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Unsafe Space, quando si dice non avere fretta. I Predator hanno fatto passare solo trentanove anni per dare un seguito al loro esordio Easy Prey. A sto punto facevano quaranta, cifra tonda, palla al centro e via di festeggiamenti . Ma forse per loro meglio così, perché se ci fosse stato qualche intoppo o ritardo e fossero arrivati ai quarantuno, toccava poi aspettare i cinquanta.
Diciamocelo subito, non credo che ci sia stato qualcuno ad attendere con ansia, o anche solo ad attendere, l’uscita del nuovo album. Non erano proprio una band di prima fascia allora e non lo diventeranno adesso. Però l’operazione, molto nostalgia, alla resa dei conti a qualcuno magari piacerà.
L’odore di naftalina si sente, eccome se si sente, e nonostante una produzione più che buona, Unsafe Space sembra uscito una anno dopo il primo. A me non dispiacciono assolutamente le sonorità e i richiami agli anni ottanta, ma qui siamo veramente al limite (facciamo oltre). La simpatia per Jeff Prentice è tanta, ma il tempo trascorso è troppo. Forse il treno è passato, e purtroppo per lui perso, con l’audizione fatta per Ozzy dopo la partenza di Jake E. Lee. Difficile torni con questo album.
Fedeli al passato con il loro heavy speed, i californiani Predator ci propongono undici brani per una quarantina di minuti. E per tutto il tempo ho provato una generale sensazione di stantio e di deja-vu.
Non ci sono pezzi brutti, ma neanche pezzi che possano spiccare su altri. Più o meno sono tutti sullo stesso livello. Un livello normale. Come non ci sono riempitivi, anche perché forse lo sono tutti, o no, non lo so. Non riesce proprio a prendermi, ma non riesce neanche ad annoiarmi. E non so se questo sia un bene o un male. Almeno i lavori che non mi piacciono comunque qualcosa mi lasciano, magari di negativo, ma qualcosa mi lasciano!
Temo che questo disco, dopo i vari ascolti dedicati per poterlo recensire, non lo riascolterò non perché non mi sia piaciuto, bensì perché molto più semplicemente mi dimenticherò quasi sicuramente della sua esistenza.
Lo so che può sembrare strano dopo trentanove anni, ma l’impressione finale è anche quella di un lavoro incompiuto, come se avessero avuto fretta di farlo uscire. E ho detto tutto.
Jeff alla chitarra è bravo, innegabilmente, ma alla voce sembra che non voglia spingere come dovrebbe e questo penalizza la resa finale.
Questa volta trovo superfluo recensire pezzo per pezzo o quant’altro. Il mio parere detto sopra vale per tutto l’album. Se proprio devo consigliare un brano, a questo punto dico “The Fascism Variant”, ma mi fermo lì.
Il voto è di incoraggiamento, anche se non so bene cosa dovrei incoraggiare. Ora, non so se vogliano fare uscire un altro disco, ma sinceramente credo che questo dovrebbe bastare e avanzare come ritorno sulle scene.
Tour ad oltranza con in scaletta vecchi e nuovi pezzi, banco del merchandise fatto bene … e si porta a casa la pagnotta.
Altri album, mi spiace, per me anche no.



