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Qualche settimana fa, come ho raccontato nella recensione di “Inner epopea”, mi sono imbattuto nei Basileus: un quartetto romagnolo estremamente interessante per un fan dei Tool come me.
Abbiamo fatto una piacevolissima chiacchierata, in cui ho soddisfatto diverse curiosità…
- Il nome del vostro gruppo è estremamente evocativo: potete spiegarci il significato? Ha un collegamento con il titolo dell’album?
La scelta del nome è nata in modo piuttosto casuale.
Alle origini del progetto, nella formazione iniziale costituita da Djork alla voce, Giacomo alla chitarra e il Carpa al basso, quest’ultimo ci presentò un vecchio posacenere di famiglia con incisa la scritta “Basileus”.
Ci piacque il modo in cui suonava mentre il richiamo al mondo bizantino e il relativo significato lo rendevano trionfale a sufficienza per incarnare il nostro stato d’animo in un’unica parola.
Dalla scelta del nome alla creazione dei brani racchiusi nell’album il viaggio è stato tutt’altro che breve. Un’epopea per tutti noi, fatta di cambi di formazione e di scoperte, come quella di Francesco al basso prima e di Fabrizio alla batteria poi, che dopo aver sposato le idee e gli ideali del gruppo, sono divenuti fedeli compagni di viaggio di quella che poi è diventa la nostra Inner Epopea.
- Anche le grafiche sono particolarmente stilose e ci trovo una certa coerenza con la musica che proponete: chi ha disegnato la copertina e a cosa si è ispirato?
La copertina dell’album, opera di Fabrizio, non ha un significato univoco e ben definito, qualcuno potrebbe dire che voglia evocare sensazioni di antichità e profondità, mettendo insieme richiami alle origini del nome della band (da qui la scelta del font e dell’effetto pergamena invecchiata dello sfondo) e i temi del tempo e del viaggio interiore, attraverso la prospettiva che mette in risalto la figura centrale, un misterioso intreccio che può essere interpretato in vari modi, ma che a noi piace definire “La somma di idee differenti”, compresa quella che si può fare l’ascoltatore di fronte a quella strana figura materica o di fronte ad una nostra esibizione.
- La vostra musica mi ha riportato nella dimensione dei «Tool»: hanno un’influenza su di voi e quali altri gruppi sono nella vostra tavolozza dei colori sonori?
Intanto grazie! Sicuramente i Tool sono stati un importante riferimento, ma abbiamo preso molta ispirazione anche dai Deftones, System Of A Down, Il Teatro degli Orrori e chi lo avrebbe mai detto…soprattutto dai Fleetwood Mac. Ognuno di noi infatti proviene da esperienze e gusti molto diversi, che spaziano tra i generi più disparati, con ispirazioni più o meno parteggiate da ciascuno di noi, ma costantemente condivise, come lo sono state le sonorità incontrate anche in modo casuale durante la scrittura dell’album.
Le onde del mare infrante sulle coste pugliesi ed il suono della Çiftelia hanno ispirato Egnathia, il punto di partenza del viaggio.
Un brano passato alla radio dai ritmi persiani durante una corsa in taxi in Turchia ci ha fatto arrivare a quello che è uno dei principali riff di Bartholomaĩos.
Un ventilatore sgangherato in soffitta durante una calda e afosa mattina d’estate ha dato vita a Sultriness e così via.
- Si può definire «Inner Epopea» un “concept album”? Di che cosa parlano i testi delle canzoni? «Emma» e «Bartholomaios», per esempio, sono i vostri due singoli ma sono anche due nomi propri di persona…
In un certo senso sì, anche se il nostro intento iniziale forse non era quello di un vero e proprio concept album, mettendo insieme i pezzi lungo il cammino ci siamo accorti che quello che stavamo facendo in realtà non poteva che andare in quella direzione, un viaggio che ha visto varie tappe, attraverso sonorità, stili, racconti e soprattutto emozioni.
Ecco, potremmo dire che il concetto che unisce tutti i brani è il loro voler raccontare uno stato d’animo che accompagna il viaggio interiore di chi suona e di chi ascolta.
Bartholomaĩos fa riferimento a San Bartolomeo scorticato e sostanzialmente parla di sgomento, mentre Emma parla della “pazzia” di Emma Hauck che durante il periodo di internamento scrisse righe e righe di lettere ora divenute opere d’arte esposte in museo.
- Per una band all’esordio come voi il primo album è sempre molto delicato ed è importante avere qualcuno accanto: in che contesto è stato prodotto e quanto tempo ci avete impiegato?
Diciamo che abbiamo un ottimo compagno di viaggio, Tommaso, per tutti noi “Bugu Prodiuser”, che ha messo in gioco tutta la sua disponibilità e professionalità e che possiamo definire il quinto Basileus. Gli impegni personali e professionali di ognuno hanno fatto sì che i tempi di registrazione e produzione si siano dilatati parecchio, dividendo il lavoro in due grandi sezioni, ma il clima molto disteso e collaborativo ha fatto in modo che risultasse una bella e divertente esperienza per tutti.
- Le parti ritmiche e quelle melodiche si sviluppano in un tutt’uno molto avvolgente: come nasce la canzone-tipo dei «Basileus»?
Nonostante la natura di Concept Album ogni brano è nato in modo a sé stante, almeno in fase di scrittura. Se alcuni brani sono nati da alcuni riff chitarra, di basso o pattern di batteria, altri sono nati da un’idea, un concetto o un’emozione.
L’intento è stato quello di fare uscire tutti e quattro gli strumenti insieme in modo da completarsi fra loro, e in questo giocare con le parti melodiche e ritmiche, spesso scambiandole tra i vari strumenti, intrecciando basso e chitarra tra loro e con la voce, ha avuto un ruolo sicuramente centrale.
- Ogni artista sviluppa una propria identità nel tempo, ma la vostra mi sembra già bella e definita: come avete fatto a trovare la sintesi delle vostre influenze e delle vostre esperienze precedenti?
Un po’ come si accennava prima, gran parte di ciò che si può ascoltare nell’album è frutto del lavoro in sala prove, ma ancor prima, della condivisione e del dialogo, condizioni fondamentali che stanno alla base del progetto, nato per trascrivere in musica ciò che ognuno di noi aveva intenzione di esprimere trovando una forma che sentissimo come più nostra possibile.
- È chiaro che ogni musicista ha qualche sogno nel cassetto. Suonare di fronte a migliaia di persone, essere prodotto da una major oppure collaborare con un’artista in particolare. Se di fronte alla lampada di Aladino, doveste esprimere 3 desideri, quali sarebbero?
Caro Genio della lampada, noi vorremmo andare a Sanremo! Questa è stata la prima provocazione lanciata da Djork al momento della fondazione, quasi un ossimoro per la musica che proponiamo, ma proprio per questo è un sogno nel cassetto.
Scherzi a parte, ciò che ci piacerebbe davvero sarebbe “diffondere il verbo”, condividere la nostra musica, il nostro modo di viverla e passare del tempo insieme, tra di noi e con chi ha intenzione di far parte di questo viaggio.
- Il 2025 vi ha visto debuttare anche dal vivo su palchi importanti come lo Spazio Webo a Pesaro: cosa cercate dall’esperienza live?
L’esperienza live coincide con il modo più bello per poter esaudire i nostri sogni nel cassetto, almeno per una buona metà; l’altra è data dal faticoso lavoro fatto in sala prove, in studio e nel far quadrare tutto con i propri impegni personali.
Eh sì… perché la nostra musica ci piace tanto e ci piace tanto farla ma non ci dà il pane, anzi – lavoro, compagne e figli sono lì a ricordarcelo.
Per fortuna ogni tanto poi capitano situazioni come quella della Spazio Webo di Pesaro, in cui abbiamo avuto modo di fare la conoscenza dei nuovi amici Attempt To Somebody’s Life, coi quali avremo presto occasione di condividere nuovamente il palco. E non vediamo l’ora!
- Infine, siete intervistati in una rivista di ascoltatori metal, sempre però ben disposti a fare incursioni in altre dimensioni musicali, purché siano buone ovviamente: cosa direste ad uno di loro per attrarlo verso le vostre canzoni?
Partiamo col renderci un po’ antipatici: non siamo particolarmente favorevoli all’uso di etichette predefinite quali possono essere i “generi” musicali, né tantomeno dei puristi del Metal, ma questa è una di quelle che si avvicina di più a ciò che facciamo, o a parte di esso.
Del resto l’idea di partenza era ed è quella di fare ciò che ci pare e trasmettere qualcosa a chi ci ascolta.
Perciò speriamo che queste righe abbiano stimolato la curiosità di molti lettori dei Heavy Metal Webzine!
Ringraziando sia chi ci ha dato l’opportunità di fare questa intervista, sia voi che la state leggendo, vi auguriamo una buona Inner Epopea.



