ALEXANDRIAN METAL ASSAULT 2025 – 10 MAGGIO – Officina Concerti Alessandria


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Invasione di metallo pesante ad Alessandria. Dovevo già partecipare all’edizione precedente, ma un imprevisto dell’ultimo minuto mi aveva impedito di presenziare. Ne avevo sentito parlare bene sia da chi c’era stato e sia dalle band che ci avevano suonato. Quindi la voglia e la curiosità di assistere a questo festival underground era tanta.

Ed eccomi finalmente al secondo appuntamento per questo “Alexandrian Metal Assault” che ha visto la partecipazione di ben sei gruppi, due in più dell’edizione precedente, provenienti dal nord Italia e desiderosi di trascorrere insieme una bella giornata di festa e di metallico ardore.

L’impressione iniziale è subito positiva. Un prezzo d’ingresso (compresa consumazione) vera

mente contenuto (e ricordiamoci che ci sono sei gruppi), uno stand per il ristoro (anche per vegani) a prezzi umani e un servizio bar con ottime birre artigianali a prezzi giusti e sostenibili per il classico metallaro perennemente assetato.

L’ Officina Concerti, location scelta per l’evento, ha una zona interna al coperto e una zona esterna dove si può chiacchierare e consumare comodamente cibi e bevande. Nella zona interna è presente uno stand di vinili e cd, il banchetto del merch delle varie band e uno stand espositivo della Inspiria Guitars che accompagnerà gli intervalli dei vari cambi palco con esibizioni chitarristiche e violinistiche dal vivo da parte degli addetti ai lavori.

Ultima, ma non ultima, la presenza di uno spazio dedicato ai tatuaggi e del quale mia moglie, visto la sua poca dedizione al metal più pesante, ha deciso di approfittare facendosene uno e facendomi venire una voglia incredibile di tatuarmi l’ennesimo, al quale ho desistito solo per poter assistere e poter così recensire tutte le esibizioni.

L’unica cosa che mi spaventava, al solito, era l’orario. L’ultimo gruppo era previsto da mezzanotte e mezza all’una e mezza. A cui dovevo personalmente aggiungere la mia ora e venti di viaggio per tornare a casa. Con il pensiero lancinante di una sveglia mattutina puntata ad un orario che definirei semplicemente “troppo presto”.

Pazienza, godiamoci il momento. Il primo gruppo è pronto. Inizia l’ “Alexandrian Metal Assault”, tutti sotto.

Gli Alltheniko provengono da Oldenico, in provincia di Vercelli. Già solo per la scelta del nome, per me sono fantastici. E comunque sono anche bravi, giusto per non dimenticarselo.

Nati nel 2002 e con alle spalle sette album, di cui l’ultimo del 2017, il loro power/speed metal è l’ideale per iniziare la manifestazione. Con una formazione stabile praticamente dagli esordi (solo il batterista è entrato due anni fa), di esperienza ne hanno a sufficienza per garantire una prova all’altezza. E infatti non si smentiscono. Sai quello che ti possono dare e loro te lo danno senza problemi.

Aprire è sempre un compito ingrato. La luce naturale illumina il palco e i nostri eroi davanti ad un pubblico ancora freddo e sparuto si sistema davanti a loro. La band vercellese non si fa assolutamente intimorire e pesta quanto basta per scaldare i presenti ed iniziare a soddisfare la voglia di metal che aleggia nell’aria. L’assalto alessandrino è iniziato, e anche come si deve.

Semplici ma efficaci. Gli ingredienti base del gruppo sono gli assoli e i riff veloci di Joe, la ritmica martellante di Frank e la bella voce di Dave. La sua ugola la conoscevo già, sono veterani loro e purtroppo lo sono anch’io, ma mi ha nuovamente stupito per potenza e pulizia. Dave, continua a mantenerla così che va benissimo.

Una quarantina di minuti è il loro tempo a disposizione (e di tutte le band) e nonostante abbiano dovuto tagliare la cover dei Saxon, peccato, per mancanza di tempo, gli Alltheniko hanno offerto una buona prova. Musica vecchio stile, senza fronzoli, divertente e fatta bene.

Segnalo l’ultimo brano, presentato dal cantante ricordando la piacevole situazione verificatasi per la creazione del titolo, che ha chiuso una bella prova del trio e che ha confermato l’ottima attitudine genuina della band. Una garanzia.

Scaletta Alltheniko

1.Wheel Of Fortune
2.Waste Of Time
3.Scream For Exciter
4.Wheel On Fire
5.Phobic
6.Man On The Edge
7.Feel The Power
8.Sufferman

Formazione Alltheniko

Dave Nightfight – basso, voce
Joe Boneshaker – chitarra
Frank R. – batteria

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E’ il momento dei Necroart, provenienti dalla provincia di Pavia che con il loro black/gothic/melodic death hanno offerto una prova d’impatto e dalle forti tinte “oscure”. Giunti al quinto album e con una carriera nata nel 1999, la band ha pubblicato l’ultimo album, The Highest Law, nel 2023.

Venticinque anni in giro per palchi di tutta Europa fanno di questa band una presenza di rilievo per questo festival.

La loro proposta ipnotica e molto ritualistica è interessante. Professionali nel loro approccio sia dal punto di vista visivo (mi sono piaciute le giacche) che da quello musicale rendendo l’atmosfera consona al loro essere con una musica sempre coinvolgente. Credo che, proprio per la natura dei loro brani, in posti come questi, al chiuso, la loro esibizione venga maggiormente apprezzata rispetto a spazi all’aperto.

Complici i faretti rossi che hanno accompagnato l’intera performance, e le notevoli capacità istrioniche di Max alla voce, devo dire che, pur non essendo un amante del genere proposto, ho trovato il loro live un viaggio particolare e ammaliante all’interno di sonorità di notevole presa emotiva. Le tastiere poi, per dirla ignorante, ci stanno alla grande.

Per onestà devo anche ammettere che, proprio perché non sono avvezzo a questo tipo di metal, la durata dell’esibizione di circa tre quarti d’ora è stata giusta per il mio apprezzamento. Con un maggiore minutaggio forse avrei fatto fatica, ma proprio perché sono fondamentalmente un curioso, me li voglio rivedere su una distanza più lunga.

Di particolare resa ho trovato “Lamma Sabactani”, un pezzo che racchiude atmosfere cupe e malinconiche miste a violenza e aggressività che mi ha “urtato” quanto basta per farmela piacere.

Sfortunati nel far cadere l’asta del microfono, con la conseguente rottura di un corno del teschio di caprone ad essa attaccato, l’esibizione è risultata senz’altro positiva.

E’ stata la mia prima volta live con i Necroart, non sarà l’ultima. Apprezzati.

Scaletta Necroart

1.Intro
2.Son Of Worm
3.Invocation
4.Lamma Sabactani
5.Necronova
6.Caino
7.Visionary

Formazione Necroart

Massimo Finotello – voce
Marco Pavanello – chitarra
Daniele Murelli – basso
Davide Quaroni – tastiere
Tiaz – batteria
Gabriele Orlando – chitarra

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Terzo atto dell’assalto e tocca ai Warmblood mostrarci il loro death metal senza compromessi. L’ultimo loro album, dei cinque, è Master Of The Dead. Chi non l’ha ancora ascoltato vada a recuperarlo al più presto perché è un lavoro death di rara bellezza. E soprattutto se ascolti il death e non l’hai mai ascoltato, per cortesia, cambia genere e lascia perdere. Il metal non fa per te.

Il trio lombardo, composto da due chitarristi e una batterista, è in giro dal 1997 (con un altro nome), quindi non sto a dilungarmi troppo con le presentazioni. Se non li conoscete, vale lo stesso consiglio dato per chi non ha mai ascoltato l’ultimo disco.

E’ anche il momento nel quale si comincia a pogare, almeno i giovani, ed è il momento nel quale mi accorgo che le luci rosse che illuminano il palco saranno presenti fino alla fine delle esibizioni. Non bene.

Elena alla batteria l’ho sempre apprezzata e stasera mi ha confermato che la mia stima ha sempre avuto ragione d’esistere. Le due chitarre di Giancarlo e Davide si alternano bene tra riff e assoli e la voce growl del Capra è, a mio avviso, tra le migliori del panorama death europeo. Dal vivo ancora di più.

Non fanno prigionieri. Puro death metal per una prestazione di una violenza e precisione incredibile. La scaletta è perfetta. La scelta dei pezzi ti riempie le vene, dal primo all’ultimo minuto della loro esibizione, di quella giusta dose di cattiveria e malignità di cui il tuo corpo ne sente la sete e ti fa respirare a pieni polmoni il metal estremo all’ennesima potenza. Vogliono il nostro sangue e se lo prendono. Implacabili.

“Profondo rosso” è un brano per tastiera e basso, due strumenti che loro non utilizzano, ma la loro rivisitazione in chiave metal è una chicca che dal vivo ha una resa pazzesca.

Anche per loro purtroppo il tempo a disposizione finisce. I Warmblood sono arrivati, sono saliti sul palco e hanno suonato death metal, quello con la D maiuscola. E questo è quanto.

Scaletta Warmblood

1. Intro + Master Of The Dead pt. II
2. Ritual Of Petrification
3. Demonopathy Case
4. Nihilistic Delirum
5. Blood Resurrection
6. Profondo Rosso
7. Blasphemy OCD
8. Putrefaction Idiosincrasy

Formazione Warmblood

Giancarlo Capra – chitarra, voce
Davide Mazzoletti  –  chitarra
Elena Carnevali – batteria

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Gli Infection Code hanno appena pubblicato il loro decimo album (recensione sul sito) “Culto” e quest’anno festeggiano i venticinque anni di attività. L’album entrerà sicuramente nella mia top ten dell’anno (e molto probabilmente nella mia top five) e quindi la voglia di sentirlo live era parecchio alta. Il gruppo l’ho già visto parecchie volte in azione e non mi ha mai deluso.

Stasera giocano in casa e il pubblico è tutto dalla loro parte. Una cosa che mi è sempre piaciuta dei loro concerti, è che alla fine si è sempre ad una festa. Tecnicamente le prestazioni non si discutono, ma quello che più mi colpisce è il loro atteggiamento.

Sempre su e giù dal palco a coinvolgere la folla, dare l’anima e sputare sangue come se fosse il loro ultimo live. E come fai a non gasarti e a non volergli bene.

Gabriele growla (non so se dica proprio così) a più non posso, Chris e Andrea saltano da tutte le parti e suonano in mezzo al pubblico e Ricky scotenna la sua batteria picchiando come un pugile dei pesi massimi.

Come speravo la scaletta è incentrata sul loro ultimo lavoro e quindi sono contento. Con “Great Old Ones” iniziano una serie di cinque pezzi consecutivi presi dall’ultimo disco che fa letteralmente esplodere il locale.

Tanto caciaroni quanto professionali, la loro prestazione è comunque superlativa. E questo è importante, perché va bene la festa, ma è pur sempre un concerto. E loro lo sanno bene, e ci regalano una prestazione ineccepibile. Dopo tutti questi anni si divertono ancora, e si vede.

Gabriele, visibilmente soddisfatto e “provato” dalla fatica di una giornata molto intensa, alla fine ringrazia gli espositori, i partner dell’evento, gli amici della vecchia guardia, ne fa salire sul palco uno, canta insieme a lui e questo finale da “party” improvvisato è il giusto merito ad una band che si è fatta onere di organizzare e suonare in questa magica serata alessandrina. Grazie a voi ragazzi.

Scaletta Infection Code

1. Intro
2. All Colors
3. Great Old Ones
4. Inner Infernus
5. Nail In The Wall
6. Plague Daemon
7. Faceless God
8. Deleted Error
9. Kings Of Metal

Formazione Infection Code

Gabriele Oltracqua – voce
Ricky Porzio – batteria
Chris Perosino – chitarra
Andrea Rasore – basso

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I milanesi SKW sono praticamente l’unico gruppo che mia moglie, come già detto non avvezza alle sonorità pesanti delle altre band, è venuta appositamente a vedere. A entrambi piacciono molto, ma la mia paura che, dopo cinque ore di attesa sofferente da parte della paziente consorte ad ascoltare metal “che non si capisce niente”,  i milanesi potessero malauguratamente fare un brutto live e che mi venisse rinfacciata la serata per un tempo immemore dovendo presenziare a serate teatrali da incubo come riparazione, era tanta. SKW siete stati grandi, concerto bellissimo, moglie contenta, io contento. Vi devo un favore!

Con il loro crossover hanno attraversato quasi un quarantennio (per una decina d’anni con il nome Skywalker) e rilasciato cinque album.

Con il loro set di luci, meno male, hanno variato dal “rossore” che ha dominato la scena fino a questo momento. Metà della scaletta propone brani estratti da Humans (consiglio a tutti un ascolto) e con la solita energia ci hanno intrattenuto piacevolmente per tutto il tempo.

Mirko, la calma fatta a persona, al basso e Giancarlo alla batteria sono solidi come rocce e mantengono puntuale e preciso il tappeto ritmico senza tentennamenti di sorta.

La voce di Marco è veramente bellissima. Non sto a fare disquisizioni tecniche sulla mia affermazione. Primo perché non sono in grado e secondo perché non ne vedo il motivo quando una voce del genere si descrive perfettamente con l’aggettivo sopracitato. Da brividi.

Simone, beh, Simone è Simone. Che sul palco sia fuori di testa è assodato, ma nello stesso tempo è un signor musicista. Intrattiene con le sue smorfie assurde, ma intanto suona, preciso, senza sbavature e come si conviene.  Un grande.

Unica richiesta che faccio alla band è quella di accorciare il tempo di quando fate accovacciare il pubblico per poi saltare tutti insieme. Ci sono persone diversamente giovani che hanno dolori dappertutto, non io, assolutamente, quindi cercate di accelerare questo momento, per favore. Ho le ginocchia che scricchiolano ancora adesso.

A parte gli scherzi, promossi a pieni voti. E ci mancherebbe.

Scaletta SKW

1. Mindset
2. The Final Destination
3. Reversal
4. Inside Out
5. Light
6. A New D-Sign
7. Infinite Game
8. Signs
9. Humans
10. Leave Me Out

Formazione SKW

Marco Laratro – voce
Giancarlo Piras – batteria
Simone Anaclerio – chitarra
Mirko Voltan – basso

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E si conclude con gli headliner della serata, i The Modern Age Slavery. Quattro album sul groppone e una presenza scenica devastante sono il biglietto da visita per questi cinque musicisti emiliani che hanno chiuso in bellezza la seconda edizione del festival.

Dopo un soundcheck difficoltoso che si è protratto oltre l’orario di inizio (causandomi la solita ansia da ora tarda e risveglio presto) e che comunque ha un po’ penalizzato i suoni della band, ha inizio il live del gruppo reggiano.

L’asticella delle aspettative è ovviamente al massimo. Loro sono il nome più importante in cartellone.

Beh, ci sanno fare, poche storie. Tengono il palco perfettamente e il muro sonoro che ricreano in sede live è sicuramente sinonimo di distruzione.

La parte centrale con “Oxygen”, “The Hip” e “Damned To Blindness” è un vero e proprio pugno allo stomaco. La furia che scatenano sul palco è un piacere per gli occhi e un piacere per le orecchie.

Gio è fisicamente e vocalmente imponente. Tiene il palco benissimo, nonostante i movimenti limitati dovuti allo spazio. Federico è il solito metronomo. Luca, Ludovico e Mirco scapocciano e alzano gli strumenti all’unisono in modo epico e coinvolgente. Sì, così, mi fa godere vedere i musicisti quando si “agitano” in questo modo sul palco. Mi piace troppo.

Prestazione assolutamente all’altezza delle aspettative e un grazie sincero a questa band, che negli anni si è ritagliata uno spazio importante nel panorama underground italico.

Peccato che l’orario abbia penalizzato il numero di presenze, perché quanto visto e sentito avrebbe meritato molta più platea.

E un sincero plauso alla grandissima pazienza della band verso un personaggio, leggermente bruciato da fumo o alcol o tutti e due, che in un paio di occasioni è salito sul palco per effettuare dei salti nel vuoto senza nessuna logica.

Non vedo l’ora di assistere nuovamente ad un loro concerto, magari più lungo e magari con inizio verso le ventidue.

Scaletta The Modern Age Slavery

1. Pro Patria Mori
2. KLLD
3. Irradiate All The Earth
4. Oxygen
5. The Hip
6. Damned To Blindness
7. Vile Mother Earth
8. The Reprisal Within
9. Miles Apart
10. Obedience
11. Icon Of A Dead Word

Formazione The Modern Age Slavery

Giovanni “Gio” Berserk – voce
Federico Leone – batteria
Luca “Cocco” Cocconi – chitarra
Ludovico Cioffi – chitarra
Mirco Bennati – basso

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Terminato il concerto è ora di tirare le somme. Buona la presenza del pubblico e ottimo l’impegno profuso da parte delle band. I generi proposti possono piacere o meno, ma l’unico dato oggettivo che posso dare è come sempre la quantità di “sangue “che i musicisti mettono nelle loro esibizioni. In poche parole, quanto sudano sul palco. Bravi veramente tutti.

Purtroppo i suoni hanno penalizzato un paio di band, ma questo è stato in parte anche dovuto alla struttura del locale( penso proprio che in passato fosse un’officina meccanica) e, comunque, non è facile settare perfettamente tutti i suoni di tutte i gruppi con a disposizione così poco tempo. E l’ora tarda dell’ultimo gruppo,  purtroppo,  ha visto una parte dei presenti, soprattutto i più giovani (problemi di mezzi pubblici?) andare via e non  assistere all’esibizione finale terminata all’una e quaranta. Forse un po’ troppo tardi.

Ma questi sono solo piccoli appunti in una serata riuscita molto bene.

L’unica nota che ho trovato negativa sono state le luci, o meglio la luce. Il palco era illuminato unicamente da due fari a luce rossa che rendeva molto demoniaca l’ambientazione, ma che, personalmente, ho trovato un po’ limitante e alla lunga noiosa alla vista.

Tutto il resto è filato via liscio ed è stato un piacere essere presente ed assistere a questo spettacolo underground.

Bellissimo lo spirito di gruppo e solidarietà che si è percepito per tutta la serata, con tutte le band che hanno a più riprese ringraziato sentitamente l’organizzazione. D’altronde il mondo è quello underground, l’amicizia e la collaborazione dovrebbe essere la base per il movimento. Stasera questo l’ho avvertito. In altre occasioni, in troppe altre occasioni, ho assistito a guerre tra poveri, che rinominerei poveracci, di una tristezza infinita che non vi sto a raccontare.

E si arriva al momento di dover riconoscere a colui che ha ideato e organizzato il tutto, i giusti e doverosi meriti.

Gabriele Oltracqua, cantante degli Infection Code, è la mente e le braccia dell’ “Alexandrian Metal Assault”. E’ riuscito a creare una piccola gemma preziosa all’interno della scena metal italiana proponendo un festival bello, divertente, economicamente accessibile e soprattutto di qualità. Un enorme grazie a lui e a tutti coloro che provano a fare qualcosa di buono (e ci riescono) nella nostra penisola infestata da personaggi che troppo facilmente si autodefiniscono promoter e che per i loro tornaconto organizzano in luoghi non idonei, a prezzi esorbitanti e con servizi da denuncia alla Corte dei diritti civili, quelli che loro chiamano festival o concerti.

Assistere ad un evento locale preparato così bene e pensato in primis per il benessere dell’utenza mi ha dato enormemente soddisfazione ed auguro a Gabriele (e a tutti gli altri) di poter continuare ad organizzare altri metallici “assalti”.

Mi aspetta il ritorno a casa, e non è proprio breve. Appena salgo in macchina mia moglie collega il suo bluetooth. Mi aspetta una setlist a cui non posso oppormi per ovvie ragioni di quieto regime coniugale. Taccio e guido in silenzio. Soffrendo.

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