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Pillole d’Acciaio, edizione 2025. La redazione di Heavy Metal Webzine continua nella missione di aumentare il numero di recensioni!!!
Premessa: negli ultimi anni sono aumentate in modo esagerato le pubblicazioni musicali (in ogni settore). Solo nel genere heavy, che include una miriade di
sottogeneri ed un quantità esagerata di gruppi underground, sono decine di migliaia i demo, gli EP, gli album…Impossibile seguire tutto? Certo, soprattutto se ci si allontana dai gruppi TOP e si scende verso l’oscurità. Ci sono artisti validi che passano in secondo piano e potevamo noi forse dimenticarli? NO!
Da qui la necessità di creare una serie di articoli/pubblicazioni oltre la classica recensione, che prevede ascolti e tempi di realizzazione più lunghi. Una sorta di breve presentazione di artisti ed uscite, come una volta si poteva trovare sulle riviste di settore.
Ricordatevi di ascoltare il nostro Dottore. Benvenuti a Pillole D’Acciaio!!!
Upon Stone – Dead Mother Moon (Century Media)
Gli Upon Stone fanno la loro comparsa nel panorama musicale con il loro album di debutto riprendendo le basi del melodic death metal per poi, purtroppo solo a tratti, conferire maggiore mordente e velocità grazie ai riff dei chitarristi Ronnie e Gage. Se brani come “The Lantern” e “My Destiny; A Weapon” ricalcano alcuni classici stilemi del genere, è su altri come “Dusk Sang Fairest” e “Dig Up Her Bones” che ritroviamo una maggiore sostanza ritmica che il batterista Wyatt riesce a ritagliarsi, impreziosendo alcuni passaggi. Sebbene risulti perfettamente coerente con se stesso, nel complesso il disco non riesce a colpire l’ascoltatore, riproponendo ricette già sentite e poco memorabili, all’interno delle quali anche la strumentale “The Nocturnalist” e la title-track “Dead Mother Moon” non riescono ad emergere da un suono omogeneo ma fin troppo piatto. Neanche le liriche riescono a rappresentare una vera innovazione, per quanto ci siano delle ottime idee alla base in termini di scrittura. Un esempio è senz’altro rappresentato da “Paradise Failed”, indubbiamente la scelta migliore per il featuring con Brian Fair degli Shadows Fall. Siamo sicuramente lontani dal suono dei Children Of Bodom ma tutto sommato si può e si deve incoraggiare il tentativo di spiccare sui nomi più blasonati. Con un po’ più coraggio nella sperimentazione, il quartetto di San Fernando (Los Angeles, CA) potrà sognare in grande. (Lollo Guru)
Deflag – Of Scars And Sparrows ()
Dopo il primo EP, il secondo lavoro dei Deflag, Of Scars And Sparrows lascia sicuramente un segno nell’ascoltatore ma non un vero passo in avanti rispetto al disco di debutto. Ispirato al celebre romanzo di J. Kosinski, “L’uccello dipinto” – che affronta la difficile e traumatica storia di un bambino in Polonia durante la Seconda Guerra mondiale – il lavoro musicale è un viaggio emotivo in cui l’ascoltatore è scosso nel profondo dall’inizio alla fine. La prima traccia, “Rungs”, è una bomba bipolare che assomiglia ad un vero e proprio fulmine: viene giù diritto e violento per poi mescolarsi con l’ambiente diventando quiete e generando nuova vita: un vero spettacolo. Questa dinamicità, unita alla capacità di manovrare gli strumenti come pochi, la troviamo in tutto l’EP precedente, Let Us All Unite!, ed è davvero il marchio di fabbrica più felice della band. Nei restanti pezzi del nuovo lavoro, però, non accade più in modo davvero coinvolgente, laddove a prevalere è soprattutto il ritmo incalzante, a scapito delle atmosfere. Peccato. Nel complesso, resta comunque una prova sicura di una delle migliori band hardcore italiane del momento, che ha veramente qualcosa da dire. (Ruth Maddison)
The Slime – Crab-Walk To Oblivion (Autoprodotto)
Dopo la solita trafila di demo, singoli ed EP, giunge al debutto sulla lunga distanza questo quartetto di Toronto, dedito a un potente e urticante thrash-core. I laceranti riff di Derek Jr (in forza anche nei thrasher Korrosive) creano un muro sonoro impenetrabile, sul quale si stagliano le urla di Andy e i colpi furiosi del batterista veterano Derek Slime. Undici pezzi per poco più di 15 minuti, nei quali prevale spesso la componente hard-core, tra blast-beat devastanti e testi ironici e ipercritici contro il sistema. Ottima anche la copertina a cura dell’illustratore canadese Andrew Wright, nella quale un malcapitato ragazzo viene inseguito fa un granchio gigante che gli ha appena mozzato un braccio. Nulla di nuovo sotto il sole, ma se vivete di pane e D.R.I., Gang Green, Municipal Waste e Nuclear Assault, fate vostro questo album, perché proiettili vaganti quali “Washout Revenge”, “Moving Targets” e “Orange” vi trapasseranno piacevolmente il cranio. (Luca Driol)
Thanatos – Four Decades Of Death (Agonia Records)
Quaranta anni al servizio del death metal. Gli olandesi Thanatos pubblicano per Agonia Records questa compilation, “Four Decades Of Death”, che è una celebrazione del gran lavoro fatto in una vita di sudore e palchi, di sale prove e dedizione alla causa. Dal 1986 questi ragazzi di Rotterdam hanno sfornato sette dischi, una tonnellata di EP, split, demo, e non si sono mai fermati. In questo disco troviamo registrazioni che arrivato dal passato, ma risuonate qualche anno fa: “A-Thanasia” è del 1989 e “Putrid Existence” del 1988. Ci sono poi studio demo e versioni differenti di brani già editi, riproposti con registrazione che non ha nulla da invidiare a band ben più note. Ecco, questo lavoro è una cosa buona per rivalutare e riproporre una formazione davvero valida che, nella sua esistenza, non ha riscosso il successo che merita. I Thanatos sono della vecchia scuola del death metal anni Novanta, sono grezzi e sporchi, ed come prevedibile scrivono brani che hanno lo scopo di farvi spaccare la testa e lanciarvi nel pogo più violento grazie a brani potenti e ben costruiti. Confidiamo che, dopo questo assaggio, ritornino presto con nuova musica. (Lele Triton)



