WEATHER SYSTEMS + HAUNT THE WOODS – 09 Maggio 2025 – Alchemica Club, Bologna


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Dunque, comincio con il dire che il primo disco metal che ho ascoltato in vita mia è stato “Pentecost III”, nella tarda estate del 1995, a poco più di 14 anni. Sapevo ovviamente che esistevano gli Iron Maiden e i Metallica, ma in un’epoca in cui gli internet point sembravano un sogno futuribile, si copiavano ancora le cassette, e per informarsi si doveva andare in edicola a comprare “Metal Shock” o “Flash”, non avevo ancora sentito un disco metal intero. Mai.

Anche se i miei ascolti sono poi andati in direzioni decisamente diverse (e anche gli Anathema, devo dire), ancora oggi, a trenta anni di distanza, posso recitarvi ogni secondo di quel disco a memoria. Potreste dirmi “inizia a mimarmi la musica dal secondo minuto e trenta di ‘We The Gods’” e lo farei senza problemi. Gli Anathema sono stati la mia porta d’ingresso al metal e sarò sempre loro grato per avere completamente cambiato la mia vita. Li ho seguiti con passione negli anni ’90, nella mirabolante transizione che li ha portati dal gothic/doom plumbeo e superbo di The Silent Enigma all’algido ma splendido alternative rock di “Alternative Four”; li ho ancora amati negli anni ’00, che ha visto editi quei due capolavori che rispondono ai nomi di A Fine Day To Exit e A Natural Disaster; li ho sopportati negli anni ’10, mentre li vedevo perdere l’ispirazione e il carisma fino a quello che ritengo il punto più basso, e purtroppo terminale, della loro carriera, ovvero The Optimist. Li ho infine visti sfasciarsi in pandemia, litigare (probabilmente: ma non seguo troppo il gossip metallico), tentare di suicidarsi (il comunicato poi ritirato invece me lo ricordo bene) e quindi dividersi per prendere strade differenti.

Ho approcciato il debutto dei Weather Systems con il giusto scetticismo da quarantenne brontolone al quale non va bene nulla, e incredibilmente l’ho trovato accettabile: pallida ma non sbiadita ombra di quello che fu, sornione nel suo presentare le “Part II” o “Part III” di brani immortali e meravigliosi, ma dotato di almeno due/tre canzoni brillanti e riuscite. Poteva andare molto peggio… il che mi ha convinto ad affrontare il non brevissimo viaggio fino a Bologna per vedere la nuova creatura di Daniel Cavanagh all’opera.

Sono lieto di vedere che l’Alchemica, gestito da ragazzi veramente simpatici ed evidentemente su di giri per l’evento, è pieno, quasi pienissimo. Mi ero completamente perso i notevolissimi problemi di peso di Daniel, ma certo questo non cambia il suo valore come chitarrista… sparo subito le cose che non mi sono piaciute per poi concentrarmi sui lati positivi, che sono molti. E allora, i pollice verso sono:

  • Daniel poteva forse affrontare la spesa di un turnista alle tastiere. Va bene il trucchetto della chitarra che registra i suoni, che il nostro usa (e con ottimo successo) sul finale di “Flying”, però magari un po’ meno nastri registrati con le keys era pure meglio, non so;
  • L’adorabile Soraia Silva, che dimostra 19 anni, e probabilmente ne avrà pochi di più, interviene pochissimo; infatti per lunghe parti del set è assente dal palco, o balla. Che va pure bene, ci mancherebbe… sto tentando di ricordare cosa facesse Lee Douglas quando non era chiamata in causa, ma ora non lo ricordo. Però insomma, siete quattro più dei nastri registrati, quando diventate tre il palco si fa un po’ vuoto;
  • Dal punto di vista vocale, Daniel Cavanagh non è Vincent Cavanagh. Non ci voleva certo Nostradamus, però è così. In alcuni dei brani si sente effettivamente lo stacco di qualità canore, non si può fare niente e va bene così, ma insomma – come è giusto che sia – questi sono i Weather Systems e non gli Anathema, prendere o lasciare, stare a fantasticare sul passato non può che creare dei paragoni sfavorevoli.

Lo show è preceduto dall’esibizione degli Haunt The Woods, che sono bravi. Il loro è un prog/alternative rock stratificato, che non assomiglia solo ai Radiohead e agli ultimi Anathema, per fortuna: il cantante Jonathan Staffor è decisamente uno showman dotato, che si esibisce spesso su toni alti se non altissimi. Si fa notare in particolare l’ultimo brano, “Sleepwalking”, che i nostri eseguono a cappella, in mezzo al pubblico, in circolo, accompagnati solo dalla chitarra acustica.

 

E i Weather Systems? La loro esibizione alterna, come era prevedibile e peraltro annunciato, classici degli Anathema e brani del debutto. L’amalgama riesce bene e anzi molti dei presenti hanno già imparato i brani del nuovo disco, che vengono cantati non certo con il trasporto con cui viene eseguita “Flying”, ma certamente con partecipazione. Daniel è in palla, fa diverse battute, tenta di tenere a bada un fan decisamente ubriaco e rumoroso (e ci riesce in quasi tutte le occasioni), ha ancora un ottimo tocco con la chitarra e ha scelto bene le proprie cartucce. Iniziare con “Deep” è un’ottima scelta, ma ovviamente l’apoteosi l’abbiamo (molto più avanti in scaletta) con tutte e tre le “Untouchable” in fila: a metà della seconda, Soraia si commuove vistosamente e non trattiene lacrime che sembrano sincere, e che attirano l’applauso del pubblico.

Che devo dirvi, è ovvio che mi sono esaltato di più – e non ero il solo – con i classici degli Anathema: bellissima sorpresa è “One Last Goodbye”, ma “A Simple Mistake” mi fa scendere ancora, dopo tanti anni, i brividi lungo la schiena. Peccato che “Closer” sia un po’ meno intensa dell’originale… fra i pezzi ‘nuovi’, convince particolarmente “Synaesthesia”, che forse è l’unico vero duetto fra Daniel e Soraia, ben gestito da entrambi; anche “Do Angels Sing Like Rain?”, per quanto con alcuni passaggi vocali proibitivi per il mastermind inglese, genera dei picchi emotivi notevoli. La conclusione del concerto non poteva che essere affidata a “Fragile Dreams”, il cui brevissimo ma intenso testo immagino abbia accompagnato, oltre ai miei, i difficili momenti di molti di voi…
Lieto che Daniel abbia deciso di proseguire, e senza malanimo: quando ricorda il fratello o la band lo fa sempre con nostalgico distacco, dicendo che ora capisce cosa significava per Vincent cantare e suonare insieme, oppure che, se non fosse andato avanti lui, nessuno lo avrebbe fatto… e allora sono con lui, con più di un capello bianco e ovviamente una critica per ogni cosa, in questa nuova avventura!

Countless times I trusted you
I let you back in
Knowing, learning, you know
I should have run, but I stayed

Maybe I always knew
My fragile dreams would be broken for you

Today I introduced myself
To my own feelings
In silent agony, after all these years
They spoke to me after all these years

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