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Sono serviti due anni di gestazione per questo nuovo album chiamato Nothingman autoprodotto dagli americani Age Of Ruin.
Il quintetto, con base a Washington DC, porta sulle spalle una carriera ventennale, con ben cinque album e tre EP e si fa portavoce di un metal che cerca di ibridare il metalcore di stampo statunitense dei primi anni duemila con certe influenze di carattere più nord europeo prese dalla scena melodic death. Possiamo combinare quindi, in una stravagante media ponderata, gruppi come i Killswitch Engage e i Soilwork per avere ciò che gli Age Of Ruin trasmettono sull’album Nothingman.
Si nota una vena nostalgica nei riff dei cinque americani, corroborata dalla voce aggressiva di Benjamin Swan, spesso sulla stessa timbrica di Björn Strid dei già citati Soilwork, che riesce ad essere melodica al punto giusto. La traccia di apertura “The Fixation” ne riassume tutti i concetti, supportata dalla batteria martellante di Hendrik Osinga e che respira nella sua seconda metà con un intermezzo pulito e leggero fino all’esplodere del ritornello finale.
Molto più punk l’attitudine di “Heavy Is The Crown” che in meno di due minuti e mezzo riesce a concentrare tutte le idee e sfornare un assolo molto ispirato di Daniel Fleming. Anche la successiva “Lost In Shadows” rientra in un basso minutaggio, appena superiore ai tre minuti, ma i riff qui si mescolano di più con alcune scelte fatte dagli In Flames del periodo Clayman con un certo stile americano più caro ai Pantera, pesante ma su medie velocità che sfuma in un finale cadenzato.
La scelta di fare canzoni piuttosto brevi ha il doppio taglio di rendere più facilmente fruibile Nothingman, ma spesso rimane quella sensazione di incompiuto, come se le canzoni fossero state tagliate per renderle più corte. Anche “The Traveler” cade in questo tranello, un brano che richiama i Soilwork di Figure Number Five in pieni anni duemila, con una bellissima apertura melodica nella seconda metà, in cui il cantante Benjamin Swan muta dal timbro pulito allo scream in maniera molto fluida. La traccia che dà il titolo al disco viene introdotta da una soave chitarra acustica e dal cantato più impostato di Swan, molto più vicino qui a Howard Jones (ex Killswitch Engage). La canzone resta in forma di ballata elettrica nel suo incedere marziale, velocizzato solo dall’apporto di un tappeto medio di doppia cassa.
Dopo il breve inciso strumentale “An Awakening” parte uno dei singoli estratti dal disco: “The Ghost We Carry”. Il brano ha un impatto molto “americaneggiante”, con delle ritmiche spezzate nella strofa molto ben congeniate e aggressive, mentre le strutture ritmiche di chitarra si spostano poi su classici stilemi metalcore. Anche in questo caso il minutaggio resta basso, superando di poco i tre minuti. Più ispirata e armonica la successiva “Promise Me”, che si struttura su un classico giro di accordi (alla Iron Maiden per intendersi), ma che riprende lo stile swedish, fino all’apertura melodica del ritornello con un coro. Brano più vicino agli In Flames questo, ma che riesce a vivere di vita propria e su cui viene costruita una buona parte solistica di chitarra.
Molto più diretta e aggressiva la terzinata “Bleed For Better Days” che, nonostante resti sugli stessi canoni delle altre canzoni di Nothingman, risulta più blanda e meno incisiva. Molto più interessante la conclusiva “Lovesong”, più moderna e rock, lenta e cadenzata nel suo inizio, in cui spicca il basso potente di Christopher Fleming per lasciare spazio ad un ostinato di chitarra che si ripete durante il brano mentre Swan canta sia in pulito graffiato che in scream.
Va citata la splendida copertina ad opera di Zack Dunn, che è un dipinto ad olio su tela, mentre per mix e master gli Age Of Ruin si sono affidati a Will Beasley.
Un buon disco questo Nothingman proposto dagli Age Of Ruin, sicuramente più appetibile per chi è cresciuto con il metalcore dei primi anni duemila e quindi con qualche capello grigio già, ma che potrà trovare supporto anche in chi non disdegna il mix di sonorità americane con quelle europee.



