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Mi sono accostato al secondo disco dei Professor Emeritus con grandi speranze, come faccio tutte le volte che leggo la definizione Epic Doom Metal: e come tutte le volte, ne sono rimasto (un po’) deluso.
Sia chiaro, i Nostri sono una buona, se non ottima, formazione di genere, ma dobbiamo chiarire (e non lo trovo superfluo né ozioso) cosa significhi epic doom: immagino che, per definirsi tale, una band dovrebbe fare di più che suonare un ‘normalissimo’ doom con una vaga sfumatura un po’ più maestosa, e tentare di assomigliare ai Candlemass dell’epoca d’oro. Per farvi capire, la mia definizione di ‘epic doom’ (che magari la band stessa non riconoscerebbe, ma questo è un altro discorso) coincide con quello che suonano i DoomSword: i Cirith Ungol possono essere ritenuti gli antenati del genere, gli Atlantean Kodex (che pure citerò in questa recensione) vi rientrano ancora, i Pagan Altar ci stanno abbastanza comodamente, gli Argus e i Solstice per un pelo, gli Eternal Champion no (manca la componente doom), gli Smoulder no (la componente heavy classica è troppo forte), e un enorme gruppo di altre band per me sono semplicemente doom, a cominciare dai Saint Vitus, i Solitude Aeturnus, i Sorcerer e i Pentagram.
Ecco, senza nulla togliere al valore della loro musica, i Professor Emeritus – che per inciso fra il primo e il secondo album hanno fatto passare otto anni e cambiato praticamente tutti i membri in formazione, quattro su cinque – sono abbondantemente al di qua della linea e dunque sono, per chi scrive, una band doom. Benissimo così, e il loro è un bel disco, ma non mi sembra quello che pubblicizzano.
Una chitarra in primissimo piano in “A Corpse’s Dream”, un brano che fa subito pensare ai Candlemass dell’età di mezzo, ma che ha una personalità che si situa soprattutto nel cantato, non perfetto ma decisamente adeguato al genere (il quale, vi ricordo, è il doom) di Esteban Julian Pena. Velocizza i tempi “Passage”, mentre “Pragmatic Occlusion” rallenta il ritmo con astuzia, regalandoci atmosfere addirittura vicine a quelle dei Saint Vitus. In “Defeater” Esteban urla ossessivamente ‘Once again’ e noi lo seguiamo, rimettendo da capo questo brano coinvolgente, certamente uno dei migliori della scaletta… “Hubris” è un pezzo molto diverso dagli altri: parte in acustico ma si sviluppa su sonorità decisamente differenti, direi addirittura post-metal, con un assolo ‘a cascata’ davvero apprezzabile. Si chiude con gli oltre nove minuti di “Kalopsia Caves”, che passa da momenti alla Atlantean Kodex ad altri più classicamente doomeggianti, dai toni nuovamente acustici e dal mood ‘antico’, rivelando anche un’anima intimista nella lunga sezione ‘lenta’.
Ora che mi sono inimicato anche i doomsters, posso concludere dicendo che i Professor Emeritus fanno un buon lavoro. Non mi sembrano spiccare troppo nel panorama del loro genere, ma hanno composto diversi brani convincenti. L’epic però è qualcos’altro.



