DARK QUARTERER – un viaggio epico! Passato, presente e futuro


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DARK QUARTERER: un viaggio epico! Passato, presente e futuro
Dark Quarterer: un nome e un vanto tutto italiano che, negli anni, ha saputo farsi apprezzare sia in patria che all’estero, partecipando ad importanti eventi in tutta Europa. Un gruppo incredibile che non ha mai cavalcato la moda del momento ma che ha sviluppato uno stile proprio, assolutamente riconoscibile!

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la compagine toscana, che ci racconta la propria storia, partendo dagli inizi, fino ad arrivare al nuovissimo album, di prossima pubblicazione! Rispondono Gianni Nepi (GN, voce e basso), Paolo Ninci (PN, batteria), Francesco Sozzi (FS, chitarra) e Francesco Longhi (FL, tastiere).

Come è nata l’idea della biografia di Claudio Pino e come è stato accolto il libro?

GN: Claudio Pino è un amico e grandissimo fan della band ed ci ha fatto questa proposta; essendo molto motivato è arrivato ad investire personalmente per la pubblicazione. Il libro è andato molto bene, i costi che ha avuto se li è totalmente ripagati.
Noi abbiamo avuto un congruo numero di copie a disposizione e ne sono avanzate solo un paio in Italiano e tre in inglese. Claudio dovrebbe averne stampate circa 300 in Italiano e 200 in inglese. Al momento ne sono avanzate una ventina in totale, quindi il libro è andato davvero bene.

Leggendo la biografia, fin dall’inizio, quando decideste di fare la vostra musica, si capisce che avete maturato uno stile molto particolare. Parlateci un po’ della vostra storia e come siete riusciti a sviluppare il vostro suono.

GN: Non abbiamo scelto un stile specifico né ci siamo prefissati di inventare un genere ma il tutto è venuto in maniera casuale…fino a un certo punto! Considera che sia io che Paolo, che Fulberto (Serena, chitarrista storico dei DQ, ndPerf) veniamo da esperienze musicali, in molti casi simili ma, in tanti punti, diverse. Ad esempio, tutti e tre eravamo amanti dei Grand Funk Railroad (storico gruppo rock statunitense, ndPerf), dei Black Sabbath… Però Paolo era molto più rock, rispetto a me, che prediligo più la melodia; ascoltavo molto i Gentle Giant, poi anche Paolo ha iniziato ad ascoltarli… Mi piacevano anche band come i Genesis! Fulberto invece era più sui Cream, sui Black Sabbath…era un po’ più metallaro, diciamo! Questo connubio di gusti ci ha portato, piano piano, a inventarci qualche cosa che forse era una media tra tutte le nostre preferenze.
All’inizio, con Fulberto, abbiamo fatto due o tre tentativi ma non erano degni di essere pubblicati. Poi è venuto fuori “Dark Quarterer”, che è stato il primo pezzo che abbiamo composto in maniera convinta; all’epoca  avevamo un giudice molto severo, nella persona di Duccio Marchi (amico e “mentore”, fin dai primi passi, del gruppo, ndPerf), che ci diceva: questo va bene o questo non va bene. Con “Dark Quarterer” ci aveva spronato a seguire quella direzione. Da lì abbiamo iniziato a comporre su questa onda emotiva fino ad arrivare poi alla pubblicazione dell’album.
PN: Il secondo album, “Etruscan Prophecy”, è stato un po’ la chiave di volta. Avevano cominciato a chiamarci anche dalla Germania e il nome girava.
GN: Successivamente c’è stata la rottura con Fulberto, nell’89, e siamo dovuti ripartire.
PN: Io e Gianni abbiamo sempre avuto la forza di ripartire e si arriva a “War Tears”, dove io per gioco mando un coupon al Festival degli Sconosciuti di Roma dove c’erano Rita Pavone e Teddy Reno. Si va a Roma, quasi per scherzo, a fare una selezione. Ci fu un entusiasmo generale da parte di Teddy Reno e Rita Pavone; per loro eravamo un gruppo fenomenale e ci mandarono on-air. C’è stata una ripresa generale di quel periodo, con Teddy Reno che ci accompagna in Germania per registrare War Tears ad Amburgo…per noi è stato un periodo bello produttivo. Purtroppo, nel momento migliore, c’è stato un calo di tensione da parte del nostro chitarrista di allora, Sandro Tersetti (che aveva sostituito Fulberto), il quale ha lasciato la band. Ci sono sempre stati un po’ di alti e bassi nella nostra storia ma non abbiamo mai mollato!
Si arriva al momento in cui entra Francesco (Sozzi, ndPerf) al posto di Sandro. All’epoca era davvero un “cucciolotto”, aveva diciotto anni, ma era il talento più evidente che c’era nella zona e fu fondamentale per andare avanti. Nello stesso tempo avevamo dei progetti paralleli con Francesco Longhi (l’attuale tastierista della band, ndPerf) che poi è entrato nel gruppo, già da “Violence” anche se non figurava. Da lì siamo ripartiti un’altra volta con una formazione stabile che ormai è la stessa da circa venticinque anni!
GN: Una cosa importante da sottolineare è che ci siamo dovuti rinnovare; infatti lo stile di Fulberto è molto riconoscibile perché era lui che si occupava delle musiche ma portava anche dei soggetti per i testi. Il nostro ruolo era legato all’arrangiamento ma sempre influenzati dalla sua scrittura.
PN: Non è che mi diceva come suonare la batteria, ma in fase di prova si capiva dove voleva andare Fulberto per cercare di creare la miglior musica possibile.
GN: Purtroppo Fulberto, all’epoca, ci chiese una pausa…a tempo indeterminato! Ma noi non potevamo stare fermi e allora ci siamo dovuti reinventare anche come compositori, cosa che fino ad allora non avevamo ancora fatto in maniera attiva. Quindi sono venute fuori cose completamente diverse dal primo disco e da Etruscan Prophecy. Ancora non avevamo trovato il nostro suono ma da Violence qualcosa ha cominciato a definirsi.
PN: Abbiamo incominciato a legarci a un tema e a scrivere la musica in base a quello. Già da Violence, ma soprattutto da Symbols. Poi abbiamo proprio sposato l’idea di pensare a un tema e scriverci su la musica: sono nati Itacha e Pompei.
FS: Anche il processo di composizione è cambiato, si lavora più come una vera squadra.
FL: In realtà non è che pensiamo a uno stile predefinito; cerchiamo di suonare quello che ci piace in quel momento. Alla fine però cerchiamo anche di non perdere la nostra identificazione nell’Epic/Progressive, cerchiamo di non andare troppo “oltre” e di essere i Dark Quarterer. Passiamo al vaglio tutto e dobbiamo essere soddisfatti tutti e quattro del risultato.

Molti dei vostri dischi sono esauriti e sono di difficile reperibilità. Come mai nel corso degli anni non siete mai riusciti a trovare un’etichetta stabile?

PN: Eh…è una bella domanda! Con la Cruz del Sur (l’attuale etichetta dei Dark Quarterer, ndPerf) si è un po’ svoltato; hanno ristampato anche alcuni dei nostri dischi, come Symbols.

Pompei è uscito in un periodo poco felice, quello della pandemia. Parlatemi del live che avete fatto a teatro: come è stato suonare in una sala vuota?

GN: L’abbiamo fatto per dare soldi in beneficenza per il teatro.
FS: È stata un’esperienza stranissima…soprattutto alla fine dei brani…c’era il silenzio! Perché di solito ci sono gli applausi, c’è casino…una situazione molto strana, difficile da definire!
FL: Rivedendolo però a me piace un sacco, perché è un ottimo video a livello di definizione, di inquadrature e di immagine…è stato fatto un bel lavoro. Da parte nostra è stato comunque molto sentito perché volevamo aiutare questo teatro. Alla fine abbiamo raccolto circa 3.000 euro (il concerto è andato in onda in streaming a pagamento ed è ora disponibile gratuitamente su YouTube, ndPerf).

Gianni, come ti senti quando interpreti dei testi della Storia italiana che possono essere drammatici come quelli di Pompei?

GN: Nella fase di preparazione mi sono letto “I tre giorni di Pompei” di Alberto Angela. Questo testo mi ha focalizzato su avvenimenti che, pur essendo romanzati, erano basati su testimonianze storiche piuttosto accurate che mi hanno fatto immedesimare in quella situazione. Rivedevo un po’ il Plinio della situazione, piuttosto che la gente che scappava dai lapilli che gli cascano addosso… Ho rivissuto questi avvenimenti quasi come se fossi protagonista. Poi quando vai in scena c’è molta emozione e cerco di trasferirla nella mia interpretazione.

Come è nata l’idea del CD antologico che avete pubblicato recentemente?

GN: Avevamo tutto il materiale nel cosiddetto cassetto e un giorno siamo stati contattati da un’etichetta finlandese, la Metal Warning, che ci ha chiesto appunto del materiale inedito risalente ai primi dischi. Noi abbiamo proposto questi pezzi e loro li hanno pubblicati.

Nel libro si capisce che eravate particolarmente legati ai Manilla Road. Immagino sia stato un duro colpo apprendere la notizia della scomparsa di Mark Shelton…

PN: Io ho a casa una foto con lui in Portogallo in occasione del tour e lui la data dopo muore… Terribile a pensarci! Ci siamo incontrati la prima volta al Keep It True nel 2004 e da lì è nata la nostra amicizia, tanto da andare a cena fuori, stare assieme ecc…
FS: Poi ci siamo rivisti all’Up The Hammers ad Atene, col batterista dei Manilla Road che venne con un sacchetto pieno di birre e ci mettemmo a sedere su un tavolino a bere tutti insieme!
GN: Guarda (mi fa vedere la sua chat nel cellulare, ndPerf): anche oggi abbiamo un rapporto continuo, questa è la chat con il cantante, ci siamo sentiti questa estate.

E che rapporto avete con le altre band italiane?

PN: C’è sempre stata disponibilità e empatia con tutti, sia nei vari festival che nei concerti singoli. Poi, sai, noi siamo Toscani e andiamo d’accordo con un po’ tutti! Ci piace mangiare bene, bere del vino…facciamo presto a familiarizzare!

 

 

Fra poco ci sarà l’ennesimo Festival di Sanremo, cosa pensate di questi “artisti” che usano l’autotune?

FS: Per quello che riguarda l’autotune, lo usano solo quelli che non sanno cantare! Non devi scrivere altro (risate generali, ndPerf)! Quelli che sanno cantare non sanno neanche che cos’è!
PN: L’altro giorno mi è capitato di vedere un servizio su Sanremo e ho pensato che noi abbiamo fatto diversi brani in italiano e ce n’è uno, “Oscurità”, che è la visione in italiano di “Darkness”, da War Tears, che mi ha fatto pensare: «ecco, questo è il nostro pezzo per Sanremo!». Lo dico abbastanza seriamente: anche se il pezzo è troppo lungo, secondo me sarebbe potuta essere una grande canzone per il Festival e credo che sarebbe potuta rimanere nella testa della gente sia per la melodia del ritornello che per il soggetto.

Cosa pensate invece dell’AI? Ormai la usano anche per fare i dischi…

 


PN: Ti dico la mia, poi ognuno la pensa come vuole. Son sicuro che nel futuro non ne potremo fare a meno…saremo risucchiati da questa cosa! Questa situazione non mi piace però al contempo è una cosa forte, è trascinante… potrebbe essere anche d’aiuto per molti.

FL: D’altro canto, il talento vero potrebbe far fatica ad emergere dato che ormai c’è questa marea di prodotti…però poi la verità è la prova del palco perché se non sai suonare non puoi bleffare.
PN: Di contro c’è il fatto che i ragazzini vanno a questi eventi e vedono una sola persona sul palco che sembra faccia tutto ma in realtà ci sono basi e intelligenza artificiale. Si rischia che il ragazzino pensi che la musica dal vivo sia quella…è lì l’errore!

Qualche giorno fa avete pubblicato sui vostri profili social la notizia che il nuovo disco è quasi pronto. Potete darci qualche anticipazione?

GN: Certo! Ti dico che sarà liberamente ispirato alla “Divina Commedia” e uscirà sia in inglese che in italiano. Sarà diviso in Inferno, Purgatorio e Paradiso ma i personaggi saranno inventati, così come anche le pene a cui alcuni saranno sottoposti.
Attualmente siamo in fase di completamento e partiremo subito dopo con la registrazione. Credo che potrà venire pubblicato questa estate.

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