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Gli Athiria sono usciti con il loro nuovo EP Bash Of The Beast il 01/01/2025. La scelta della data mi ricorda la vecchia mossa di aspettare a immatricolare l’auto a gennaio dell’anno nuovo, “così quando la rivendo è più nuova”. Ma non è questo il caso.
Quattro pezzi per un totale di sedici minuti per il gruppo austriaco che con questo lavoro continua la propria produzione iniziata nel 2012. Formatisi l’anno prima, oltre a questo EP, hanno all’attivo tre album e il demo d’esordio. Si sono creati un certo nome all’interno della scena metal austriaca, in particolare quella death, e la loro ricerca di originalità tra melodia e death duro e puro è pienamente rappresentata in questi quattro brani. I primi due titoli sono più tranquilli mentre gli ultimi sono più aggressivi e, forse, meglio riusciti.
I lavori precedenti li ho trovati migliori e soprattutto l’ultimo album Conjure The Beast aveva idee sviluppate bene e tutto sommato anche abbastanza originali. Probabilmente il radicale cambio di formazione con tre musicisti diversi, tra cui la cantante, rispetto all’album precedente, unito al fatto, forse, di voler uscire a tutti i costi con qualcosa di fresco con i nuovi elementi, potrebbe aver influito sul risultato finale in termini di scrittura e di resa complessiva.
È un discreto lavoro che, forse, trasformato in album completo e con più tempo a disposizione per perfezionarlo, otterrebbe un risultato più soddisfacente. La copertina l’ho trovata molto bella. Una creatura ovviamente maligna, una bestia, su colori seppiati è un bel biglietto da visita per l’EP e invoglia all’ascolto (o perlomeno ha invogliato me).
La produzione è fatta bene e mi è piaciuto molto il fatto che si senta il giusto suono “grezzo” che gli Athiria vogliono mantenere.
“Bash Of The Beast” dopo una breve introduzione di chitarra l’atmosfera creata dai riff e dalla voce della cantante sono quasi “black” e devo ammettere che hanno riprodotto efficacemente la sensazione di tenebroso e fosco della bestia.
“Into The Pit” strizza l’occhio al melodic con il suo ritornello “orecchiabile” e mischia abbastanza bene la parte più brutale con la parte più leggera.
“Black Plague” è decisamente la più oscura e devo dire anche la migliore. È quella più death tra le quattro ed è quella che dovrebbero seguire come linea guida per un eventuale album.
“Slaughterhouse Dance” è quella che potrebbe diventare il loro cavallo di battaglia ai live. Energica, trascinante e da gridare insieme alla band quando si è in mezzo al pogo.
Bravi i musicisti, in particolare i due storici fondatori Andrei e Andreas. La voce di Andrea non mi ha convinto in pieno nel growl. Mentre nell’interpretazione e nelle parti più “malefiche” l’ho trovata più adeguata. Anche i nuovi Dominique e Raphael danno il loro onesto contributo con ritmiche semplici ma di buon impatto.
Alla fine si può tranquillamente dire che al termine del quarto d’ora di durata non si rimane delusi. Non è il nuovo death che salverà il pianeta, ma è ben eseguito e abbastanza scorrevole.
Diciamo che come entrèe può andare bene. Ora però aspetto il menù completo… e da loro pretendo come minimo una degustazione di qualità dall’antipasto al dolce.
E qui qualcuno dovrebbe rispondere: “Sì, chef!”



