album Pure (2016) vedeva ancora in formazione tre elementi storici della formazione storica. Dal successivo Seize The Day invece, l’unico musicista rimasto della prima era del gruppo è il batterista Kobro, che era solo un turnista ai tempi dell’indimenticabile debutto Heart Of The Ages.
Fa strano che con Diversum i “nuovi” In The Woods… abbiano già eguagliato il numero dei dischi in studio della prima incarnazione della band, anche se è innegabile – quanto ovvio – che con questi tre lavori più recenti non abbiano avuto un effetto minimamente paragonabile sulla scena musicale (in particolare se si pensa ai primi due dischi). E probabilmente non avrebbero mai potuto averlo. Alla metà degli anni ’90, in una scena che era già stata scossa dal fermento creativo dei gruppi più sperimentali – e non solo in ambito estremo – gli In The Woods… erano considerati degli innovatori, tra le formazioni in grado di spostare un po’ più in là i confini della musica estrema.
Lo avevano fatto già con il citato esordio discografico, un disco dal sound più unico che raro, che faceva convivere passaggi di black metal norvegese con la melodia delle voci pulite, che inseriva atmosfere suggestive arricchendole di momenti psichedelici e progressive sviluppati poi all’ennesima potenza nel successivo lavoro, il capolavoro “Omnio”, più pulito nei suoni e ancor più ispirato dal punto di vista compositivo. Quegli In The Woods…, al di là della capacità di emozionare che la loro musica sprigionava, avevano una caratteristica che li rendeva subito ancor più speciali: nessun altro gruppo suonava esattamente come loro. Dal ritorno, la formazione non ha nemmeno provato a proporre qualcosa di veramente innovativo, consapevole dell’impossibilità di riuscirci in un panorama musicale che ha già sentito di tutto ed è sempre più saturo di uscite. Da un certo punto di vista, sarebbe stato più scaltro e opportunistico – in un’epoca come la nostra in cui il revival funziona ancora piuttosto bene – proporre sonorità tra il primo e il secondo disco o una loro chiara evoluzione, ma questi In The Woods… hanno sempre manifestato l’intenzione di presentarsi forti solo delle proprie differenti idee. O quasi, la cosa curiosa infatti è che “Diversum” suoni più affine ai momenti più atmosferici prodotti nell’ultimo ventennio dagli Enslaved più melodici – cantato pulito compreso – che non in linea con i classici già citati (senza dimenticare la bontà di un lavoro come “Strange In Stereo”, anche se la carica di innovazione si era ridotta). Parlando di cantato, la formazione ora sfoggia un nuovo cantante , Bernt Fjellestad, che ha preso il posto dell’inglese Mr. Fog (James Fogarty) ascoltato nei due precedenti lavori ed è cambiata totalmente anche da “Pure”, ad eccezione di Kobro.
Il nuovo arrivato dietro al microfono ha decisamente talento dal punto di vista tecnico, anche se non è in possesso di una timbrica che definirei magnetica . Per l’ampia gamma vocale il nuovo cantante potrebbe addirittura ricordare ICS Vortex degli Arcturus, in sostanza il suo operato risulta più musicale e meno doom di quello di chi lo ha preceduto. Parlando di doom, Diversum lo è meno di “Pure” mentre le differenze non sono così marcate nei confronti di Seize The Day, una conseguenza inevitabile visto che la formazione, voce a parte, è rimasta la stessa di quel disco con l’aggiunta di un nuovo bassista/tastierista. Diversum viene battezzato dall’accessibile opener “The Coward’s Way”, molto melodica e al limite un po’ sognante ma non struggente o tantomeno sorprendente. “Moments” si poggia su tramme chitarristiche gothic metal sulle quali il nuovo vocalist può sfoggiare una tecnica perfetta nelle parti vocali pulite, ma la sensazione espressa nelle parti più dure è più coinvolgente. “We Sinful Converge” non contiene particolari sussulti dal punto di vista musicale – almeno fino alla bella sezione strumentale – ma Bernt ci fa apprezzare un altro lato della sua vocalità, una voce più profonda e meno tecnica ma più in grado di sprigionare quelle magiche emozioni di un tempo. Ricordando un bel gioco dell’infanzia di molti bambini – pre-internet – esclamerei: “fuochino”.
La pesantezza metallica di “The Malevolent God” mostra un minaccioso e piacevole sentimento vecchia scuola, la coda di “A Wonderful Crisis” aumenta un po’ il ritmo riportando in auge le melodie immediate che sono il cuore di questa versione degli In The Woods… e infatti sono la chiave anche di “The Master Of None”. L’opera si chiude con la pregevole “Your Dark”, che recupera un po’ di psichedelia sul finale, una composizione che potrebbe essere all’altezza di finire anche nei recenti lavori degli Amorphis. Il problema di fondo di Diversum è più di chi, come il sottoscritto (e altri appassionati), nutre ancora – almeno in qualche angolo della mente – delle aspettative di ascoltare dagli In The Woods… atmosfere magiche reminiscenti dei primi due album di una formazione che ora ha un’impostazione musicale differente ma che continua a pubblicare musica di valore.
Sbagliamo noi o sbagliano loro? Non sbaglia nessuno, c’est la vie, che è fatta pure di ricordi ed emozioni che sedimentano fino a lasciare una traccia incancellabile, anche se tra te e te ti dici: “fai la cosa giusta”, e vorresti dare una chance a un gruppo interessante, anche se non è più quello di una volta.



