Visualizzazioni post:203
Tornano i Phantom Spell con il secondo album di inediti.
Il gruppo nasce come progetto solista del cantante e chitarrista Kyle McNeill, già in forza nei Seven Sisters. Il musicista si occupa di tutto, dalla scrittura, suonando praticamente tutti gli strumenti, fino all’idea grafica che accompagna il CD/LP.
Come il disco precedente (Immortal’s Requiem, del 2022), anche in questo nuovo Heather & Hearth viene reso omaggio al vecchio sound inglese, pescando dall’hard rock, passando per il folk, con richiami al progressive. Non mancano ovvi riferimenti al metal e alla NWOBHM, sicuramente cari al buon Kyle.
Si comincia in maniera a dir poco sontuosa con “The Autumn Citadel”, che è anche il brano più lungo del disco (sfiora i 12 minuti). Si parte con un duello tra chitarra e hammond, accompagnato da una ritmica galoppante! Dopo tanto fragore, tutto si placa con delle lente parti vocali, quasi sussurrate e misteriose… fino al nuovo stacco di chitarra, dapprima greve, che lascia poi nuovamente spazio al suono dell’hammond e alla prima strofa. Una forte melodia vocale e degli efficaci cori ci guidano fino al ritornello. Un ritornello spettacolare, che identifica da subito il pezzo, nonostante la sua lunghezza. Una bella parte solista, stacchi acustici, cori gloriosi, il tutto miscelato alla perfezione, in maniera assolutamente armonica, col ritornello che si ripropone insistentemente fino a sfumare… e non potrete fare a meno di cantarlo! Accidenti che inizio!
La parte centrale di “Heather & Hearth” ci presenta i brani più “accessibili”, in cui vengono mostrate le influenze e l’amore di McNeill per un certo tipo di musica, radicata sicuramente nelle lande anglosassoni: si passa tranquillamente dai Thin Lizzy alla NWOBHM, senza dimenticare i Queen e i Wishbone Ash.
“Evil Hand” è una bella canzone robusta, con una ritmica trascinante, che richiama in parte lo stile del precedente disco; un’ottima prova di McNeill al microfono e alla solista. “A Distant Shore” ci riporta su sentieri più intimisti e malinconici, con un sapore anni ’70 che ritorna prepotentemente, specie negli stacchi solisti. Ancora una grande interpretazione di McNeill.
“Heather & Hearth” è un po’ la summa di tutto il lavoro. Si parte in maniera soffusa, in acustico, con delle parti vocali lente, quasi drammatiche. Il primo stacco strumentale, inizialmente, mantiene queste coordinate ma introduce poi una ritmica più sostenuta che accompagna il solo di chitarra. Ora le vocals si fanno più incisive, supportate da un’adeguata sezione strumentale. Si ritorna però al mood iniziale con una coda di cori solenni che chiudono il brano tra cinguettii di uccelli… Sicuramente un altro dei picchi dell’album!
Il disco termina con “Old Pendle”, riproposizione di una vecchia composizione corale del 1940, a voler nuovamente rimarcare la forte vena folk che pervade l’intera nuova fatica dei Phantom Spell.
Ci troviamo quindi tra le mani un album caldo, genuino, che non segue le regole di mercato ma vuole regalare emozioni, musica vera. Si percepisce chiaramente tutta l’autentica passione di McNeill, che viene trasmessa a noi fruitori, nota dopo nota, ascolto dopo ascolto…
Benché radicato nel passato, Heather & Hearth resta un piccolo gioiello dei nostri tempi! Imperdibile!



