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Il contesto marittimo della Beky Bay attira gli esuli in fuga dall’afa delle grandi città ed il tour di addio dei Refused mi spinge a prendere l’auto per inseguire uno dei due gruppi che mi ha cambiato la vita. La filosofia è una sola: vivere un’emozione collettiva dopo anni di ascolto individuale e di discussioni con altri fan.
L’organizzazione “Filini” prevede di evitare l’autostrada nel giorno più nero dell’anno per via dell’esodo estivo; da Firenze il passo del Muraglione è il mio preferito e in tre ore siamo ad Igea Marina. Culo vuole che si trovi parcheggio a 30 metri dall’arena che riconosciamo immediatamente perché unica fonte di decibel consistenti tra una sequenza infinita di stazioni balneari.
L’area è grande ed accogliente, tutto è a portata di mano e comodo (compresi i servizi igienici), lo staff è super carino e la sicurezza estremamente serena. Chioschi per bevute ed hamburger sono il menù fisso a cui adeguarsi, qualche stand di artigiani locali, la possibilità di utilizzare le sdraie ed i tavolini da mare: che dire? Tutto bello…peccato davvero per i 35euro richiesti per una t-shirt. Pazienza…me la farò da casa!
A scaldare le valvole ci pensano i Godin Hill & The Pressed Bills, un gruppo emergente davvero molto interessante , selezionato attraverso l’annuale contest di Bay Fest.
A seguire i Jaguero, formazione punk/emo di Vicenza, attivi dal 2021 e con 2 EP all’attivo. Danno il giusto contributo al festival, aggiungendo la loro personalità melodica ed il pubblico, seppur ancora poco e sotto un sole ancora importante, apprezza molto.
Dalle 7 di sera, in perfetto orario come da copione, sale in scena l’energia punk di The Last Gang, la cui cantante è una meravigliosa chitarrista dai capelli blu elettrico ed un canto duro/deciso (a tratti ho creduto fosse Courtney Love nel suo momento d’oro). I 4 elementi di Los Angeles, un progetto custodito dalla frontwoman Brenda Ren dal 2000, hanno una dinamo davvero inesauribile e pestano per oltre 40 minuti, facendo capire che il festival è partito. Nota interessante: il loro album Noise, noise, noise vede come co-produttore Fat Mike dei NOFX…
Verso le 20 sale un energumeno tatuato fino agli occhi e praticamente nudo sul palco: è il preambolo dello show dei The Drowns, gruppo punk vecchia scuola di Seattle. Super divertenti e veramente coinvolgenti, la loro proposta musicale si arricchisce delle fiamme della protesta contro l’amministrazione Trump ed i nazi punk, cogliendo i tratti politici in comune con i Refused. Il loro spirito animalesco trasforma l’esibizione in un vero e proprio massacro di energia sonora che ci accompagna fino al calar della luce.
Turbonegro: è il loro momento. Ad accoglierli c’è una nutrita componente di fan che si fa notare per l’entusiasmo e soprattutto per l’abbigliamento, in piena continuità con quello della band. “Abbigliamento di Fantozzi”: berrettino alla marinara con scritta a caratteri cubici TURBONEGRO; giacchetta smanicata di jeans con sotto t-shirt della band; pantaloncino cortissimo sopra il ginocchio e stretto in coscia; clamoroso ombretto di varie tonalità scure sugli occhi e la faccia. (…) Vabbè…il loro entusiasmo rende lo performance del gruppo di Oslo vivace e di assoluto godimento anche per chi come me non riesce ad empatizzare più di tanto con lo stile. Peccato che a metà dell’esibizione un problema tecnico di palco silenzi gli strumenti: niente panico! 4 minuti e si riprende. Senza colpo ferire, i Turbonegro ripartono come se niente fosse: grande esperienza.
Siamo così arrivati al clou della serata.
I tecnici di palco (io ne ho contati 14) salgono sul ring e cambiano letteralmente la scena, muovendo cabinet, amplificatori batteria e relativi piani di appoggio. Sostituiscono aste, cavi e microfoni; portano le pedaliere personali dei chitarristi e dei bassisti, fanno un rapido check del segnale e dei volumi e in meno di mezz’ora siamo pronti. Lo scrivo perché va sempre ricordato che dietro alla magia di ogni concerto c’è un lavoro estremamente faticoso, certosino, carico di stress ed ansia, spesso bistrattato, di tecnici che lottano contro il tempo e contro l’errore. Grazie a tutti voi!
Personalmente, ho conosciuto i Refused nel 2001, al liceo, su soffiata della mia amica Mary. Lei era bocciata l’anno prima e dopo un anno di tentennamenti a darmi confidenza, mi premiò dicendomi: “ascolta questo”. Lei ne sapeva di musica…così mi consegnò The Shape Of Punk To Come e da quel giorno, semplicemente non sono più stato lo stesso. Capite bene con che groppo in gola mi affaccio sul palco della Beky Bay.
I sopravvissuti di quel gruppo di eroi sono due su quattro: la voce Dennis Lyxzen ed il batterista David Sandstrom. Accanto a loro alla chitarra Mattias Barjed e Magnus Flagge al basso. Sullo sfondo, al posto del logo del gruppo, una scritta: “this is what our ruling class has decided will be normal”. Io sono già in estasi!
L’esibizione comincia con uno dei pezzi più geniali e registrato nell’EP post scioglimento New Noise Teology (io fui uno dei pochi a trovarne una copia in quei primi anni 2000). Si chiama “Poetry Written In Gasoline“, una schitarrata pazzesca alternata a suoni sintetizzati, con testo politico-rivoluzionario.
Vanno subito fatti i complimenti al chitarrista che riarrangia in chiave solistica molti momenti di tutte le canzoni, ma senza mai far perdere l’orientamento complessivo. La sua tecnica rimane a servizio del brano, si diverte e fa divertire: eccezionale. L’energia del frontman è risaputa e, nonostante il serio malore che lo ha colto l’anno scorso, si offre al pubblico in una forma strepitosa. Il suo tratto vocale è rimasto integro e si sente uno scream coerente durante tutta l’ora ed un quarto della loro prestazione.
Da fanatico dei Refused, però, sono costretto a fargli un appunto: caro Dennis, gli International Noise Conspiracy ti hanno fatto male. Perché? Perché balli troppo…io sono uno di quei fan a cui sei entrato nel cuore per via del disagio e della rabbia che manifestavi nelle canzoni come nei live, ed ora mi sento un po’ più solo (non del tutto, ma un pochino di più sì) dato che vedo che ti diverti assai davanti a noi. Per carità, dopo migliaia di apparizioni e 35 anni di musica, è più che normale. Al contrario, probabilmente, non avresti retto, e quindi…va bene così. Sono io il problema, ora mi cheto e ti ringrazio di esistere.
Ti ringrazio di esistere soprattutto per la tua passione politica, per le tue influenze marxiste che, se pur confuse, mi portano una ventata d’aria buona nell’inconsistenza morale e civile della maggior parte delle band che ascolto, recensisco e seguo. Vederti esprimere le tue opinioni nel mezzo di un concerto mi convince di una cosa: la musica non può sostituirsi alla politica, ma ne fa assolutamente parte. Destare l’attenzione su determinate contraddizioni della società in cui viviamo non permette di risolverle, ma è comunque un termometro sociale ed un catalizzatore di protesta. A suo modo, un fenomeno politico. Esprimere in maniera diretta/artistica il proprio pensiero, le proprie perplessità e l’indignazione verso le porcherie pubbliche, non può esserne la panacea, l’auto-assoluzione, ma il silenzio, l’omissione non è peggio? Non ne rappresenta la compartecipazione passiva?
Non ha senso scrivere della partecipazione esagerata del pubblico, del pogo, degli applausi, a tratti della commozione che aleggia nella folla…non ha senso scrivere delle capacità musicali, del controllo della dinamica da parte di 4 musicisti svedesi etc. E quindi non lo farò.
Solamente: hanno suonato praticamente tutti i pezzi indimenticabili, chiudendo con “New Noise” e “Tannhauser/Derivè”.
Io ho chiuso. Loro anche. Emozionante.
W i Refused.



















