Visualizzazioni post:452
Il 2026 parte alla grande e noi non potevamo che ricominciare la stagione dei live con un evento che prometteva di essere una mazzata sonora: Milano, Alcatraz, “Grizzly Winter Tour”.
L’attesa era alle stelle per vedere sul palco tre delle band più potenti del deathcore e death metal mondiale: Slaughter To Prevail, Dying Fetus e Suicide Silence.
Si parte da Genova con i soliti buoni propositi, ma la coda ci penalizza un po’ e ci fa imprecare verso alcune divinità, ma ciò nonostante arriviamo giusti giusti per l’apertura delle porte; la fila per entrare è già bella consistente nonostante la temperatura frizzantina che ci offre Milano, giusto il tempo di salutare un po’ di gente, attendere che sfoltisca il gruppo dell’early entry e si va.
Posticino sotto palco come sempre, pronti per la devastazione sonora che ci aspetta.
Suicide Silence:
19.30 puntuali salgono sul palco i Suicide Silence, che di certo non hanno bisogno di presentazioni, pronti a riscaldarci con il loro Classic Death Core.
Nella mezz’ora a disposizione il combo Statunitense apre con “Unanswered” e Eddie Hermida, che abbiamo potuto apprezzare anche poco tempo fa con gli All Shall Perish al Legend Club, prende subito in mano la situazione con la sua energia e presenza come sempre.
Seguono “Wake Up” e “Fuck Everything”, che scaldano il pubblico via via sempre più numeroso, il frontman si intrattiene poi in una simpatica disquisizione sulle nostre divinità religiose dalla quale i presenti non possono esimersi da partecipare e poi si prosegue con “Love Me To Death”, “Disengage”, “You Only Live Once” e a chiudere il set “No Pity For A Coward”, ricordando a tutti che anche se sono trascorsi più di 25 anni, i Suicide Silence possono ancora dire la loro per quanto riguarda il deathcore.
Dying Fetus:
Il tempo di prendere una birra al volo e trovarsi ad ascoltare le note di YMCA (sì, avete capito bene) che prende il via il live set dei Dying Fetus.
Qui il suono si fa pesante, preciso, chirurgico e non a caso i ragazzi del Maryland sono indiscutibilmente una delle band più apprezzate del panorama Death, che aprono con “In The Trenches” creando immediatamente una divisione fra il pubblico fra circle pit continui e altri più immobili concentrati a osservare e apprezzare la tecnica di John Gallagher alla chitarra, Sean Beasley al basso – che si sono alternati nelle parti vocali – e la potenza di Trey Williams alla batteria.
I Dying Fetus ci portano nel loro mondo fatto di riff tanto violenti quanto tecnicamente impeccabili, accompagnati da un growling che è un marchio di fabbrica, offrendoci pezzi come “Grotesque Impalement”, “Reign Supreme” e “Unbridled Fury”, track che fa parte dell’ultimo loro lavoro “Make Them Beg For Death”.
L’unico appunto che potremmo fare riguarda la loro presenza scenica: molto concentrati sull’esecuzione perfetta dei brani, a volte risultano un po’ statici. Tuttavia, la potenza della loro musica basta a far dimenticare questo piccolo dettaglio.
Il tempo a disposizione è abbastanza ridotto e il trio americano chiude il set con “Praise The Lord”, lasciandoci una sensazione di aver vissuto qualcosa di veramente feroce e violento dal punto di vista musicale, ma comunque unico con una sorta di sensazione di purificazione sonora.
Slaughter to Prevail:
Le luci si spengono… Ora è il momento del Grizzly che spunta con i suoi due occhi rossi sullo sfondo del palco dell’Alcatraz, dove è posizionata l’imponente batteria, ai lati due pedane rialzate, ed ecco arrivare gli Slaughter To Prevail con le loro maschere, che ci danno il benvenuto con “Bonebreaker”; da quel momento è una bolgia totale, dove Alex Terrible è il padrone di casa, e trascina tutti in un pit continuo. Abbiamo visto gli Slaughter To Prevail in ogni modo attraverso i social e i video su internet, ma trovarseli davanti è decisamente un’altra cosa: l’energia sprigionata è davvero devastante.
Il set si snoda poi con “Bandidos” e “Russian Grizzly In America”, il pubblico ormai è ostaggio di Alex che li comanda a bacchetta, fino ad invocare l’immancabile Wall of Death durante “Bratva” e farlo all’interno di un locale come l’Alcatraz è tutto dire, ma di certo la resa è stata fantastica.
Un attimo di pausa per i ringraziamenti di rito e poi si riparte con il massacro: arrivano come delle mazzate “Viking” e “Babayaga”, Mamedev, Petrov e Novikov tritano ogni cosa, sfondano i crani dei presenti con il loro groove assassino e Alex con il suo growling completa la magia, mandando il pubblico su un altro pianeta.
Si prosegue con “Conflict”, “Kid Of Darkness”, chiudendo con “Behelith”, lasciando il Pit letteralmente sfinito ma felice di aver partecipato alla mattanza, ma i Nostri non soddisfatti e invocati a gran voce, ci augurano la buona notte con “Demolisher”.
Piccola considerazione: in certi momenti, data la potenza profusa, i suoni sono risultati un po’ impastati dalla nostra posizione (sottopalco), ma poco importante in considerazione di quanto ci hanno offerto gli Slaughter questa sera.
Il Grizzly Winter Tour è stato un successo assoluto. Tre band di altissimo livello, ciascuna con un approccio unico ma devastante, ci hanno regalato una serata che difficilmente dimenticheremo. Energia, violenza sonora e coinvolgimento: questa è stata la ricetta per un live che ha soddisfatto le aspettative di chi ama il deathcore e il death metal più puro. Personalmente, ci siamo anche portati a casa un paio di souvenir: la scaletta e il plettro dei Suicide Silence, insieme a quello di Mamedev, che aggiungeremo presto alla nostra bacheca.
Non possiamo fare altro che dirlo: prima serata dell’anno 2026 partita alla grandissima, godetevi anche le foto!
Alla prossima.
























