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Recensione scritta da Fabio Perf.
Tornano gli americani Ironflame con il loro quinto album su lunga durata, intitolato Kingdom Torn Asunder.
Concepiti dal volere del cantante e polistrumentista Andrew D’Cagna, il progetto nasce inizialmente come one-man-band e, benché sia ancora D’Cagna ad occuparsi di tutto il processo compositivo ed esecutivo (tranne che dei solo di chitarra), gli Ironflame possono considerarsi a tutti gli effetti un vero e proprio gruppo, attualmente composto da cinque musicisti.
Lo stile dei Nostri può essere facilmente inquadrato in un metal classico e tradizionale che talvolta sfocia sia nel Classic Metal che nel Power. Di conseguenza, questo Kingdom Torn Asunder è la naturale continuazione del precedente Where Madness Dwells (2022).
Come detto poc’anzi, il suono degli Ironflame non è cambiato e l’arma vincente del quintetto di Cleveland è proprio la cura e la ricerca della melodia: dalle armonizzazioni delle chitarre, alla bella voce di D’Cagna, che non forza mai su note altissime ma mantiene un gusto che evidenzia la sua passione per le voci pulite à-la Kiske; il tutto condito da ritmi galoppanti e una struttura dei brani decisamente metallica. I testi vanno chiaramente a pescare dall’ampio immaginario fantasy.
Tutti i dieci brani dell’album (8 più 2 bonus per l’edizione CD) mantengono più o meno queste coordinate, risultando freschi e di facile ascolto.
Canzoni come “Soul Survivors” sono il manifesto del suono degli Ironflame, grazie ad un incedere metallico, supportato dalle armonizzazioni delle chitarre gemelle. La voce pulita, il coro epico del pezzo, possono ricordare i primissimi Nocturnal Rites, che riuscivano ad essere totalmente Metal ma con un occhio di riguardo per la parte melodica.
La batteria non raggiunge mai velocità vertiginose, anzi, mantiene quasi sempre un incedere cadenzato, in cui si calano alla perfezione i riff metallici dei chitarristi. “Majesty Of Steel” è perfetta col suo coro ben concepito e di facile assimilazione ma non mancano momenti più rocciosi, come la galoppante “Mistress Of Desire” né episodi più epici, come in “Sword Of A Thousand Truths”, autentico inno metallico di manowariana memoria.
“Exile Of The Sun” è invece un pezzo più lento e sofferto che ancora una volta mostra una certa epicità nel coro ma anche nella parte solista delle chitarre: molto riuscito e sentito l’assolo finale.
“Kingdom Torn Asunder” è quindi un disco che non presenta novità di rilievo né pretende di farlo. È un disco dannatamente Metal che farà la gioia di chi ama le sonorità più classiche accostate a una certa cura per la melodia, sia per quel che riguarda le armonizzazioni delle chitarre, sia per le parti vocali.
Ascolto consigliato.



