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Quando si finisce per tentare di fare troppi generi alla fine si crea solo confusione. Questo è il caso dei messicani Cemican, giunti al loro quarto album con l’uscita di U k’u’uk’ankil Mayakaaj, traducibile con la resistenza Maya.
L’idea di per sé non è male e l’utilizzo di strumenti moderni con quelli tradizionali locali ha un suo senso e tutto sommato, in questo caso particolare, stanno anche bene insieme. Ma i troppi stili finiscono per dare discontinuità al discorso e a slegare completamente il filo conduttore del disco.
Attivi dal 2006, hanno tre lavori precedenti a questo e sono più o meno dello stesso livello. Il settetto si presenta sempre addobbato con maschere e colorazioni che rimandano alla cultura e alla mitologia del Messico pre-ispanico. Tutto ciò lo rende visivamente affascinante.
La bellissima copertina è ad opera del batterista Tlipoca. Raffigura la grande creazione dell’universo Maya e dei suoi elementi della vita, acqua, fuoco, terra e vento, da parte del supremo Itzamnaaj, il quale erige il grande Tempio di Kukulkan per il suo culto da parte del popolo Maya.
I testi si concentrano su storie di vita dei vari membri del gruppo, sulle varie leggende di divinità ancestrali e sul dualismo eterno tra la vita e la morte.
Il primo pezzo inizia con una intro di flauto, canti e parole recitate, per poi partire con un riff di chitarra improvviso e maestoso. Il tutto si trasforma in un death bello grintoso che fa ben sperare per il prosieguo dell’album. “Tán tí le Xibalba” continua sulla falsariga della prima, quindi direi bene. Un buon groove e un buon death, eseguiti con buona perizia e particolari per i suoni degli strumenti a fiato assurdamente, ma ingegnosamente, ben inseriti.
“El Niño Que Contempla Las Estrellas” è un brano che si discosta totalmente da ciò che hanno proposto fin ad ora. Un classico pezzo da classifica, ammiccante e… fuori luogo. Non trovo altre parole.
Da qui in poi inizia a regnare il caos. Si susseguono pezzi power, thrash e death e sinceramente, come i Cemican prima di me, inizio a perdere anch’io il filo del discorso. La qualità scende di livello e sembra di ascoltare una compilation, mediocre, di vari artisti. Quindi direi… male.
Se ci aggiungiamo il tentativo di ballata con la malinconica, ma incredibilmente insulsa,” ¿En dónde Estas?”, ecco che si comincia a guardare quanto manca alla fine del disco e a contare quante canzoni ci sono ancora. Un’ora e sei minuti complessivi di album, fatti così, sono veramente tanti.
Nell’immenso universo metal i Cemican si ritagliano uno spazio tutto loro grazie all’adozione della musica indigena all’interno della loro (esagerata) variegata scelta musicale. Questa particolarità li distingue sicuramente dalle miriadi di band che circolano in questo momento e il loro coraggio nell’inserire strumenti atipici e tradizionali credo che li renda veramente unici. Purtroppo questo non basta ed è un peccato.
Alla fine U k’u’uk’ankil Mayakaaj (giuro che ogni volta ho usato copia e incolla per scrivere il titolo del disco, sbagliando pure) si rivela un lavoro discretamente eseguito ma troppo, troppo, troppo confusionario. Ci tenevo ad usare troppi “troppo”. Sufficienza di stima, non vorrei mi arrivasse qualche lontana maledizione.
Vista la particolarità della proposta, un ascolto lo meritano da parte di tutti, ma posso dire sin da ora che non credo proprio che mi scatterà la scintilla per risentirlo nuovamente al termine di questa recensione. Non dico che sarebbe un sacrificio pari a quelli visti nel film Apocalypto di Mel Gibson, ma più di un’ora nuovamente in loro compagnia ammetto che mi risulterebbe un po’ dura. Togliamo pure un po’.



