HANGING GARDEN – The Garden

Titolo: The Garden
Autore: Hanging Garden
Nazione: Finlandia
Genere: Melodic Doom, Gothic Metal
Anno: 2023
Etichetta: Agonia Records

Formazione:

Mikko Kolari: Chitarre
Jussi Hämäläinen: Chitarre, Voce (Cori)
Nino Hynninen: Tastiere, Piano
Antti Ruokola: Batteria
Toni Hatakka: Voce
Jussi Kirves: Basso
Riikka Hatakka: Voce (femminile)


Tracce:
  1. The Garden                         06:37
  2. The Four Winds                04:03
  3. The Construct                    03:33
  4. The Song Of Spring          05:21
  5. The Fire At First Dawn    04:28
  6. The Nightfall                      03:53
  7. The Stolen Fire                  05:05
  8. The Journey                       04:31
  9. The Derelict Bay                02:12
  10. The Fireside                       03:43
  11. The Resolute                      04:59

Voto del redattore HMW: 7/10

Visualizzazioni post:536

Già da diversi anni, gli Hanging Garden sono un gruppo che campeggia sovente nei miei ascolti ricorrenti.

E proprio per questo motivo la gestazione della recensione di questo The Garden è stata più tribolata del normale.

Sin dal secondo lavoro, TEOTWAWKI, il nucleo della formazione finlandese è rimasto lo stesso, con i due chitarristi e il tastierista sempre presenti e principali compositori, e questo ha permesso di mantenere una certa stabilità nonché intatta la spinta delle idee trasformate in musica dai nostri.

Tralasciando i singoli, per quanto riguarda gli LP il gruppo ha sempre avuto il merito di produrre lavori che avessero un livello qualitativo notevole, senza particolari bassi. Purtroppo, però, senza nemmeno sfornare quei picchi che passano alla storia.
Il fatto di avere sempre avuto contratti discografici con case di seconda fascia è un altro dato in qualche modo significativo (nessuna delle grandi etichette li ha mai messi sotto contratto e, non me ne vogliano, ma un motivo ci sarà pure).

In ognuno dei loro lavori ho sempre trovato degli spunti veramente interessanti e dei pezzi ben più che validi, risultando nel complesso sempre prove positive e mai banali.
Da Blackout Whiteout (2015) e il successivo I Am Become (2017), ho sempre trovato il loro stile molto particolare. Stile nel quale ne venivano ben amalgamati altri provenienti da più generi e più influenze. Trovando però sempre il bandolo della matassa e proponendo il tutto con la giusta dose di gothic, di soluzioni pop, di doom, di death (sempre più rado con il passare del tempo).

È questa una qualità interessante, perché trascende gli “inter-generi” del metal, rimanendo pur ancorati al filone doom melancolico.

L’ultimo, Skeleton Lake (2021), personalmente accolto in maniera fredda, si è però rivelato molto riuscito per un motivo semplicissimo: ogni canzone era in grado di catturare fin dal primissimo ascolto, con il riff giusto, con il ritornello perfetto, con la melodia giusta, con la tastiera sognante, con il velo di doom, con il cantato femminile.

Dopo un primo ascolto di questo The Garden ho avuto parecchi dubbi. Dovuti magari al fatto di aver ascoltato più distrattamente del solito, o magari dal non aver avuto quell’effetto di sorpresa e di soddisfazione al primo colpo, sono tornato indietro e ho voluto risentirmi i vecchi lavori.
Perché ci sono delle volte in cui è indispensabile collocare un disco rispetto all’evoluzione in corso e altre volte in cui si sente meno questa esigenza.

Sono quindi ritornato sull’ultima fatica degli Hanging Garden e ho dovuto ascoltarla e riascoltarla, e poi riascoltarla ancora per rendermi conto che è un lavoro veramente solido e riuscito.

Anche in questo caso il gruppo propone, canzone dopo canzone, le giuste melodie, il soluzioni armoniche e di arrangiamento ottime, durezza dove serve, il growl dosato sapientemente.
Troveremo quindi “The Nightfall” come uno dei pezzi più brevi ma anche tra i più riusciti, cattivo e diretto. La traccia d’apertura con il suo incedere molto à la Swallow The Sun, la successiva “The Four Winds” con un ritornello assolutamente impagabile, la calibrata “The Fireside”, e anche un intermezzo come “The Derelict Bay” riesce a coinvolgere.
È evidente una ricerca di un approccio un po’ più aperto, più arioso e più, di fatto, leggero. A volte addirittura un po’ troppo in là, ma rimanendo sul filo del trascendere e senza nessun passaggio realisticamente a vuoto. Di sicuro c’è che i nostri hanno la forma canzone e la ricerca della traccia lineare e immediata come spiccati obiettivi.

Il tutto pervaso da un senso di positiva tristezza, come dalle parole del cantante Toni Hatakka, un velo di speranza in contrasto con la disperazione tipica attraversa i testi (in cui il tema del sogno è molto forte) e le melodie. Per descrivere un mondo in cui il mondo è arrivato alla fine e l’uomo combatte per mantenersi vivo, spiritualmente ancor più che fisicamente.

Le tracce scorrono molto bene e, magari senza ritrovarsi a non aver gridato al miracolo per nessuna canzone del lotto, saremo comunque molto soddisfatti del viaggio che ci hanno fatto vivere gli Hanging Garden.
Probabilmente non saranno mai degli innovatori o i primi della classe, e in questo risiede l’unico punto debole (dell’intera carriera, non soltanto di questo The Garden), ma bisogna dare atto a questi ragazzi di sapere decisamente bene come comporre delle gran belle canzoni.

Se però la speranza e lo spiraglio di luce ancora non fanno capolino nei vostri sentimenti, passate oltre.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.