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DOSGAMOS
Dopo la recensione dell’ultima fatica dei Dosgamos (che trovate qui) ho voluto conoscere il gruppo più a fondo, in quanto il loro progetto mi ha incuriosito fin dal primo ascolto e volevo saperne di più. Eccone il risultato.

Come è nato il vostro gruppo e come avete scelto il nome?
Ci siamo sentiti in connessione sin da subito. Tutto è nato da un’idea di Michele, il cantante. Inizialmente ha proposto il progetto a Giuseppe (batteria) e Giulio (basso), con i quali aveva già avuto a che fare in passato. L’idea è piaciuta ad entrambi e, unitisi ad un chitarrista di loro conoscenza, hanno iniziato a provare assieme. Quest’ultimo ha poi lasciato e Michele, cercando un altro chitarrista, ha trovato per caso un video di Vincenzo su internet. Di lì a poco si è cominciato a lavorare su qualche idea già presente sul nuovo materiale. La simpatia all’interno del gruppo cresce sempre più. Il nome Dosgamos significa “due boccate”: è una sorta di modo di dire della città da cui proviene Michele. Ogni volta che è con gli amici e vede qualcuno che fuma una sigaretta chiede sempre di lasciargli “do (due) sgami (tiri)”, quindi la gente ha iniziato a prenderlo in giro chiamandolo Dosgamos. Ha pensato poi di chiamare così anche il gruppo: nonostante la storia bizzarra ci è sembrata una buona idea.
Quali sono le vostre principali influenze musicali?
È difficile trovare delle influenze specifiche. L’idea alla base del progetto Dosgamos è quella di portare ognuno le proprie influenze personali e metterle al servizio del lavoro comune. Facendo riferimento alle sonorità di Wrapped Renaissance, potremmo indicare Machine Head e Slipknot ma fermarsi a ciò sarebbe riduttivo. Ascoltando in maniera attenta le nostre canzoni ed i singoli strumenti si possono trovare le più disparate influenze.
Come descrivereste il vostro suono e lo stile?
Cerchiamo di mantenere una sonorità moderna e potente, soprattutto per gli strumenti a corda, stando però attenti a non cadere nell’eccesso di suoni che diano l’idea di un ambiente troppo digitale. Il lavoro in studio è stato fondamentale: la batteria in particolare ha richiesto molto tempo per suonare precisa e possente, mantenendo però un anima realistica e vecchia, se così può dirsi. Per quanto riguarda lo stile, troviamo difficile incastrarci in qualcosa di ben preciso e definito. Abbiamo messo insieme tante cose diverse, all’apparenza incompatibili e fuori dalla prassi compositiva maggiormente utilizzata. Alla luce di ciò e senza voler peccare di supponenza o inutile vanità, ci sentiamo a nostro agio e sinceri a definire il nostro stile come lo “stile Dosgamos”.

Qual è stato il vostro brano preferito da registrare finora e perché?
I nostri preferiti sono stati il brano di apertura “Frosty Soil” e quello di chiusura “Beware Of Me”. Il primo perché è stato l’inizio del vero lavoro e l’ultimo perché ha rappresentato la concretizzazione di tutto ciò che abbiamo fatto fino ad allora. Nei giorni in studio eravamo sempre più entusiasti e, a mano a mano che si andava avanti, ogni traccia diventava sempre più divertente da registrare. Tanto da non farci sentire alcun tipo di stanchezza o perdita di concentrazione. Inoltre i ragazzi dell’Audiocore Studio sono fenomenali ed è piacevole passare del tempo con loro; niente boria da megaproduttoregalattico o cose così, solo passione, consigli saggi ed utili, e tante risate tra un rec e uno stop.
Quali sono i vostri prossimi progetti e cosa ci dobbiamo aspettare dalla formazione nel prossimo futuro?
In questo momento stiamo lavorando molto sulla promozione – grazie alla splendida guida di Davide della The Metallist –, al merchandise e all’organizzazione di futuri concerti. Abbiamo in mente alcune idee per dei pezzi nuovi ai quali stiamo dedicando tempo in sala prove. Quando avremo completato questo processo, torneremo in studio per partorire un altro lavoro.
Avete in previsione una tournée di promozione al disco? Anche all’estero?
Ci stiamo adoperando per delle date a fine estate e autunno. Abbiamo in cantiere una data con un paio di gruppi italiani che troviamo fantastici, ma per adesso è tutto in fase organizzativa e soprattutto top secret, eheheh! Ci siamo appena formati e abbiamo un solo album, crediamo perciò che sia saggio cercare di farsi strada a piccoli passi, prima in Italia, per poi spingere per approdare all’estero. Il desiderio è incredibilmente forte. Vorremmo tutto e subito, ma è necessario rimanere coi piedi per terra e muoversi con umiltà e oculatezza.
Qual è il significato dietro alla copertina del vostro album?
L’idea grafica e lo sviluppo principale di essa è stato totalmente affidato a Giuseppe dopo aver messo sul tavolo le intenzioni che ognuno di noi aveva messo nella musica. Ogni immagine rappresenta una parte di ciò. Giuseppe è molto attivo nella salvaguardia animale e la proposta di inserire delle semplici radiografie ci è sembrata un’idea davvero funzionale, dopo un iniziale ed enorme punto di domanda stampato sulle nostre facce e diversi scambi di opinione. Scheletri di esseri viventi che vengono spogliati di ogni cosa senza che lo vogliano, lo sfondo sempre bianco o grigio lungo tutto il libretto e tutte le altre immagini rispecchiano fedelmente tutti i concetti espressi nei testi delle canzoni. Il contributo di Milarevan infine è stato importantissimo per dare uniformità a tutti i contenuti grafici.
Come avete deciso quale canzone sarebbe stata il primo singolo?
Abbiamo deciso senza troppe congetture. Ci siamo confrontati su quale pezzo sentivamo più rappresentativo sia a livello di sentire personale sia a livello stilistico, e in poco tempo ci siamo trovati naturalmente d’accordo sul fatto che “Odyssey” avrebbe avuto tutte le carte in regola per aprire la strada.
Come avete lavorato insieme per creare nuove canzoni?
Per la maggior parte siamo partiti sempre da piccole cellule ritmiche o armoniche o da semplici giri. A mano a mano che cercavamo di farli funzionare al meglio, unendo lo stile e le influenze di ognuno di noi, nascevano sempre nuove idee. Alcune funzionavano assieme, altre no. Ma diventavano poi punti di partenza o parte integrante di altri brani.
Cosa pensate dell’attuale scena musicale nel genere groove metal? E in che condizioni è la scena metal a Parma?
La scena metal a Parma, così come in tutto il resto dello stivale, pullula di gruppi incredibili che farebbero invidia alle stelle più blasonate del metal. Parallelamente però ci sono davvero tante difficoltà: i posti in cui si suona dal vivo continuano a diminuire e quelli che tengono duro fanno fatica a star su. Per non parlare di molti personaggi che per interessi personali fanno solo danni. Anche i costi generali che aumentano mettono in difficoltà le persone che avrebbero sicuramente piacere di comprare un articolo in più ai banchetti dei gruppi (supportandoli così anche materialmente). Tutto ciò si mescola con la negatività generale che attanaglia molti musicisti e a volte purtroppo con un senso di rassegnazione. È un gran peccato perché tanti gruppi potrebbero fare grandi cose.
Avete da raccontare degli episodi dove tutto sembrava andare per il peggio durante un concerto, una registrazione o altro?
Il momento più impegnativo è stato senz’altro l’arrivo del fermo pandemico: essendo stato un evento del tutto inaspettato, sconosciuto per la nostra generazione e psicologicamente pesante, ha fatto subito affacciare nella nostra mente l’idea del “basta, non riusciremo a farne un bel nulla”. Questa sensazione, fortunatamente, è durata poco. Abbiamo cominciato a sentirci telefonicamente o a video, comportandoci come se la cosa non stesse accadendo, con ancora più rabbia e determinazione. Abbiamo usato la pausa forzata per affinare tante cose e, nonappena è stato possibile, ci siamo precipitati in studio.
Qual è stato il momento più emozionante della vostra carriera finora e perché?
La nostra carriera è agli esordi ed ovviamente non abbiamo accumulato ancora tante esperienze insieme. Ad ora, il momento più emozionante è stato quello in cui Luca Cocconi (dell’Audiocore) ci ha consegnato il master di Wrapped Renaissance. Può sembrare una cosa sciocca ma in quel periodo è stato un traguardo non da poco!
Ringrazio tutti i membri della partecipazione e mi auguro che abbia fatto loro piacere concedersi per quest’intervista!



