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Blessing In Disguise è la prova tangibile che un proverbio popolare come “non c’è due senza tre”, con evidente accezione positiva, non è mai campato per aria.
Una rivoluzione interna, un rimpasto che avrebbe messo in ginocchio chiunque, ma non i Metal Church. Il faro Vanderhoof illumina dalle retrovie, mentre il carismatico Wayne scompare per riapparire a più riprese in altre circostanze, lasciando un posto vacante che definire fardello è riduttivo.
Ecco correre in aiuto dei Nostri l’impavido gigante John Marshall – alzi la mano chi non vacillerebbe nel dover sostituire in concerto al suo strumento principale un colosso del calibro di Hetfield – ed il (quasi) debuttante folletto del Michigan Michael Howe, per tutti semplicemente Mike – è lo stesso Vanderhoof a “tirarlo fuori dal cappello”, dopo aver prodotto il magnifico Breaking Point degli Heretic, nei quali Mike già mostrava tutta l’innata classe che lo contraddistingue – a sancire quello che a tutti gli effetti è il MarK II del gruppo.
Il risultato? Un album magnifico, melodico ma furioso, non distante in molte sfaccettature dai canoni thrash imperversanti all’epoca della sua uscita, con il “solito” Arrington indemoniato che non lascia un attimo di respiro nei momenti più incalzanti, mentre spiazza con il suo stile unico – e, a ragion veduta, inimitabile – mai del tutto inquadrato, quando si tratta di tirare il freno e diminuire i bpm (basta l’accoppiata iniziale per comprendere il significato di questa asserzione).
La legione si mette in marcia, una processione metallica scandita dalle rullate marziali di Arrington ad imporre il ritmo, urlando la propria rabbia e la propria frustrazione contro un sistema sanitario d’élite – tema purtroppo caro ai Nostri – raccontando le ultime fatidiche ore del Titanic, inneggiando a uomini caduti in disgrazia ed altri solitari che attraversano terre desolate ed inospitali… il tutto ornato da un gusto armonico sopraffino, sublimato in arrangiamenti che attestano il ruolo di prim’ordine della chiesa di metallo nel gotha del power metal statunitense.
“Fake Healer”, “Badlands”, episodi che spiccano e diventano a conti fatti nuovi inni del quintetto, ma nulla è da meno; “Anthem To The Estranged” quasi disturba con quell’arpeggio introduttivo, “It’s A Secret” non lascia respiro e non servono parole, “The Powers That Be” scoppia in un ritornello che si stampa in testa e ti avvolge, giusto per non risultare parchi di parole.
Una prestazione vocale da urlo, a ribadire a chi aveva diffidato del forzato passaggio di consegne che non c’è nulla da temere, anzi, che una nuova era ha inizio e promette di non far rimpiangere il passato, o quantomeno di non trovarsi alle prese con un gruppo radicalmente diverso e senza mordente. Non è un caso che Blessing In Disguise abbia conquistato il cuore di molti nuovi adepti, ma abbia saputo anche prendere il ruolo di prediletto in chi ha amato i Metal Church dalla prima ora.
Mai titolo fu più azzeccato – non è un caso che Wayne, in alcune vecchie interviste, abbia fatto allusioni al medesimo con una buona dose di veleno – considerato come lo stesso faccia riferimento ad apparenti sfortune che portano comunque buoni risultati: un lavoro che nasce da un gruppo menomato ed apparentemente in una situazione di incertezza totale, ma che si rivela alla fin fine una risurrezione dalle proprie ceneri.
Blessing In Disguise non verrà forse annoverato come il capolavoro dei Metal Church (la doppietta iniziale, volente o nolente, resta saldamente ancorata al titolo iridato), ma rimane il sigillo di Howe nel pantheon dell’Heavy Metal tutto. Continua e continuerà a mancare la sua voce su un palco, ma fortunatamente risuonerà ancora per molto tempo fra i solchi di questo meraviglioso album.
P.S. il riferimento alla legione che trovate poco sopra non è casuale, cercatela affiancata al Reverendo – ovviamente in lingua madre – e ne sentirete delle belle…



