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In questa caldissima estate la devastazione finale viene portata da Memento Mori, quindicesimo album in studio della corazzata svedese Marduk, garanzia di brutalità black metal pubblicata da Century Media.
Le immagini promozionali vedono la presenza di Simon Schilling alla batteria, Mortuus (Daniel Rostén) alla voce e il capofila storico Morgan Håkansson alla chitarra, confermando il licenziamento del bassista Joel Lindholm avvenuto nel tour di maggio 2023 a causa di suoi comportamenti poco professionali e del saluto nazista effettuato sul palco.
Leviamoci subito il dente: per i fan di vecchia data lo spartiacque è fra lo storico cantante Legion e Mortuus, ma dopo venti anni di attività si può dire che ormai Mortuus è un caposaldo della discografia black metal di sempre, grazie a performance violentissime e graffianti sia in studio che in sede live (scrivo con cognizione di causa, seguendo i Marduk da 25 anni – ndr).
Detto ciò questo Memento Mori, seguito del discreto Viktoria del 2018, lascia pochissimi attimi di respiro riprendendo in parte lo stile più canonicamente black metal della vecchia scuola. L’esempio è proprio la traccia di apertura che intitola l’album, in cui il blast beat disumano governa le parti lanciate, ma riesce anche a lasciare spazio a brevi tratti di atmosfera cupa e più gelida, sul riffing di chitarra tipico di Morgan.
Rispetto ad alcuni ottimi album degli ultimi due decenni, come ROM 5:12 o Frontschwein la scrittura delle canzoni diventa più omogenea e diretta, ne è un esempio “Heart Of The Funeral”, quasi un manifesto di come fare black metal senza metterci dei blast beat costanti.
Venire smentiti in sede di recensione nell’arco di un paragrafo è un’impresa: “Blood Of The Funeral” non dà respiro, quasi quattro minuti di violenza sonora inaudita che solo i Marduk e pochi altri sanno riversare nel black metal. Chitarre taglienti sul drumming forsennato chiudono nella successiva “Shovel Beast Sceptre” con una litania vocale inquietante che sfocia inizialmente in un tempo rallentato cupo e funereo. Questa coppia di canzoni può essere definita come il manifesto black metal della formazione svedese, racchiudendo tutto ciò che ne è l’essenza sinistra e brutale.
Si evince come il satanismo tout court di fine secolo sia ormai accantonato in favore di tematiche oscure legate alla morte e alla sua filosofia, tanto cara a Morgan.
Proseguendo lungo la scaletta “Charlatan” richiama qualche ricordo dei primi lavori degli anni novanta, in particolare “Those Of The Unlight”, sebbene gli elementi più moderni si incastrino alla perfezione. Anche il basso qui ha un ruolo portante non solo a supporto della chitarra, ma anzi prende il sopravvento tessendo le melodie costruite sui riff. Sfuriata finale imprescindibile che porta a “Coffin Carol”.
Qui invece i richiami a “World Funeral” sono palesi sia nella stesura della canzone che nella ritmica del fraseggio vocale, tutto sempre incentrato su un blast beat costante e preciso.
“Funeral hunger meets funeral thirst
The fruit of the grave is aglow
Tomb-flower honey, sap from a blooming hearse
Sweet nectar of death in me flows”
Incipit perfetto di una canzone che dal vivo nel prossimo tour sarà un massacro fra la folla.
Black Metal più vecchia scuola per “Marching Bones” con tempi sì veloci ma mutuati dalla scuola thrash punk della prima ora alternati a un buon lavoro di doppia cassa, segnando un lavoro ritmico più dinamico rispetto alla brutalità costante che comunque ritorna negli ultimi vagiti della traccia.
Il testo di “Year Of The Maggot” ci aiuta a comprendere perlomeno l’argomento trattato:
“The king is dead!
Long live the queen of fools
From sweet to bitter
In the year of the maggot, 1632”
ovvero la successione fra Gustavus Adolphus re di Svezia, morto appunto nel 1632 e la regina Christina e la successiva morte della sovrana. Non vedono di buon occhio quel periodo storico della loro nazione i membri della band a quanto pare, dedicandogli una canzone (di nuovo) aggressiva e devastante.
“Red Tree Of Blood” risulta quasi ripetitiva a causa della ritmicità della voce ed è l’ennesima sfuriata black al fulmicotone, ma rispetto ad altre bordate del disco passa in sordina.
Discorso diverso per “As We Are”, posta a chiusura del disco, che sembra una marcia funebre lenta e pesante con un buon lavoro in fase solista di Morgan che dona varietà alle sonorità di tutto il lavoro, mentre Mortuus ci invita a seguire la loro filosofia contro i sermoni di rinascita lanciati da un clero in decomposizione:
“As you are… we once were
As we are… so shall you be!”
Nel finale della canzone si può sentire anche la voce del compianto L.G. Petrov, storico cantante degli Entombed.
La produzione del disco è ottima, riesce a dare il graffio della vecchia scuola senza perdere di definizione, facendo risultare tutti gli strumenti chiari e comprensibili ma con quel senso di grezzo e marcio che vuole il genere. Devo Andersson nei suoi Endarker Studio ha fatto un lavoro eccelso.
Lasciatevi portare nello sporco sottosuolo del black metal in questa parte finale dell’estate, “Memento Mori” dei Marduk è il disco che ci voleva.



