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Premessa: negli ultimi anni sono aumentate in modo esagerato le pubblicazioni musicali (in ogni settore). Solo nel genere heavy, che include una miriade di
sottogeneri ed un quantità esagerata di gruppi underground, sono decine di migliaia i demo, gli EP, gli album… Impossibile seguire tutto? Certo, soprattutto se ci si allontana dai gruppi TOP e si scende verso l’oscurità. Ci sono artisti validi che passano in secondo piano e potevamo noi forse dimenticarli? NO!
Da qui la necessità di creare una serie di articoli/pubblicazioni oltre la classica recensione, che prevede ascolti e tempi di realizzazione più lunghi. Una sorta di breve presentazione di artisti ed uscite, come una volta si poteva trovare sulle riviste di settore.
Ricordatevi di ascoltare il nostro Dottore. Benvenuti a Pillole D’Acciaio!!!
LUKE FORTINI – TECHNICAL SUPREMACY (Lion Music)
Sbrodolamento egotista, provino di talento o semplice raccolta di hard rock / heavy metal neo-classico strumentale? Technical Supremacy (appunto…) è un po’ di tutto ciò. Pezzi sconclusionati e senza reale costrutto (soprattutto “Serial Killer” e “Technical Supremacy”), si affiancano a sortite invece valide (“Revenge”, “Il Diavolo”, “Opus Omnia”) ed altre a cui piace uscire dal seminato (penso alla base blues di “Walking On The Bridge” e alla tranquilla “A Different Way”, l’unica con una batteria acustica). Il problema sembra essere il ricorso a scale fulminee a tutti i costi, l’inerpicarsi verso l’impossibile per poi discendere ed azzardare impalcature melodiche che solo a volte risultano anche eufoniche. Da apprezzare e premiare l’approccio verace e genuino. Se credete che faccia al caso vostro, sappiate che Fortini è al proprio sesto sforzo solista ed ha attualmente in essere gli Hyperion e gli Imago Imperii. (ZZ)
BARBARIC HORDE – PERPETRATORS OF IMPURITY (Godz Ov War)
Pillola grezza e poco digeribile, estrema e minimale, la collezione in esame, avvolta nel rosso trasparente di una classica custodia polìmera, raduna Gasmask Perpetrators (febbraio 2016) e Tainted Impurity (agosto 2017) – vale a dire gli unici due nastri licenziati ad oggi dalla coppia di barbari lusitani. Non sono note interazioni contestuali a trattamenti con thrash/death metal primordiale à la Archgoat, primi Beherit e cricche di simil fatta; se non di simil fatti. Trovate Bestial Devastation esageratamente elaborato? Endless Pain vi risulta quasi chic (che fossero loro i due cafoni ritardatari alla cena di gala dell’azionista maggioritaria della Megaditta?)? Se la risposta è sì ad entrambe e se vi si accende un ghigno in volto ogni qualvolta maschere antigas e cartucciere entrano nella vostra orbita, Perpetrators Of Impurity è a pochi soli clic di distanza. Uscito il sei di marzo di quest’anno, l’album conta dieci brani e circa trentacinque minuti di musica. Avalla la Godz Ov War. (ZZ)
NITA STRAUSS – THE CALL OF THE VOID (Sumerian Records)
Nita non ha certo bisogno di presentazioni: la chitarrista di Alice Cooper torna nei nostri stereo con un disco solista fresco, ben scritto e ben registrato. La particolarità, per essere un disco di una chitarrista, è che molte delle tracce presenti sono cantate da ospiti di grande livello (Alissa White-Gluz, Anders Fridén e Alice Cooper): il risultato è un disco gradevole, con un mood molto variabile che ben si adatta alle ugole dei cantanti e che non stanca l’ascoltatore. Come detto ho apprezzato molto di più i brani cantati rispetto a quelli strumentali, questi ultimi infatti sono sì buoni ma non eccessivamente trascinanti. In definitiva un buon disco per Nita, che dimostra ancora una volta di avere ottime doti tecniche e buone capacità compositive. (Fabio Rancati)
THE ANCHORET – IT ALL BEGAN WITH LONELINESS (Willowtip Records)
Diventa davvero difficile nel 2023 riuscire a produrre della musica progressiva? Riuscire nell’impresa di stupire con qualcosa che non sia già inciso su qualche disco dal ’70 ad oggi? Il progetto The Anchoret nasce per questo, per “combinare la sensibilità del prog rock con l’energia del metal moderno”, e dopo qualche ascolto non ci sono dubbi: impresa riuscita. Un insieme di passaggi morbidi tipici del prog d’annata mescolati con tratti che potrebbero trovarsi bene in un disco prog-death metal; molte molte (troppe?) parti di sax, per dare un tocco retrò e scaldare i brani e stacchi dal jazz alla fusion. Dall’aggressività di “A Dead Man” (ci sento qualcosa degli Opeth in effetti) alla lunga e splendida “Until The Sun Illuminates”, l’altra prog-metal “Buried” e il dolce piano di “Stay”. Un disco che suona bene, che ha brani complicati non per forza dimenticandosi che creare canzoni è la cosa fondamentale, dei musicisti spettacolari ed una grafica decisamente interessante: ci sono tutti gli elementi per indicare questo gruppo tra quelli che faranno strada. (Lele Triton)
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